In morte della filosofa femminista Luisa Muraro, fondatrice con Lia Cigarini della Libreria delle donne di Milano, una riflessione politica sul regime dello spirito, che si tiene nella gratuità o nella grazia della rosa, che «è senza perché, fiorisce per fiorire».

Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili. Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.

La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazione per vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla. 

Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne.  Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole, che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà. 

Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) –  cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi. 

Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani – “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva…Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.

Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci».

Filosofa, ha insegnato alle università di Ginevra e di Milano San Raffaele. Ha fondato  la rivista internazionale “Phenomenology and Mind”, il Centro di Ricerca Persona. Ha pubblicato numerosi libri, ultimo Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione (Laterza 2024).

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