Parte I: “Chi Siamo”
IZ – L’osservatorio sull’Autoritarismo da Lei promosso conta già centinaia di adesioni, fra cui diversi nomi intellettuali del panorama italiano ed estero.
In un tempo che ci chiede di identificarci, di esprimerci ma non di esporci, di integrare nel dibattito pubblico nuove narrazioni e genealogie, Noi che critichiamo le prassi antidemocratiche dei governi attuali, le progressive erosioni degli spazi di libertà e di manifestazione del dissenso, chi siamo?
DP – L’Osservatorio Autoritarismo è nato proprio per esporci. Per esporre le nostre idee, analisi, progetti, e per condividerli, fuori e dentro le università. È impressionante vedere quanto pensiero politico si produca nelle università italiane – cattedre, corsi, seminari dedicati all’erosione della democrazia, alla torsione autoritaria nel governo delle città, all’uso securitario dell’intelligenza artificiale, alle riforme che, come quella della giustizia e del cosiddetto premierato, mirano a ridurre la divisione dei poteri e a scardinare il dettato costituzionale – senza che questa ricchezza riesca a farsi humus nei territori in cui le università hanno sede. E, viceversa, quante pratiche politiche esistano sui territori, animate da associazioni, cittadinanza, società civile, che non riescono ad entrare in dialogo con la produzione di saperi degli atenei. O, ancora, quanta ricerca ci sia da parte di case editrici che, come Castelvecchi – promotrice di questa iniziativa assieme all’associazione Libertà e Giustizia – pubblicano testi di autori e autrici, spesso giovani e riconosciuti internazionalmente per la novità di analisi sulla crisi globale della democrazia. L’Osservatorio nasce per mettere in dialogo questi mondi, creando un riferimento per possibili scambi di progettualità nel reticolo urbano, ma anche per dire che le università, lontane dall’essere luoghi chiusi, vanno difese dalla pretesa di piegarne e controllarne l’insegnamento e le consolidate prassi di autonomia. Cosa che già si è tentato di fare, e in diversi modi: con la progressiva criminalizzazione dei collettivi universitari e delle occupazioni; con l’art. 31 del ddl Sicurezza, stralciato prima della conversione in legge, in cui i rettori erano indicati come possibili informatori dei servizi «in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza»; con un disegno di legge attualmente in discussione al Senato inteso a introdurre in scuole e università «corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo», con l’adozione di misure, procedimenti disciplinari e sanzioni «volte alla prevenzione e alla tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario».
Non dobbiamo sottovalutare il riverbero di quel che accade negli Stati Uniti di Trump, dove l’accusa di antisemitismo è stata insensatamente scagliata contro università prestigiose e inattaccabili – come la New School for Social Research, dove insegnò Hannah Arendt, chiamata scherzosamente “la Yeshiva” – assieme all’accusa di fare opera di propaganda della cultura woke e, più in generale, di indottrinamento dell’ideologia di sinistra, con profondo sconcerto di docenti e studenti che hanno visto demonizzare Gender, Women’s, Queer, Postcolonial e Decolonial Studies, e tutti i programmi connessi a inclusione e diversità. Sempre più, vedo le università aperte come luoghi di resistenza culturale, isole benedettine dove conservare il sapere liberale di fronte all’oscurantismo che in ogni campo, dal diritto alla scienza, mette a repentaglio la tradizione democratica, proprio come fecero i monaci benedettini di fronte all’invasione dei barbari, quando conoscenze e culture rischiavano di essere travolti e c’era bisogno di trascrivere e tramandare testi e linguaggi. Anche oggi c’è bisogno di proteggere un sapere, che è quello della costruzione che chiamiamo democrazia, piena di falle, di contraddizioni e persino di inganni, ma che resta, almeno al momento, l’unica difesa del singolo davanti alla concentrazione del potere nelle mani dello Stato.
IZ – Esiste, per dirla con Weber, un idealtipo che descriva il paradigma entro il quale si tesse la trama di necessità, riflessioni e istanze comuni di chi oggi si oppone con forza alla deriva autoritaria che minaccia la democrazia italiana e mondiale?
DP – Non so se esista un idealtipo, tuttavia, per restare a Weber, potremmo rifarci al concetto di politica come professione – o per meglio dire come vocazione, mantenendo il carattere di chiamata connesso a un termine che viene dalla riforma protestante – dove politica è «aspirazione a partecipare al potere o ad influire sulla ripartizione del potere, sia tra gli Stati, sia nell’ambito di uno Stato, tra i gruppi di uomini compresi entro i suoi limiti»; mossi da quell’etica della responsabilità e quella passione che sole, per Weber, fanno guardare al futuro rispondendo delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni. Vivere non “di” politica, ma “per” la politica, in un’epoca in cui sempre più si vive “senza” politica, in una coazione al consumo di opinioni, dove ci si esprime e ci si espone senza il peso, la gravitas di una scelta, nel tempo di un like o di un post. Dove l’esporsi ha il carattere di un’ostentazione di sé e non dell’assunzione di una responsabilità. In questo modo anche le idee fluttuano, cambiano, si ritraggono, assumono le caratteristiche di una doxa che, incarnandosi in un capo come plebiscito mediatico, non ha più nemmeno bisogno delle urne.
Posso tornare allora alla domanda su chi siamo, noi che intendiamo esporci. Siamo persone che hanno fatto proprio l’insegnamento arendtiano, per cui «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più».
Declino della rappresentanza e delegittimazione sono le manifestazioni più evidenti dell’attuale “crisi della democrazia dei partiti”. Una volta strumenti fondamentali per collegare cittadini e istituzioni, i partiti faticano oggi a rappresentare i bisogni della società alimentando nei cittadini disaffezione per la politica e astensionismo. Di riflesso, nell’universo semantico dell’impegno civico abbonda l’espressione “cittadinanza attiva”.
IZ – Come ritiene sia possibile implementare forme di organizzazione post-partitica e strumenti partecipativi e deliberativi per restituire alla cittadinanza un ruolo attivo, recuperando gli spazi occupati dal potere?
DP – Forse qualcuno ricorderà la recita a favore di telecamera postata dall’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul profilo TikTok istituzionale nel novembre 2023, un anno dopo aver assunto la guida del Governo, quando si rivolse agli “italiani” irridendo i precedenti Presidenti del Consiglio designati dai partiti, quasi che i partiti fossero il male. «Voi cosa volete fare, volete contare e decidere, o stare a guardare mentre i partiti decidono per voi?» L’esistenza stessa dei partiti, che sono la base della democrazia rappresentativa, veniva additata come una condizione di dipendenza e soggezione politica, forse un imbroglio. Tralasciando l’ipocrisia di chi fin da giovane ha militato in un partito, nelle sue progressive trasformazioni, fino a diventarne la figura apicale, proviamo a guardare al disegno plebiscitario contenuto in quella che, nel video di cui parlavo, la presidente del Consiglio ha per la prima volta definito “la madre di tutte le riforme”, ovvero il premierato, dove il ruolo del presidente della Repubblica verrebbe ridotto a funzione sostanzialmente notarile e quello del Parlamento – già fortemente umiliato dal ricorso continuo alla decretazione d’urgenza – verrebbe svilito e ulteriormente asservito all’esecutivo. Credo che i partiti vadano aperti, resi luoghi di partecipazione, radicati nelle città e nei quartieri, in dialogo con la cittadinanza e le multiformi espressioni della società civile. In Italia esiste un reticolo straordinario di associazioni da cui Alexis Tsipras, in visita nel nostro paese quando era premier greco, nel 2014, rimase profondamente colpito. Una realtà non sufficientemente valutata e sostenuta, fatta di circoli sociali e culturali, catene solidali, reti di accoglienza, centri sociali, viva nonostante la crescente disaffezione alla partecipazione politica e al voto, costituisce un argine di attivismo e attaccamento alla cosa pubblica sentita come bene comune, che tuttavia da sola non basta a produrre cambiamento. La democrazia partecipativa ha bisogno della democrazia rappresentativa, e viceversa. Il rafforzamento del ruolo della società civile nelle politiche pubbliche è tema ricorrente a livello europeo e trova la sua più avanzata espressione nella Convenzione di Århus per la politica ambientale, che potrebbe essere intesa in modo più estensivo, applicando a tutti gli ambiti dell’amministrazione della vita pubblica la facoltà di accesso alle informazioni e ai processi decisionali, di partecipazione e di deliberazione. Questi principi di democrazia rappresentativa e partecipativa, previsti a livello del diritto primario, non soltanto non sono ancora stati trasposti nella legislazione europea, ma sembrano ignorati, quando non violati, dallo stesso legislatore europeo e dagli Stati membri. Promuovere la trasparenza legislativa, il principio di buona amministrazione e il diritto della società civile all’informazione e alla partecipazione sarebbe un modo per far ritrovare ai partiti quel dialogo con i cittadini che si va dissolvendo, e che tuttavia è la precondizione per la democrazia.
Parte II: “Da dove veniamo”
IZ – Oggi, un nuovo revisionismo tende a normalizzare una propaganda ideologica capillare, politica e mediatica, che opera minimizzando sugli orribili eventi della storia del Novecento, blandendo manifestazioni nostalgiche del nazi-fascismo, e sminuendo esternazioni equivoche di chi relativizza su principi e valori fondanti per l’Occidente democratico e liberale. Nelle sue pubblicazioni, Lei si è occupata di temi imprescindibili per la memoria storica collettiva, penso in particolare alle riflessioni su Hiroshima nella prefazione a “Lo Stato atomico” di Robert Jungk, e ai suoi libri Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, e Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo, editi rispettivamente da Einaudi e Bompiani.
Da dove è necessario ripartire e quali radici occorre rintracciare per renderci consapevoli di ciò che accade nel nostro presente politico, contrastando quell’ “anemia critica” di cui parlava Calamandrei riferendosi alla svolta autoritaria del 1924?
DP – Dobbiamo avere presente il fascismo. La società si è trasformata, atomizzata e al contempo globalizzata, media e partiti sono generalmente omologati in un format atlantista attento agli interessi delle lobby economiche, ed è in larga parte governata dalla digitalizzazione. Non servono il sabato fascista, il testo unico per le scuole, la «rete tentacolare di spionaggio», la «propaganda di Stato» di cui parlava Piero Calamandrei analizzando il fascismo come regime della menzogna. Nella progressiva rarefazione dello spazio pubblico, i leader di partito non parlano dai balconi ma davanti alla telecamera del proprio smartphone, in un set perpetuo dove i like sono un contatore di popolarità che va nutrita con semplificazioni e slogan che sempre più inclinano alla trivialità del linguaggio e del pensiero: l’irrisione della cultura, lo sprezzo dei fragili, lo svilimento della rappresentanza, l’assedio degli organi che hanno funzione di bilanciamento del potere, la pretesa di governare le crisi alimentandole: ad esempio affrontando la povertà con le mance, i flussi migratori con il respingimento, la guerra con il riarmo, il riscaldamento globale con il ritorno al nucleare. Molti si affannano a parlare di una definitiva normalizzazione della destra italiana, di un “pregiudizio politico” fondato su un passato ormai sepolto, svuotato di senso e significato; altri, nel campo avverso, ritengono controproducente stigmatizzare singole affermazioni, gesti o parole d’ordine, quasi che l’antifascismo fosse un vecchio e impresentabile arnese, un borbottio sclerotico di persone fuori dal tempo, anziché il fondamento della nostra Costituzione repubblicana. Eppure le parole a cui facciamo riferimento per abitare la casa comune che costituisce la nostra fragile democrazia sono, non diversamente dalle istituzioni che la proteggono, la risultante dello scontro di forze che decretò le sorti della Seconda guerra mondiale, la sconfitta del nazifascismo, la costruzione dell’Unione europea e la pace che ne seguì. In molti luoghi, a cominciare da Stati Uniti ed Europa, in particolare Ungheria, Polonia, Slovacchia, con avvisaglie anche in Grecia, il Blut und Boden (“Sangue e Suolo”) dello slogan nazista che sottende la supremazia dell’appartenenza per nascita alla nazione rischia di farsi senso comune. Ed è proprio in polemica con il culto dello Stato-nazione che l’articolo 9 della Costituzione italiana parla di una nazione della cultura e non della nascita. Del resto, l’intera storia del Novecento ha mostrato che l’appartenenza e l’identità, ben lontane dall’essere scolpite nella pietra, sono in larga parte negoziabili e revocabili. Proprio questa condizione di revocabilità, di cui il sopravvissuto è la figura più estrema – e per questo quella che maggiormente mi interroga, come lei ha notato – ci accomuna, rappresentando ciò che vogliamo ignorare, ciò che cerchiamo di mettere a tacere con pratiche di indifferenza o di ascolto sordo, rituale, affidato a un canone. È stato Imre Kertész, ebreo ungherese premio Nobel per la Letteratura, vittima del regime nazista e poi di quello sovietico, a darcene, con parole scabre, la portata: «È un dato di fatto che in questo secolo tutto è stato svelato, tutto almeno una volta ha mostrato il suo vero volto, tutto è diventato più vero. Il soldato si è trasformato in omicida, la politica in delinquenza, il capitale in una grande fabbrica di sterminio dotata di forni per bruciare i cadaveri, la legge è divenuta la regola di un gioco sudicio, la libertà del mondo si è trasformata nella prigione dei popoli, l’antisemitismo in Auschwitz, il sentimento nazionalista in sterminio dei popoli».
IZ – Se, come sostiene Gustavo Zagrebelsky, «viviamo in un tempo esecutivo», quali decreti legge e riforme ci restituiscono chiaramente lo scivolamento delle attuali democrazie in “democrature”?
DP – C’è solo l’imbarazzo della scelta. Riforma della giustizia, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci con un referendum in primavera, Autonomia differenziata, legge elettorale, legge sulla Sicurezza. In uno scenario di crisi globale della democrazia, l’attuale coalizione di governo è intenzionata a perseguire un populismo tecnico più attento alla governabilità che alla coesione e alla giustizia sociale; una “democrazia illiberale” che per affermarsi ha bisogno di ridisegnare gli equilibri tra i poteri dello Stato con un passaggio che metta mano alla Costituzione, svilendo la magistratura in quanto garanzia di uguaglianza nei diritti, dividendola e ponendola sotto il controllo dell’esecutivo. Da qui la definizione di “tempo esecutivo” fatta da Zagrebelsky, che è un tempo diverso da quello della democrazia. La priorità data all’iter della legge di revisione costituzionale sulla giustizia, approvata in quarta lettura al Senato il 30 ottobre scorso, con tempi contingentati e senza emendamenti – privando così il Parlamento della funzione di confronto democratico che dovrebbe essergli propria – si chiarisce leggendo il programma elettorale con cui Fratelli d’Italia si presentò al voto nel 2022. Al punto 22, intitolato Una giustizia giusta e celere per cittadini e imprese, dove si promette, di fatto, una resa dei conti con i giudici, fa infatti immediato seguito il punto conclusivo del programma, non a caso dedicato alla «riforma presidenziale dello Stato», poi trasformata in «premierato» ma ugualmente concepita per attuare la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo e del suo leader. Le tappe sono chiare: attuare la sottomissione della magistratura all’esecutivo con pratiche lunari come l’estrazione a sorte del Csm, l’organo di autogoverno previsto dai Costituenti per garantire l’autonomia della magistratura e il bilanciamento dei poteri dello Stato; far passare surrettiziamente i principi di un’autonomia differenziata lesiva dell’uguaglianza dei cittadini e dei diritti, benché la Consulta ne abbia dichiarato incostituzionali varie disposizioni, in particolare quelle relative al trasferimento generalizzato delle competenze regionali e alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni; far approvare dal Parlamento una legge elettorale capace di rendere inscalfibile la maggioranza al potere, preludendo all’instaurazione di un regime di premierato, con un “capo” eletto dal popolo e la riduzione della presidenza della Repubblica a mera funzione di rappresentanza. Tutto questo, in uno scenario in cui la legge sulla sicurezza, entrata in vigore nel giugno 2025, dà un quadro normativo a pervasive misure di polizia e di ordine pubblico, e le politiche economiche governative smontano i residui meccanismi di giustizia sociale e redistributiva. Democrature, democrazie autoritarie, democrazia illiberali, autocrazie elettorali, populismo autoritario: sono molte le categorie concettuali con cui si cerca di dare forma a uno scivolamento al quale non eravamo preparati.
Parte III: “Dove andiamo”
IZ – La tecnologia ha ristrutturato la regolazione dei flussi dell’informazione e della comunicazione digitali sbilanciando il rapporto tra accesso alle informazioni ed effettivo accrescimento dei saperi.
Il peso degli investitori privati nel progresso tecnologico globale rende già forte il rischio di una privatizzazione della democrazia e di forme sempre più invasive di sovranità tecnologica. Questo ci appare evidente se analizziamo la relazione tra democrazia e intelligenza artificiale su cui prevale un giudizio libertario, incarnato dai giganti tecnologici della Silicon Valley, che sostiene una forma di democrazia che avvantaggi la libertà individuale rispetto alle strutture democratiche tradizionali.
Oggi gli autocrati incentivano questo progresso; ciò significa che dobbiamo abituarci all’idea di un futuro postdemocratico, più realisticamente incline verso forme tecnocratiche ed epistocratiche di partecipazione politica?
DP – È probabile che le oligarchie saranno sempre più formate da figure che raggruppano competenze tecniche e conoscenze economiche, padroneggiando quell’insieme di oggetti, strumenti, infrastrutture e sistemi tecnologiciche chiamiamo tecnosfera, e che la partecipazione democratica – o almeno quel che ne resta – sarà possibile essenzialmente a chi è parte di un’epistocrazia. Ma il paradosso è che il dominio dei nuovi oligarchi tecnologici che detengono dati, potenza computazionale, modelli, brevetti, piattaforme digitali e reti di sorveglianza avrà sempre più bisogno di leadership autoritarie incarnate da figure estreme, sconcertanti per chi si ostini a pensare che cultura, ragionevolezza e rispetto dei codici debbano essere, almeno in qualche misura, le doti di un capo di Stato. Sempre più sono necessarie figure iperboliche capaci di trascinare il consenso di massa nel repentino mutare di un like o di un meme, attuando una sospensione o addirittura un’evaporazione della realtà, della memoria e del principio di non contraddizione. Nel gennaio 2016, mentre correva per le primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali di novembre, Donald Trump fece un’affermazione importante per comprendere la china della ragione democratica che stiamo vivendo: «Potrei stare nel bel mezzo della Fifth Avenue e sparare a qualcuno e non perderei alcun voto». In seguito, nel pieno della pandemia da covid-19, poté supporre che l’ingestione di varechina fosse un’efficace cura contro il virus, e addirittura, nel gennaio 2021, incitare i suoi seguaci ad assaltare il Congresso per contestare il risultato delle elezioni che lo avevano visto sconfitto, senza che questo gli impedisse di tornare, nel gennaio 2025, alla presidenza degli Stati Uniti.
IZ – Alla crisi della democrazia si affianca una crisi della “dimensione ecologica”, due temi solo in apparenza distanti e invece intimamente connessi nel contesto di un’ecologia integrale che Lei da anni divulga con passione. Non è un caso che i governi autoritari stiano disinvestendo sulla salvaguardia del pianeta: dalla lotta trumpiana al Green deal europeo, al ritorno di alcuni paesi ai combustibili fossili, nonostante gli impegni presi per la transizione energetica. La distruzione degli ecosistemi è parte della cultura di sopraffazione che legge il mondo gerarchicamente secondo una tassonomia che separa razzialmente gli esseri umani, distingue fra uomini e donne, e subordina l’animale all’uomo. Combattere l’autoritarismo e difendere la democrazia significa lottare contro tutto questo. Com’è possibile costruire un approccio ecologico integrale e quali suggerimenti darebbe per realizzare un’educazione scolastica che traduca questa battaglia politica in un esercizio di utopia permanente, necessario per il ripensare il futuro?
DP – Credo che si tratti anzitutto di guardare il precipizio a cui la nostra cultura ci ha condotti nella prima metà del Novecento, il mondo uscito da Auschwitz e Hiroshima, non disgiunto dalla devastazione dell’Antropocene. L’antropocentrismo, inteso come postura di dominio sul pianeta e gerarchizzazione degli esseri, crea tassonomie che hanno sempre all’apice l’uomo, bianco, maschio, dotato di logos. La separazione tra uomo e animale secondo categorie di appartenenza che negano agli animali il linguaggio, l’anima, il sapere la morte, ha attraversato le nostre filosofie imprimendo una soglia friabile oltre la quale sono state respinte intere categorie di esseri umani, variamente apparentate agli animali e, come tali – nella riduzione a cosa che per secoli abbiamo fatto dell’animale – più facili da sterminare. Bonificare, disinfestare, derattizzare sono verbi invariabilmente usati dal potere genocidario. La questione ecologica è per me, prima di tutto, un sapere la vita di ciò che esiste e sentirla come prossima. Non è un’utopia né una “visione del mondo” ma la condizione per fermarci nella distruzione delle specie e della nostra stessa possibilità di permanenza sul pianeta. Nel secolo scorso abbiamo visto all’opera un sapere scientifico messo al servizio dei ciechi burocrati dell’economia e della guerra. Meno di un mese prima dell’annichilimento di Hiroshima, il 16 luglio 1945, nella base statunitense di Alamogordo, nel New Mexico, si era svolto il Trinity test. Di fronte all’immensa nube sprigionata dalla prima bomba nucleare al plutonio fatta deflagrare nel deserto narrato come vuoto benché abitato dagli Apache Mescalero, Robert Oppenheimer, a capo del Progetto Manhattan, pronunciò una frase che un giornalista del «New York Times» avrebbe, anni più tardi, reso famosa: «Sono diventato Morte, il distruttore di mondi». È una citazione della Bhagavad Gita, il più importante poema filosofico-religioso indiano. In totale, si stima che a causa delle atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki siano morte più di 300mila persone, includendo chi, negli anni successivi, fu colpito da leucemia, tumori solidi e malattie genetiche. Quando il presidente Harry Truman, sedici ore dopo l’esplosione, diede l’annuncio dello sgancio di “Little Boy” su Hiroshima, pronunciò parole che, accostate a quelle di Oppenheimer, costituiscono una perfetta parabola della criminalità antropocentrica che alimenta la nostra cultura: «Con questa bomba abbiamo raggiunto un nuovo e rivoluzionario incremento della capacità di distruzione, così da potenziare la crescente forza delle nostre armate […]. È una bomba atomica. È l’assoggettamento del potere alla base dell’universo. La forza da cui il sole trae potenza è stata scatenata contro coloro che hanno portato la guerra in Estremo Oriente[…]. Abbiamo investito due miliardi di dollari sulla più grande scommessa scientifica della storia. E abbiamo vinto».
Con l’enciclica Laudato si’, papa Francesco ha chiesto agli abitanti della Terra, credenti e non credenti, di fermarsi a riflettere sull’evidenza che l’umanità sta creando le condizioni per la propria estinzione. Non si è limitato a una predicazione del bene: ha delineato le fratture sociali e i guasti ambientali connessi all’attuale modello di dominio economico e alla cultura predatoria estrattivista che ci sovrasta; ha nominato le cause dell’ingiustizia e indicato gli strumenti per contrastarla; ha visto nell’impegno dei cittadini e delle cittadine, degli attivisti e delle attiviste del mondo la via per la riconciliazione con le creature – umani, animali, piante ed ecosistemi. Un testo pienamente politico che è stato molto citato senza che i decisori politici se ne sentissero davvero investiti, fino ad essere ridotto a un insieme di slogan, divorato nonostante la sua potenza dai dispositivi retorici del greenwashing: la stessa macchina di dissoluzione della realtà che sta corrodendo non solo le democrazie ma anche gli strumenti per difenderle. Credo che se venisse insegnata nelle scuole la nostra contiguità con il vivente – il nostro essere pienamente natura, partecipi della bellezza del mondo, dotati di uno stesso plurimo linguaggio – nelle nostre esistenze quotidiane si avrebbe la rivoluzione prodotta dal riverbero della parola felicità, impronunciabile in politica.

