Quale prezzo accompagna l’estrazione di una risorsa considerata strategica per il Paese? Giustizia ambientale, responsabilità pubblica, diritti e democrazia in un’area che non ha imboccato la transizione energetica nonostante gli evidenti dati epidemiologici.

Della Val d’Agri si sente parlare solo per il petrolio estratto: il più grande giacimento d’Europa a terra (on shore), scoperto a inizio dello scorso secolo e sfruttato negli ultimi 30 anni, mentre stanno aumentando i piani di prospezione e sfruttamento. 

E con i fondi delle royalties di ENI ai Comuni della valle e alla Regione Basilicata si stanno preparando nuovi studi sulla salute degli abitanti, con il progetto chiamato  LucAS.

Inutile dire che la Val d’Agri non è soltanto un distretto energetico. È un territorio agricolo, montano, ricco di biodiversità, produzioni alimentari di qualità e piccoli centri abitati. È una comunità di persone che da anni pone una domanda semplice: quale prezzo ambientale e sanitario accompagna l’estrazione di una risorsa considerata strategica per il Paese? 

Le risposte ci sono, si sono accumulate nel tempo: si tratta infatti di una delle zone più studiate in Italia su salute e ambiente da diverse istituzioni, con epidemiologi ambientali di grande esperienza e una partecipazione pubblica importante seppure non costante. Ogni volta che i cittadini chiedono di agire, prevenire, ridurre le esposizioni pericolose, fare ciò che le conoscenze richiedono, la risposta è ancora e di nuovo duplice: dobbiamo studiare e capire meglio la situazione per capire cosa fare, e ci sono comunque gli interessi strategici energetici da considerare.

Più che mai oggi la vicenda della Val d’Agri non riguarda soltanto la Basilicata ma tutti noi: è una storia che parla di giustizia ambientale e del rapporto tra democrazia, conoscenze e diritti fondamentali. In gioco non c’è soltanto la valutazione di un rischio sanitario, ma il modo in cui la nostra società decide di distribuire benefici e costi dello sviluppo. 

Un instant book pubblicato da ISDE, l’Associazione Internazionale Medici per l’Ambiente, ripercorre la storia e il dettaglio degli studi fatti nell’area.1 

Negli ultimi anni è entrata nel dibattito internazionale l’espressione sacrifice zones, zone di sacrificio. Con questa definizione si indicano territori nei quali attività considerate strategiche generano vantaggi per gli Stati, mentre gli impatti ambientali e sanitari si concentrano localmente. Non tutte le aree industriali sono zone di sacrificio e il termine va usato con cautela. Ma esso richiama una domanda fondamentale, che assomiglia molto a quella che in Val d’Agri si è posta già molti anni fa: è accettabile che alcune comunità sopportino per decenni un carico ambientale superiore a quello di altre, in nome di un ipotetico interesse generale? Il carico maggiore si è già visto, mentre gli interventi finalizzati alla riduzione delle esposizioni sono rimasti limitati, o assenti. 

Nel recente Congresso annuale dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (maggio 2026 a Trieste) è intervenuto l’autorevole David Kriebel mettendo sul tavolo la necessità che l’epidemiologia entri nel merito degli interventi di miglioramento della salute, che li proponga e li valuti nel corso delle ricerche. Kriebel ha affermato “non è più possibile concludere i nostri articoli scrivendo further research is needed, c’è bisogno di ulteriori ricerche: questa cautela lascia spazio a cinici attacchi alla scienza”. Dobbiamo sapere quindi perché e per chi stiamo studiando, e avere il coraggio di suggerire gli interventi di prevenzione, anche quando sono basati su prove non definitive dei danni avvenuti. L’alternativa, come si vede in molte esperienze, è quella di lasciare spazio e tempo perché altro danno produca i suoi effetti, le persone continuino ad ammalarsi e il territorio si degradi.

Ebbene, le prime indicazioni di danni alla salute avvenuti in Val d’Agri sono emerse dagli studi ecologici di mortalità condotti su scala di aggregati di comuni. L’analisi di lungo periodo realizzata da Michele Labianca per gli anni 1981-2013 ha evidenziato nei comuni della Val d’Agri eccessi di mortalità generale e cardiovascolare e un incremento della mortalità tumorale maschile rispetto ai riferimenti regionali. 

Nel 2015 l’Istituto Superiore di Sanità studiava 20 comuni interessati dalle attività estrattive. L’indagine faceva emergere eccessi di mortalità per tumore dello stomaco, infarto acuto del miocardio, malattie respiratorie e dell’apparato digerente, oltre a incrementi di ricovero per diverse patologie cardiovascolari e respiratorie. Lo studio concludeva raccomandando ulteriori approfondimenti e un rafforzamento della sorveglianza ambiente-salute. 

Sempre tra 2015 e 2016 la Valutazione di Impatto sulla Salute promossa dai Comuni di Viggiano e Grumento Nova coinvolgeva tre istituti del CNR, il Dipartimento di Epidemiologia del Lazio e l’Università di Bari. La modellistica atmosferica mostrava che l’area influenzata dalle emissioni del Centro Oli Val d’Agri, COVA, era più estesa dei due comuni più vicini all’impianto. Le analisi epidemiologiche descrittive evidenziavano eccessi di mortalità per malattie del sistema circolatorio e per tumore dello stomaco in entrambi i sessi, oltre a un eccesso di tumore del polmone nelle donne.

Subito dopo si realizzava uno studio di coorte residenziale, che seguiva per 15 anni 6.795 residenti di Viggiano e Grumento Nova (dal 2000 al 2014): un approfondimento accurato che andava molto più a fondo nell’analisi della salute all’interno dei due Comuni. Documentava associazioni tra livelli crescenti di esposizione agli inquinanti attribuibili al COVA e aumenti della mortalità e dei ricoveri per malattie cardiovascolari e respiratorie; in particolare nelle donne emergevano incrementi statisticamente significativi di mortalità per tutte le cause naturali e per le malattie del sistema circolatorio.

Anche gli studi sulla salute respiratoria e le indagini sulla percezione del rischio fornivano indicazioni coerenti. Nelle aree più prossime all’impianto si osservavano aumenti di dispnea severa e sintomi respiratori, mentre una larga maggioranza della popolazione considerava l’ambiente compromesso e riteneva le attività petrolifere una possibile minaccia per la salute.

L’esperienza della Val d’Agri suggerisce che ricerca e prevenzione non debbano essere considerate alternative.

Già nel 2019, Fabrizio Bianchi ed io osservavamo in un articolo su Epidemiologia & Prevenzione che il patrimonio di conoscenze accumulato non richiedeva soltanto nuovi studi, ma anche interventi di prevenzione primaria capaci di ridurre le esposizioni ambientali.2 

Mentre le conoscenze aumentavano, la pressione ambientale sul territorio non diminuiva, il dibattito pubblico continuava e venivano proposti ulteriori approfondimenti; ma passano altri 7 anni senza segnali di novità. 

I risultati del progetto LucAS resi disponibili nel 2026, rappresentano l’ultimo capitolo di questa storia. Si tratta di nuovo di uno studio ecologico, che su 15 Comuni della Val d’Agri ha confermato eccessi di mortalità generale, mortalità per tutti i tumori e mortalità per malattie del sistema circolatorio rispetto ai riferimenti regionali. Più che introdurre elementi nuovi, LucAS consolida e rafforza un quadro che emergeva da studi diversi, condotti con approcci differenti e in periodi differenti. Ora si propone di studiare ancora, di approfondire e proseguire indagini e analisi. 

Come afferma il documento diffuso da ISDE, che raccoglie la storia e le ricerche fatte, il problema della Val d’Agri non è la mancanza di conoscenze, ma il divario tra conoscenza e prevenzione. Per oltre vent’anni si sono accumulate evidenze, segnalazioni e raccomandazioni, mentre gli interventi finalizzati alla riduzione delle esposizioni sono rimasti limitati. 

Il tempo necessario per conoscere si trasforma nel tempo dell’attesa, e il tempo dell’attesa diventa tempo di esposizione e di danno che si sarebbe potuto evitare.

La domanda conclusiva è quindi semplice: quando sappiamo abbastanza per agire? L’esperienza della Val d’Agri suggerisce che ricerca e prevenzione non debbano essere considerate alternative. Gli studi devono continuare, ma le conoscenze già disponibili appaiono sufficienti per giustificare un rafforzamento delle politiche di prevenzione, della sorveglianza ambiente-salute e della partecipazione delle comunità alle decisioni che riguardano il loro futuro.

Gli strumenti di dialogo, di condivisione delle decisioni esistono e timidamente si adoperano, ma è come se le misure concrete – la riduzione del rischio, il controllo accurato delle tecnologia, la diminuzione dello sfruttamento petrolifero – rimanessero nel limbo di una bolla di sapone, che si vede nascosta da una cortina traslucida, che sale e si allontana. Forse la forza di gravità si annulla nei conflitti di interesse, forse dobbiamo chiederci: a chi serve procrastinare, rimandare, diluire?


  1. https://www.isdenews.it/val-dagri-ventanni-di-studi-tra-petrolio-salute-e-occasioni-mancate-di-prevenzione/ ↩︎
  2. Bianchi F, Cori L. Gli studi in Val D’Agri apportano conoscenza e partecipazione e richiedono interventi di prevenzione. Epidemiol Prev. 2019;43(1):79-82. doi:10.19191/EP19.1.P79.025. ↩︎

Liliana Cori è prima tecnologa presso l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, si occupa di comunicazione del rischio, ambiente e salute, partecipazione pubblica e trasferimento delle conoscenze nei territori esposti a pressione ambientale.

È stata vicepresidente di Greenpeace Italia fino a maggio 2026.  Appartiene al Board di Greenpeace Italia ed è Trustee internazionale dell’organizzazione

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