Gli investimenti record da parte dell’AIPAC e di gruppi di potere legati all’establishment non sono riusciti nell’intento di contrastare l’ascesa del movimento progressista che sta animando i Dem americani. E le primarie del Michigan sollevano interrogativi sulla futura coesione in vista delle elezioni generali contro i repubblicani.

Martedì 4 agosto il Michigan è stato teatro della sfida più attesa delle primarie democratiche, nonché della più dispendiosa di sempre, quella per un seggio senatoriale tra il medico progressista Abdul El-Sayed e la centrista pro-Israele Haley Stevens. Conclusasi con una vittoria di misura di El-Sayed, dopo una campagna altalenante che vedeva in testa ora l’uno ora l’altra e che negli ultimi giorni dava El-Sayed avanti di 10-15 punti, la gara era diventata talmente emblematica a livello nazionale da catalizzare un’attenzione politica e mediatica difficilmente riservata a una normale primaria. Un’attenzione che non si è esaurita con il voto, ma che anzi ha trasformato il risultato del Michigan nell’ultimo terreno di scontro tra media mainstream e indipendenti, oltre che nell’ennesimo capitolo della disputa seguita all’ondata di vittorie del movimento progressista, culminata con i successi del trio newyorkese Claire Valdez, Darializa Chevalier e Brad Lander.

Supportato da una vera e propria coalizione nazionale della sinistra democratica capeggiata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, il dottor Abdul El-Sayed, medico molto stimato e coautore, insieme a Micah Johnson, di Medicare for All: A Citizen’s Guide, è stato direttore della sanità pubblica di Detroit e poi della contea di Wayne. Nel 2018 aveva già corso per la nomination democratica alla carica di governatore del Michigan, perdendo contro Gretchen Whitmer. Costei, giunta al termine del secondo e ultimo mandato da governatrice, ha dato il suo endorsement a Haley Stevens, come hanno fatto del resto altri pezzi da novanta dell’establishment democratico, tra cui il leader di minoranza del Senato Chuck Schumer e il potentissimo presidente del Black Caucus del Congresso Jim Clyburn. 

Prudentemente e astutamente si è invece astenuto dall’intervenire Barack Obama, ampiamente strumentalizzato da Haley Stevens attraverso spot pubblicitari che, montando ad hoc immagini e filmati risalenti a diversi anni fa, lasciavano intendere che l’ex presidente fosse dalla parte della candidata, pur non avendole mai dato alcun endorsement.

Deputata alla Camera dal 2019, Stevens è arrivata alla sfida contro El-Sayed con un precedente che ha reso lo scontro ancora più significativo. Nel 2022 aveva infatti sconfitto alle primarie Andy Levin, esponente ebreo della sinistra democratica, dopo che il redistricting (la riformulazione dei confini dei distretti) aveva costretto i due deputati a competere nello stesso collegio. Come lo stesso Levin mi disse in un’intervista del 2024, determinanti furono i 5,4 milioni di dollari che l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e i suoi affiliati spesero a sostegno di Stevens.

«Poiché l’Aipac era determinato a sconfiggermi per le mie frequenti critiche al governo di Israele, ha riversato tutti quei milioni di dollari a sostegno della mia concorrente. Anche nel mio caso è stata montata una campagna diffamatoria. Il leader locale diceva che ero il più corrosivo membro del Congresso per le mie posizioni su Israele. La cosa ridicola è che io sono ebreo mentre la mia avversaria no. Tra l’altro sono sempre stato un sostenitore dello Stato di Israele e continuo a esserlo. Ma loro non potevano sopportare che io, ebreo ed ex-presidente di una sinagoga, sostenessi la popolazione palestinese proprio come sostengo la mia gente».

Uno dei dati più interessanti e soprattutto più emblematici della campagna attuale rispetto a quella del 2022 è che la cifra di allora è stata quasi decuplicata, dato che i milioni di dollari spesi quest’anno da AIPAC per sostenere Stevens, ma soprattutto per distruggere El Sayed, sono stati ben 46, secondo quanto dichiarato nell’ultimo dibattito televisivo tra i due candidati il 27 luglio scorso. Una cifra già di per sé enorme, che risulta oltretutto sottostimata se si considerano i finanziamenti più opachi, e che non esaurisce comunque l’ammontare complessivo delle spese esterne a sostegno di Stevens che, alimentate anche da corporation di diversi settori, hanno superato i 60 milioni di dollari. 

L’escalation degli investimenti sempre più massicci di AIPAC risale peraltro proprio al 2022, quando il Comitato decise di entrare apertamente nelle competizioni elettorali attraverso la creazione del super PAC United Democracy Project. Un nome rassicurante, con quella parola “Democracy” che costituiva una scelta piuttosto furba per mascherare la matrice pro-Israele dell’organizzazione, così come era già avvenuto con Democratic Majority for Israel, il DMFI, nel 2019. Un’organizzazione, quest’ultima, nata in risposta al terrore e alla rabbia suscitati dalle elezioni del 2018, che avevano portato in Congresso due deputate musulmane, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, contribuendo all’ingresso della questione palestinese nel dibattito congressuale.

L’investimento attuale, peraltro preceduto nel 2024 da contributi sempre più ingenti per sconfiggere altri deputati e candidati scomodi, dà la misura di come, nel giro di pochissimi anni, sia cambiato il terreno sul quale si è giocata la competizione tra El-Sayed e Stevens. A modificarlo è stato soprattutto il crescente dissenso dell’elettorato democratico nei confronti del sostegno a Israele durante la guerra di Gaza e il genocidio palestinese. Un dissenso che ha contribuito anche alla crescita dell’ondata progressista, alimentata da un elettorato sempre più esasperato dal sostegno incondizionato che la politica statunitense dà a Israele, indipendentemente dal colore dell’amministrazione, e sempre più disposto a premiare candidati che ne contestano apertamente la politica.

Il divario tra le due campagne non è stato soltanto finanziario. El-Sayed – che non ha accettato finanziamenti dalle corporation, affidandosi esclusivamente ai piccoli donatori e alle organizzazioni progressiste – si è focalizzato sui temi della sua piattaforma, dal Medicare for All all’abolizione del big money dalla politica, ricalcando quelle che sono state e continuano ad essere le bandiere di Bernie Sanders fin dal 2015. La campagna di Stevens ha puntato invece su altro. Per esempio sull’ineleggibilità di El Sayed rispetto al repubblicano Mike Rogers, ma soprattutto sulla delegittimazione dell’avversario, secondo una tradizione che ci riporta di nuovo al Bernie Sanders della prima campagna presidenziale, e alla storia dei Bernie Bros, l’etichetta inventata dalla campagna Clinton per diffondere l’idea che l’elettorato del senatore fosse soprattutto composto da giovani uomini bianchi e misogini.

Anche in questa competizione i video denigratori che presentavano El-Sayed come un esponente sessista e irrispettoso nei confronti delle donne ne hanno costruito un’immagine personale profondamente deformata. Tra le tante interviste a persone comuni, tipiche del sito di giornalismo indipendente Status Coup, spiccavano quelle di persone che hanno cambiato idea sul proprio voto dopo aver assistito a un incontro con El Sayed. In particolare un’anziana signora afroamericana ha raccontato di essersi trovata davanti a un uomo totalmente  diverso da quella che la campagna di Stevens le aveva fatto credere che El Sayed fosse.   

A rendere ancora più sorprendente il risultato è la distanza tra le aspettative della vigilia e il verdetto delle urne o, come si chiede un articolo del Washington Post, Why did the polls miss so badly in Michigan?. Gli ultimi sondaggi avevano dato El-Sayed avanti di 10, 12 e persino 15 punti, mentre alla fine il margine su Stevens si è ridotto a poco più di un punto. Una discrepanza che sembra riconducibile almeno in parte alla difficoltà di prevedere chi avrebbe effettivamente partecipato alla primaria, oltre che all’imprecisione del modo in cui sono stati condotti gli ultimi sondaggi. La partecipazione alla primaria democratica ha infatti superato 1,2 milioni di votanti, quasi 300 mila in più rispetto al 2024, e il risultato ha mostrato una geografia del voto assai diversa da quella suggerita dai sondaggi. Il vantaggio di El-Sayed nelle rilevazioni era alimentato soprattutto dai giovani e dagli elettori indipendenti, categorie generalmente meno propense a partecipare alle primarie, mentre Stevens risultava più forte tra gli elettori anziani e afroamericani. E il voto effettivo ha confermato almeno in parte questa diversa distribuzione del consenso. Stevens ha vinto con ampi margini soprattutto nelle zone a maggiore presenza afroamericana, come Detroit e l’area metropolitana circostante, mentre El-Sayed ha costruito la propria vittoria su margini molto più ampi nelle aree progressiste e universitarie.

Il fatto è che proprio questa vittoria di misura viene ora utilizzata dai media mainstream per minimizzare non solo il successo di Abdul El-Sayed, che Al Jazeera definisce invece il nuovo Mamdani, ma quello dell’intero blocco progressista. La logica è singolare. Se El-Sayed avesse perso, la sconfitta sarebbe stata la prova della debolezza del movimento progressista. Avendo vinto, ma con un margine assai inferiore a quello previsto dai sondaggi, la sua vittoria diventa paradossalmente la prova che quel movimento non sarebbe poi così forte. È emblematico, in questo senso, il titolo scelto da Politico all’indomani del voto, Progressives didn’t get the earthquake they expected. El-Sayed ha vinto, ma per il principale organo dell’establishment politico di Washington la vera notizia è che i progressisti non hanno vinto abbastanza. E la questione è probabilmente destinata a diventare un tormentone nei prossimi mesi, soprattutto perché rischia di intrecciarsi con un’altro tema tutt’altro che marginale. Di fronte alla vittoria di un candidato che una parte dell’establishment democratico considera sostanzialmente inaccettabile – come dimostra la minaccia dello storico stratega della campagna di Clinton James Carville di lasciare il Partito Democratico – quanto di quello stesso establishment sarà disposto, a novembre, a spingersi fino a votare per il repubblicano Mike Rogers?

Elisabetta Raimondi, già professoressa di inglese e drammaturga, ha iniziato a seguire per Vorrei.org la campagna di Bernie Sanders nel 2016.
Collabora con Libertà e Giustizia, Jacobin Italia e Fata Morgana Web.

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