Trump ha sostituito lo Stato di diritto con la fedeltà personale, ma ancora non è riuscito a conquistare istituzioni autonome come università e tribunali. Combinando intelligenza umana e artificiale, il nostro progetto America Watch ha misurato il deterioramento democratico, collocando in questo momento gli Stati Uniti in una fascia di rischio per l’integrità elettorale.

Sul New York Times del 19 settembre Jonathan Rauch e Peter Wehner hanno proposto una lettura del secondo mandato di Donald Trump che merita attenzione anche da chi non ne condivide tutte le conclusioni. La tesi è precisa: Trump e i suoi alleati avrebbero ottenuto risultati importanti nella trasformazione dello Stato, ma avrebbero fallito nel progetto più ambizioso, quello di usare il potere statale per rifare la società americana. La conclusione — l’America sarebbe oggi «meno in pericolo» di un anno fa — è opinabile, ma la distinzione sulla quale la costruiscono è analiticamente molto utile.

Rauch e Wehner distinguono, in sostanza, due rivoluzioni. La prima si svolge dentro lo Stato. Qui la vittoria della rivoluzione consisterebbe nell’aver trasformato in profondità il modo in cui il potere pubblico viene esercitato: non il semplice passaggio da politiche progressiste a politiche conservatrici, ma un cambiamento nel principio attraverso il quale il potere viene esercitato. Alcuni pilastri della democrazia liberale — l’amministrazione impersonale fondata sulla competenza burocratica e la neutralità delle procedure — cedono terreno a una concezione più rozza, più primitiva della democrazia, che si organizza attorno alla discrezione del capo eletto dal popolo, alla fedeltà personale, all’uso dello Stato per premiare amici e punire avversari. Il potere pubblico viene trattato come una risorsa direttamente disponibile alla persona del presidente. È, scrivono, quello che «gli studiosi chiamano patrimonialismo».

Ma le «ambizioni rivoluzionarie» del trumpismo, secondo Rauch e Wehner, andavano oltre. Consistevano nell’utilizzare la forza dello Stato per cambiare la società, la cultura e il modo di pensare degli americani. In altre parole modificare i rapporti di potere anche fuori dallo Stato. Il progetto era sostenuto soprattutto da Stephen Miller, Russell Vought, JD Vance, Steve Bannon e quella costellazione di forze che ha visto nel secondo mandato l’occasione per spezzare l’egemonia liberal-progressista sulla cultura americana. Università, amministrazioni locali, media, musei, fondazioni, spettacolo, sport. Ed è qui, sostengono gli autori, che la rivoluzione «ha fallito».

Harvard, UCLA e altre università hanno fatto ricorso contro le pressioni e i tagli federali, ottenendo importanti sentenze favorevoli. Stati e amministrazioni locali hanno reagito anche per via giudiziaria. Giudici federali nominati da presidenti democratici e repubblicani — compresi alcuni nominati dallo stesso Trump — hanno bloccato un provvedimento dopo l’altro. Le manifestazioni No Kings hanno portato nelle strade alcune delle più grandi mobilitazioni della storia americana. Minneapolis rappresenta il momento simbolico nel quale una strategia fondata sull’esibizione della forza avrebbe incontrato una società che non accettava di essere intimidita.

La formula che riassume la tesi è semplice. Lo Stato non è riuscito a conquistare la società. A questa bisognerebbe subito aggiungere, però, una postilla: la capacità di resistenza della società non annulla ciò che è già cambiato nello Stato e non comporta che la rivoluzione sia “fallita”. 

Una delle difficoltà nel raccontare quello che sta accadendo negli Stati Uniti consiste proprio nel rifiutare due immagini opposte e ugualmente semplicistiche. La prima racconta un’autocrazia già compiuta, come se elezioni, tribunali, Stati federati, opposizioni e società civile avessero cessato di esistere e di incidere. La seconda guarda alla sopravvivenza di quegli stessi contropoteri e ne deduce che, tutto sommato, il sistema sta funzionando bene, gli anticorpi stanno dimostrando di poter fermare la malattia. Le due cose possono invece essere vere contemporaneamente:il sistema può essersi deteriorato profondamente senza che quel processo si sia consolidato in un nuovo regime. È precisamente il problema che la nostra mappa del deterioramento della democrazia elettorale cerca di rappresentare.

Misurare il deterioramento della democrazia elettorale

La figura in apertura presenta il risultato di un sistema di misurazione assistita dall’intelligenza artificiale che ho messo a punto per il progetto America Watch. Tre agenti AI seguono sei dimensioni del processo elettorale; un quarto ne coordina e aggrega il lavoro, sotto la mia supervisione. Ogni giorno il sistema raccoglie e analizza fonti primarie, grande stampa americana e internazionale, agenzie, istituti di ricerca e think tank. A ogni rilevazione, secondo un protocollo di codifica prestabilito e controllato, assegna agli Stati Uniti una posizione su una scala da 0 a 10 del deterioramento della democrazia elettorale, articolata in quattro fasce che vanno dalla competizione aperta fino alla soglia del cambiamento di regime.

Non misuriamo le intenzioni di Trump, la durezza della retorica o il numero delle iniziative dell’amministrazione, ma quanto le capacità trasformative concretamente disponibili al potere esecutivo modifichino le condizioni della competizione elettorale in sei aree: geografia dei collegi e accesso al voto; amministrazione elettorale e autonomia degli Stati; uso degli apparati coercitivi; intimidazione e disordine politico-sociale; validità del voto, conteggio e contenzioso; risultato e certificazione.

I marcatori rossi mostrano la posizione degli Stati Uniti nei diversi momenti di rilevazione. Il 4 settembre il valore era 4,4 su 10, nella fascia del “campo inclinato”: la competizione resta aperta, ma le condizioni diventano significativamente asimmetriche. Quattro giorni dopo è salito a 5,4, entrando nella fascia dell’“integrità elettorale a rischio”. È rimasto a 5,4 il 15 settembre e ancora il 20.

Tre rilevazioni consecutive allo stesso livello possono dare l’impressione che la linea si sia fermata. Non è così. Dentro quel 5,4 continuano a muoversi molte cose. Alcune capacità dell’esecutivo si rafforzano, altre incontrano ostacoli. Alcuni strumenti rimangono soltanto preparati, altri vengono attivati, altri ancora vengono neutralizzati. La composizione interna del rischio può dunque cambiare anche quando il valore aggregato rimane identico. La stasi del numero nasconde il pendolo del conflitto.

Il pendolo del conflitto

Dietro molte iniziative di manipolazione delle regole elettorali c’è una convinzione che Trump ripete da anni: che un numero rilevante di immigrati senza cittadinanza riesca a entrare nelle liste e a votare, avvantaggiando i democratici. La Casa Bianca ne ha fatto una politica di governo: verificare la cittadinanza degli elettori, ottenere dagli Stati le loro liste e rafforzare il controllo federale sul voto, che è costituzionalmente una competenza degli Stati e del Congresso, non dell’esecutivo. Trump stesso ha reso esplicita la posta politica dicendo che, se in questo campo si facessero le cose per bene, i Repubblicani «non perderebbero più un’elezione per 100 anni». È su questo terreno che, nelle ultime settimane, si vede meglio il pendolo tra nuovi strumenti del potere e capacità di resistenza.

In ottemperanza all’ordine presidenziale sulla «integrità» delle elezioni del marzo scorso, lo U.S. Postal Service aveva predisposto nuove regole sulle schede per il voto postale che, secondo i critici, avrebbero creato il caos amministrativo mettendo a rischio una modalità di voto utilizzata da circa un terzo degli americani. I tribunali le hanno fermate e il 14 settembre la Corte Suprema ne ha impedito l’applicazione alle midterm, pur non escludendola per il futuro. Uno strumento pronto a incidere sul voto di novembre resta dunque, per ora, inutilizzabile.

Ma contemporaneamente il Department of Homeland Security ha aperto un altro fronte. Con la Unlawful Voter Initiative, centinaia di agenti federali sono stati destinati alla caccia di non cittadini nelle liste elettorali incrociando registri statali e banche dati federali. Il DHS sostiene che si tratti invece di un normale strumento di lotta alla frode elettorale, mentre un testimone anonimo rappresentato da Democracy Defenders Fund, ha presentato una denuncia formale, poi resa pubblica da esponenti democratici del Senato, segnalando procedure frettolose e il rischio che errori materiali impedissero il voto di immigrati regolarmente naturalizzati. La Virginia ha contestato le modalità di accesso ai propri dati e, sul fronte parallelo delle richieste federali agli Stati, i tribunali hanno ripetutamente negato al Dipartimento di Giustizia l’accesso indiscriminato alle liste. Il Vermont è stato uno degli ultimi casi; la California ha addirittura rafforzato preventivamente le proprie leggi contro possibili sequestri federali di schede, registri e apparecchiature di voto. 

Su un terreno diverso, quello del ridisegno dei collegi elettorali, il pendolo è tornato invece verso Trump. In Missouri la nuova mappa dei collegi, ridisegnata dalla maggioranza repubblicana con l’obiettivo di rendere più difficile la rielezione del democratico Emanuel Cleaver, sembrava bloccata. Il 21 settembre l’Ottavo Circuito — una Corte d’Appello federale di orientamento prevalentemente conservatore — ha riaperto la strada al suo utilizzo, anche se ha sospeso temporaneamente la decisione fino al 28 settembre per consentire un nuovo ricorso alla Corte Suprema. Uno strumento che sembrava neutralizzato è tornato in gioco.

È questo il movimento che si svolge sotto la superficie della curva: un nuovo strumento viene attivato, un contropotere lo arresta; una barriera può reggere oppure essere aggirata. Il grafico registra l’esito di queste azioni e reazioni. Se una capacità viene neutralizzata prima di dispiegare i suoi effetti, non continua a pesare come se fosse pienamente operativa. Sotto la curva, la barra blu misura separatamente la resilienza politico-istituzionale ancora disponibile: tribunali, federalismo, amministratori elettorali, norme procedurali, controlli istituzionali e, quando rilevante, capacità organizzata della società civile. Il pallino rosso mostra dove il sistema è arrivato; la barra blu quanta capacità conserva di resistere. Che oggi entrambi segnino 5,4 è una coincidenza metodologica: le due misure sono indipendenti. Ma visivamente raccontano bene la situazione. Il deterioramento è alto, la resilienza ancora consistente. La curva sembra immobile, ma il conflitto continua.

Deterioramento democratico e consolidamento autoritario

Torniamo dunque all’articolo di Rauch e Wehner. La loro distinzione fra successo del progetto dentro lo Stato e fallimento della trasformazione coercitiva della società permette di vedere ciò che le categorie più semplici tendono a perdere. Deterioramento democratico e consolidamento autoritario non sono sinonimi. Un sistema può spingersi molto avanti lungo una traiettoria illiberale senza che il nuovo equilibrio riesca a stabilizzarsi. Può trasformare struttura e poteri dell’esecutivo ben prima di riuscire a piegare tribunali indipendenti, cinquanta Stati, migliaia di amministrazioni elettorali, università, giornali, associazioni e città.

Ma vale anche il contrario. Un regime non deve necessariamente riuscire a rifare Harvard, Hollywood, il New York Times e Minneapolis per essere già profondamente trasformato. Può emergere una configurazione più ibrida e instabile: uno Stato sempre più patrimonializzato che governa sopra una società civile ancora pluralista, autonoma e resistente. È questa frizione a rendere l’equilibrio ancora instabile.

Per questo sarei prudente nel concludere che l’America si trovi ormai in un luogo «meno pericoloso». La nostra mappa suggerisce qualcosa di più circoscritto. Il valore si è fermato, per ora, a 5,4 su 10. Non siamo tornati nella fascia della «competizione aperta» e restiamo in quella dell’«integrità elettorale a rischio». La resilienza democratica è reale e continua a produrre effetti. Ma i contropoteri che si sono attivati rallentano la traiettoria verso il cambiamento di regime: non cancellano quanto è già avvenuto, né garantiscono di riuscire a contenere il prossimo strumento di pressione. 

La rivoluzione trumpiana, insomma, non è fallita: ha trovato resistenza. E questa, a sei settimane dalle elezioni, è la cosa più importante da osservare.


Riferimenti

Jonathan Rauch e Peter Wehner, “Trump Has Finally Lost the Plot”, The New York Times, 19 settembre 2026.

Ali Swenson, “Trump’s push to restrict mail ballots has failed. Other efforts to reshape the midterms are ongoing”, The Washington Post, 15 settembre 2026.

Anne Applebaum, “Empire of Grift: MAGA Is Making the World Safe for Corruption” The Atlantic, 14 settembre 2026.

“‘Sloppy and rushed’: Trump’s election scheme underlines a broader peril”, The Washington Post, Editorial Board, 3 settembre 2026.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×