I pericoli dell’AI non stanno nell’evoluzione tecnologica in sé, ma nella sua gestione da parte di poteri economici incontrollati. Per contrastare questo rischio ci sono “solo” due strategie: la lotta collettiva e la resistenza politica per sottrarre la tecnologia a logiche puramente estrattive e capitaliste.

Il CEO di Anthropic ha da poco lanciato un appello: l’IA sta diventando una minaccia per l’umanità, è arrivata l’ora di rallentarne lo sviluppo.

Se lo dice chi investe miliardi sull’IA, dobbiamo davvero preoccuparci? Certo, ma il fatto che l’allarme arrivi, come già in passato, da chi trae profitto dall’IA deve perlomeno insospettirci. Ogni volta che i grandi delle big tech americane avvertono su future catastrofi, ad aumentare sono proprio gli investimenti in IA.

Bisogna diffidare delle narrazioni utopiche quanto distopiche. Che l’IA salvi l’umanità oppure che la porti all’estinzione il messaggio è lo stesso: lo sviluppo tecnologico è naturale e inarrestabile. Un punto di vista critico dovrebbe, invece, partire dall’assunto opposto: la tecnologia non è neutrale né indiscutibile.

Per prima cosa, bisogna allora smontare alcuni miti, svelare gli inganni1 e ridimensionare il cosiddetto hype2 , l’esagerazione iperbolica sulle possibilità dell’IA.

L’IA non è un prodigio o una magia ma un sistema di potere fondato sulle nuove tecnologie, in mano a pochissimi padroni al mondo3, che colonizzano ogni aspetto delle nostre vite, pur di ridurlo a dati digitali4 e estrarne valore5 . Nel 2025 erano in prima fila all’insediamento di Trump: Zuckerberg, Bezos, Musk, i CEO di TikTok, Google, Apple e OpenAI. Oltre a Peter Thiel, vera anima nera della Silicon Valley, padrone di Palantir e guru di JD Vance6 . Sono gli uomini più ricchi del pianeta, detengono un potere economico enorme e possono influenzare la vita pubblica di interi paesi, con conseguenze sulla democrazia e sui diritti fondamentali. Il problema non è soltanto che possono controllarci, ma che possono manipolarci.

Anche l’idea che l’IA funzioni senza smuovere un grammo di materia è falsa. L’IA è inquinante e energivora7. Non è una nuvola immateriale, il cloud, ma una tecnologia estrattiva e pesante, lungo tutta la catena del valore: dai minerali di batterie e microchip, fino alla sua infrastruttura, i data center. Enormi stabilimenti sempre accesi, che impiegano pochissimo lavoro, ma hanno un enorme impatto inquinante sui terreni su cui sorgono, uno smisurato consumo energetico e idrico per scongiurarne il surriscaldamento, oltre a una rapida obsolescenza, che li rende pressoché inutili nel giro di pochi anni.

E non è vero neanche che l’IA si addestra da sola. Senza il lavoro iper alienante e sfruttato di milioni di data workers che etichettano e moderano i dati per pochi centesimi a click, una Tesla non imparerebbe mai a riconoscere quando un semaforo è rosso8 .

Senza considerare il furto di dati che sta alla base dell’addestramento dell’IA. Più i sistemi si sviluppano, più hanno bisogno di dati sempre più accurati. Gran parte di essi è presa dagli archivi del web, cioè è estratta da opere preesistenti: articoli, racconti, canzoni, illustrazioni, film. Qualsiasi opera frutto del lavoro creativo di qualcuno può diventare materiale di addestramento dell’IA, aggirando facilmente il copyright, cioè senza riconoscere alcun diritto d’autore a chi ha realizzato quei contenuti e, a volte, a chi detiene gli archivi. È esemplare il caso del New York Times, che ha citato in tribunale OpenAI per aver rubato milioni di suoi articoli per addestrare ChatGPT a fornire informazioni in concorrenza con lo stesso giornale.

E visto che l’IA si nutre di dati esistenti che incorporano disuguaglianze e discriminazioni di genere e etnia, nel riprodurle di fatto le rafforza, in modo ancora più pervasivo, perché in apparenza neutro.

L’IA è quindi un sistema che rafforza le attuali forme di dominio, dal capitalismo al colonialismo fino al patriarcato, al tempo stesso alimentando la crisi climatica e creando nuove forme di sfruttamento del lavoro. Ogni futuro immaginario distopico sembra avvertirci del pericolo, ma in realtà ci distrae dai rischi reali e imminenti dell’IA, compreso il suo uso criminale in guerra9.

Che fare, allora? Quello che serve è investire in modo intersezionale su tutte le forme di lotta collettive anticapitaliste, sindacali, ecosocialiste, decoloniali e femministe. Nella storia moderna, i benefici e la ricchezza prodotti dalla tecnologia non sono mai stati redistribuiti alla collettività in modo naturale, ma come esito dei rapporti di forza che si sono determinati all’interno di una dinamica di lotta di classe10.

Se si riconosce questo, non è difficile capire perché l’allarme del CEO di Anthropic non può essere la soluzione, ma è parte del problema.

  1. Welgrin L., Da Costa T.A. (2026), IA. Le grand enfumage ↩︎
  2. Bender E.M., Hanna A. (2026), L’inganno dell’intelligenza artificiale ↩︎
  3. Rivlin G. (2025), I padroni dell’IA ↩︎
  4. Couldry N., Mejias U.A (2022), Il prezzo della connessione ↩︎
  5. Zuboff S. (2019), Il capitalismo della sorveglianza ↩︎
  6. Ciarrocca L, (2026). L’anima nera della Silicon Valley ↩︎
  7. Pitron G. (2022), Inferno digitale. Crawford K. (2021), Né intelligente né artificiale ↩︎
  8. Casilli A. (2019), Schiavi del click ↩︎
  9. Guarascio D. (2026), Imperialismo digitale. Internazionale (2025), Nuove guerre nuove armi ↩︎
  10. Acemoglu D., Johnson S. (2023), Potere e progresso ↩︎

Eliana Como è sociologa e sindacalista. Lavora per la Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Fa parte della assemblea generale Cgil e Fiom. Femminista e antifascista.

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