La coalizione di maggioranza tenta da tempo di instaurare un populismo tecnico più attento alla governabilità che alla coesione e alla giustizia sociale; una “democrazia illiberale” che, per affermarsi sotto le spoglie formali del diritto costituzionale, necessita di ridisegnare gli equilibri tra i poteri dello Stato, ponendo Magistratura e Parlamento sotto il controllo dell’esecutivo. Una volontà perfettamente inserita nella definizione di “tempo esecutivo” formulata da Gustavo Zagrebelsky, che è un tempo diverso da quello della democrazia.
Se, al punto 22 del programma con cui Fratelli d’Italia si presentò al voto nel 2022 – intitolato Una giustizia giusta e celere per cittadini e imprese – si prometteva di fatto una resa dei conti con i giudici, al punto 24 si prendeva l’impegno di giungere alla «riforma presidenziale dello Stato», poi trasformata in premierato, ma ugualmente concepita per attuare la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo e del suo capo. «Assicurare governi stabili, grazie al presidenzialismo, non è una misura astratta» recitava il programma: «è la più potente misura economica di cui necessita l’Italia». Misura “economica” – non democratica – necessaria ad assicurare, continuava il Programma per risollevare l’Italia, «la stabilità governativa e un rapporto diretto tra cittadini e chi guida il governo».
A quattro anni di distanza, apparentemente non intaccato dall’aver dovuto incassare sonori rifiuti da parte dei cittadini, l’esecutivo, pur continuando a proclamare la logica dell’efficienza, persegue con sempre maggiore tenacia quel “rapporto diretto” che costituisce in sé la negazione della democrazia rappresentativa. La volontà di sdrucire il tempo della rappresentanza, visto come complicazione che si frappone alla “governabilità”; di eliminare il tempo della mediazione, visto come perdita di capacità manageriale; di eliminare il tempo del compromesso, visto come cedimento di autorità e intralcio, porta alla verticalizzazione del potere che è propria degli autoritarismi.
Una volta che la legge elettorale abbia ridotto il cittadino a suddito “governabile” chiamato a convalidare il capo tramite plebiscito, qualsiasi espressione di opposizione reale che rallenti l’azione di governo – la sua efficienza decisionale, propagandata come la «più potente misura economica» – non può che essere bollata come ostacolo o pericolo per la sicurezza pubblica, giustificando lo smantellamento delle garanzie democratiche.
Esiste un legame strutturale tra una legge elettorale di stampo maggioritario plebiscitario e la volontà repressiva contenuta nella raffica di decreti sicurezza che abbiamo visto emanare da questo governo. Basti citare la reintroduzione del fermo preventivo di polizia, una misura ottocentesca grazie alla quale le autorità di pubblica sicurezza possono privarci della libertà personale in base al mero sospetto che potremmo commettere qualcosa a loro sgradito, in totale violazione dell’art 13 della Costituzione. D’altra parte, la protezione venuta dalle più alte cariche governative nel caso del gioielliere omicida Roggero ha dato una dimostrazione lampante di come la legittimazione plebiscitaria del capo – se affermata – possa valere più delle cautele costituzionali, dei giudici e delle forme istituzionali,nel momento in cui il capo dovesse trovarsi nelle condizioni di assumere su di sé la prerogativa del giudizio e pretendere che la giustizia si adegui al suo racconto, alla sua legge morale; al preteso buon senso che, nella sua figura, incarnerebbe quello del popolo.
Ma una volta che l’equilibrio costituzionale dei poteri sia visto come un sopruso nei confronti dell’esecutivo, i tempi del confronto parlamentare come un inciampo, il dialogo con l’opposizione come una parodia da sbrigare pro forma, è evidente che il conflitto sociale non potrà trovare altra espressione che nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle università. I decreti sicurezza, allora, assicureranno preventivamente una copertura repressiva, pronta a stroncare sul nascere le forme di dissenso, spinte fuori dallo spazio costituzionale della mediazione.
Opporsi a questa legge elettorale significa riaffermare la cultura di chi non vuole un “capo” che decida al suo posto; di chi sa che il dissenso è prezioso, e che proprio il dialogo con il conflitto, insieme alla sua possibilità di essere rappresentato, è ciò che definisce le democrazie.
Guarda il video dell’intervento di Daniela Padoan
* Intervento tenuto nel panel Legge elettorale, diritti e sicurezza nel corso del convegno Dalla parte della Costituzione. Contro una legge elettorale che cambia gli equilibri costituzionali, 28 settembre 2026, Camera del lavoro di Milano, a cura di Costituzione e Democrazia, Fondazione Demo, Articolo 21.

