Mancano sessanta giorni al voto. Da qui al 3 novembre la politica americana verrà raccontata come tutte le elezioni: candidati, programmi, comizi, soldi, sondaggi, spot. Lo faremo anche noi, ogni tanto. Ma non è questa l’elezione che ci interessa davvero. Perché le midterm del 2026 non sono elezioni normali. Sono il punto nel quale la trasformazione politica iniziata con la rivoluzione può attraversare un’altra soglia, quella del cambio di regime.
La prima è già stata superata. Gli Stati Uniti hanno perso buona parte dei caratteri della democrazia liberale: contrappesi indeboliti, esecutivo espanso, burocrazia sottoposta al comando politico, magistratura sotto pressione, spazio civile più stretto. Ma continuano a essere una democrazia elettorale. Si vota. L’opposizione può vincere. E, se vince, può ancora trasformare i voti in potere. Oppure no? È questa l’ultima soglia. Oltre c’è qualcosa di diverso: elezioni che continuano a esistere, ma dentro condizioni manipolate per rendere la sconfitta di chi governa sempre più difficile. Non serve abolire il voto. Basta addomesticarne l’incertezza.
Trump non ne fa mistero. A Mount Rushmore, il 3 luglio, ha detto che i Repubblicani possono perdere le midterm soltanto se saranno «sciocchi, stupidi e imprudenti»; poi ha chiesto di abolire l’ostruzionismo al Senato e approvare subito il SAVE America Act, la legge che impone agli elettori rigide prove documentali di cittadinanza per registrarsi, sulla base della narrazione secondo cui i Democratici porterebbero alle urne milioni di non cittadini. «Se lo facciamo, non perderemo un’elezione per cent’anni». Cent’anni: una durata curiosa per un regime politico che vive dell’incertezza del risultato.
Pochi secondi prima aveva proclamato che «l’America non sarà mai un paese comunista». E subito spiegava che il «Partito comunista» è pieno di immigrati irregolari, criminali e gente che non vuole lavorare. In meno di un minuto aveva saldato comunismo, immigrazione, frode elettorale e nuove regole del voto. Se l’avversario diventa un nemico tanto terribile, espellerlo dal corpo politico della nazione e impedirgli di votare può essere presentato come difesa dell’America. Questo presidente merita di essere preso sul serio.
America Watch seguirà dunque “le altre” elezioni: leggi, ordini presidenziali, decisioni giudiziarie e provvedimenti amministrativi capaci di modificare l’ambiente nel quale si vota. Non la campagna elettorale, ma il campo sul quale quella campagna si trasforma — o non si trasforma — in potere.
La mappa
Per seguirle useremo una mappa. Non è un sondaggio e non predice il risultato. Ogni settimana colloca gli Stati Uniti lungo quattro soglie di deterioramento della democrazia elettorale: competizione aperta, campo inclinato, integrità elettorale a rischio, soglia del cambio di regime (*). Quello che ci interessa prima di tutto è il pallino rosso: dove il sistema è effettivamente arrivato al momento della misurazione. Sotto, una barra blu misura la resilienza democratica. Non è il lieto fine della storia: è la misura delle difese ancora in campo.

La posizione non nasce dalla somma delle notizie. Conta la leva: chi dispone di autorità, risorse, poteri coercitivi, accesso alle corti, strumenti amministrativi e capacità di produrre effetti. Una misura annunciata e poi bloccata da un giudice non pesa come una misura operativa; una protesta conta poco finché resta protesta, molto di più se trova una sponda istituzionale e riesce a modificare una decisione. Non tutto ciò che accade pesa allo stesso modo.
Al 4 settembre la posizione degli Stati Uniti è 4,4 su 10: ben dentro il campo inclinato. L’Indice di resilienza democratica è 3,9. Non significa che l’autoritarismo “vince” di mezzo punto: le due misure non si sottraggono. Significa che la trasformazione ha già modificato concretamente il terreno della competizione, mentre le resistenze restano reali ma diseguali. Dove sanno usare corti, competenze costituzionali, funzionari, denaro e procedure possono mordere. Dove hanno soltanto indignazione, molto meno. La situazione resta aperta. Ma non è affatto rassicurante.
Prima dell’urna
Quando arriva il giorno del voto sembra che tutti partano dallo stesso nastro. Non è così. Il campo può essere stato modificato prima, insieme alle regole amministrative, logistiche e organizzative. Si possono ridisegnare i collegi, “ripulire” le liste, si può rendere più costoso registrarsi, chiudere seggi, abbreviare i tempi del voto anticipato, complicare il viaggio della scheda postale. Quando l’elettore finalmente vota, una parte dell’elezione è già avvenuta.
L’esempio più vistoso è il ridisegno anticipato dei collegi. Dieci Stati hanno cambiato le mappe per il 2026. Ha cominciato il Texas nell’estate 2025, su impulso diretto di Trump, con una mappa pensata per produrre fino a cinque seggi sicuri per il Grad Old Party. La California ha risposto con una contromappa che può assicurare ai Democratici da tre a cinque seggi. Poi sono arrivati gli altri Stati. A giugno il saldo complessivo era stimato in 5-9 seggi netti per il GOP. Con una maggioranza alla Camera di tre, è oro. Il 3 settembre, però, la Corte Suprema del Missouri ha bloccato un’altra mappa trumpiana e alle midterm non potrà essere usata. Un seggio in meno per il GOP. Il punto è proprio questo: il terreno viene inclinato, poi qualcuno prova a raddrizzarlo.
Poi c’è il SAVE America Act, priorità elettorale di Trump. Parte dall’idea che il voto dei non cittadini sia un problema sistemico e che favorisca i Democratici; le verifiche disponibili dicono che è raro. La legge richiede prova documentale della cittadinanza per registrarsi e un documento fotografico per votare. Il Bipartisan Policy Center stima che il 12 per cento degli elettori registrati – 28,4 milioni di cittadini – non abbia facilmente a disposizione i documenti richiesti. Il problema è recuperarli e presentarli. A un lavoratore pagato a ore, a un anziano che non guida più o a chi vive lontano dagli uffici nessuno dice «tu non puoi votare». Gli si dice: «chiama quest’ufficio, torna con un’altra carta». La privazione del voto diventa amministrazione. La legge si è arenata al Senato, ma la sua logica corre già nei territori: Reuters conta ventitré Stati che dal 2024 hanno adottato misure analoghe.
Il secondo snodo è il voto per corrispondenza. Un ordine presidenziale del 31 marzo ha aperto la strada a nuove regole del Servizio Postale, l’infrastruttura federale incaricata di spedire le schede agli elettori che intendono votare per corrispondenza: elenchi degli elettori ammessi, buste approvate, un identificatore unico con codice a barre. Se i dati non combaciano, USPS può non spedire la scheda. Un informatore interno ha denunciato anche una politica a «tolleranza zero»: un solo errore nel controllo a campione potrebbe bloccare un intero lotto di migliaia di schede. È un’accusa, non un fatto accertato, ma AP, Reuters e Washington Post hanno ricostruito la nuova architettura tecnica. Qui una corte ha già morso: la giudice federale Indira Talwani – una “toga rossa” nominata da Barack Obama – ha bloccato temporaneamente le parti decisive della regola. L’amministrazione è tornata alla Corte Suprema.
Poi c’è il vecchio metodo: rendere più difficile arrivare al seggio.Nei grandi centri urbani, meno seggi possono voler dire file più lunghe. La fila è un filtro sociale. Due ore valgono poco per chi dispone della giornata e molto per chi perde salario, dipende da un autobus o deve prendere un figlio a scuola. Nelle aree periferiche meno densamente popolate, meno seggi vogliono dire percorrere decine di miglia per votare. In Tarrant County, Texas, la Commissioners Court ha ridotto i seggi da 316 a 224: novantadue in meno, quasi il trenta per cento. La prima proposta era 176. Dopo settimane di proteste, più di cento interventi pubblici e trenta organizzazioni civiche mobilitate, il piano è risalito a 224. La protesta ha attenuato la misura, non l’ha annullata: restano novantadue seggi in meno.
Lo stato entra nell’elezione
Il passaggio successivo è più delicato. Perché qui entrano gli apparati dello Stato. Dal 1° settembre Homeland Security Investigations, il braccio investigativo dell’ICE, ha avviato un’operazione straordinaria contro la frode elettorale in almeno nove Stati. Questo salda esplicitamente immigrazione illegale e voto, come Trump ha sempre sostenut. Non siamo più soltanto alla mobilitazione: gli uffici HSI di Kansas City e San Francisco hanno pubblicizzato attività sul terreno, la seconda con FBI e U.S. Marshals. Non sappiamo ancora se vi siano stati arresti o effetti sugli elettori. Un’arma estratta dalla fondina non è ancora un’arma sparata. Ma non è più chiusa nell’armeria.
Intanto il Dipartimento di Giustizia sta reclutando personale per inviare fino a mille osservatori federali ai seggi. Il monitoraggio federale è una pratica normale; tutto dipende da dove saranno mandati e con quale mandato. Osservare il rispetto della legge è una cosa. Concentrare funzionari in città democratiche a forte presenza di minoranze per cercare frodi elettorali sarebbe un’altra. Sul lato opposto, la coalizione Vote Safe prepara centinaia di osservatori civici a Detroit, Atlanta, Cleveland e Charlotte. Ma gli osservatori del DOJ hanno dietro il governo e gli apparati di sicurezza; quelli di Vote Safe sono volontari disarmati. La loro leva dipenderà dalle sponde legali e istituzionali che sapranno attivare.
È nel federalismo che la resistenza alla deriva trumpiana dispone degli strumenti più seri. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto i registri elettorali completi a quasi tutti gli Stati e ha intentato 31 cause per inadempienza: 23 contro Stati con un responsabile elettorale democratico, otto con uno repubblicano. Al 1° settembre nessun tribunale gli aveva dato ragione e 23 cause erano già state respinte.
Intanto lo Stato di Washington ha fatto un passo ulteriore: il Segretario di Stato e il Procuratore Generale, entrambi Democratici, hanno distribuito ai 39 uffici elettorali di contea una guida operativa su come rispondere a citazioni giudiziarie, accesso di funzionari federali agli uffici e richieste indebite di dati. Non è più soltanto opposizione politica: è capacità amministrativa. Da una parte ci sono gli Stati che godono della protezione della Casa Bianca e degli apparati federali, con dati, investigatori e poteri coercitivi. Dall’altra Stati, procuratori, funzionari elettorali e tribunali. Non sono due eserciti simmetrici e non dispongono della stessa leva. Ma il conflitto è ormai dentro le istituzioni che organizzano il voto.
Il 3 novembre come cerniera
Dopo il voto, la partita cambia natura: si tratta di quali schede vengono contate e di come il risultato si trasforma in potere. Oggi questa fase è meno visibile, ma il terreno si prepara prima: squadre di avvocati, reti per la tutela del voto, strutture per riconteggi e ricorsi; dall’altra parte un repertorio già pronto — immigrati clandestini nelle liste, voto postale sospetto, frodi da scoprire. Se il margine sarà stretto, alcune capacità predisposte prima del voto potranno acquistare improvvisamente una leva molto maggiore.
Il 3 novembre chiude il primo tratto della nostra mappa, ma non necessariamente l’elezione. Se il controllo della Camera si giocasse su quattro o cinque seggi, poche gare potrebbero acquistare un peso enorme. Non servirebbe mettere in discussione il voto nazionale; basterebbe tenere aperti i collegi decisivi. È allora che schede contestate, riconteggi, ricorsi e certificazioni smettono di essere tecnicismi da avvocati. Un seggio non certificato non è ancora un deputato.
Con un margine ampio, invece, la leva di poche controversie sarebbe molto minore. Inoltre una contestazione post-elettorale non è di per sé deterioramento: può essere fisiologica, può correggere un errore. Diventa un’altra cosa quando strumenti straordinari impediscono a voti validi di trasformarsi in certificazione, insediamento e alternanza. E difronta a una valanga di voti democratici che non si fosse riusciti a contenere prima, la reazione della Casa Bianca potrebbe essere disperata e violenta. E la narrazione “frode-sovversione-comunismo” è già disponibile. Non stiamo dicendo che accadrà. Stiamo dicendo dove guardare se accadrà.
Per questo il nostro lavoro continuerà almeno fino al 3 gennaio, quando si insedia il nuovo Congresso, e oltre se la certificazione di alcuni seggi contestati non sarà stata ancora risolta. Il pallino rosso e la barra blu continueranno a muoversi. Ma non nello stesso modo: la resilienza non è una garanzia che il sistema si salverà, è soltanto la misura delle forze che possono ancora impedirne un ulteriore scivolamento.
Per ora il campo è inclinato, ma ancora aperto. La domanda politica vera non è se gli Stati Uniti continueranno a votare. È se, negli Stati Uniti di Trump, il voto conserva ancora la sua proprietà più fastidiosa per chi governa: la possibilità di perdere il potere. Trump ha detto che facendo le cose per bene i Repubblicani non perderanno per cent’anni. Noi cercheremo di capire, settimana per settimana, come pensa di riuscirci. E chi è ancora in grado di impedirglielo.
(*) La mappa è alimentata da una rassegna stampa internazionale quotidiana, integrata da fonti specialistiche e documenti primari. Raccolta, selezione delle fonti, classificazione delle evidenze e coding sono assistiti da strumenti di intelligenza artificiale; rilevanza, codifica dei casi e valutazione finale restano affidate alla verifica e al giudizio autoriale. A breve sarà reso disponibile il codebook con definizioni, indicatori, criteri di codifica e procedure di aggiornamento.

