Il 2 giugno 1946 è la data d’inizio della nostra libertà e della Repubblica. È anche la data conclusiva della tirannide, il culmine di un processo di Liberazione che era cominciato con gli scioperi del marzo 1943, prima della caduta del regime di Mussolini, il 25 luglio. La storia del 2 giugno 1946 è raramente ricordata e, anzi, tende a essere rimossa. Resistenza, guerra di liberazione, guerra civile: sono termini scomparsi dal nostro vocabolario mentre la parola antifascismo è in declino, come se fosse parte di un tempo arcaico o di un’ideologia divisiva. In questa breve nota vorrei parlare di alcuni eventi che fanno parte della storia del 2 giugno 1946.
Tra settembre 1943 e la primavera del 1945, nell’Italia del centro-nord si verificarono due processi concomitanti: la progressiva liberazione di territori e paesi per mano dei partigiani, e la ricostruzione, con la fondamentale partecipazione delle popolazioni liberate, delle condizioni primarie di vita civile dopo il crollo dello Stato centrale. L’effetto immediato dell’armistizio dell’8 settembre 1943 aveva comportato l’abbandono al loro destino dei civili e dell’esercito nell’Italia del centro-nord e l’occupazione militare del centro-sud da parte degli alleati. Parte del paese si trovò in uno stato di natura: gli abitanti dovettero provvedere da sé alla propria sussistenza e alla propria difesa, sia civile sia militare. Le descrizioni delle condizioni della popolazione dopo l’armistizio, senza uno Stato e con gli ex alleati (i tedeschi) diventati, nel giro di poche ore, nemici occupanti, possono essere intese come descrizioni empiriche di un vero e proprio bellum omnium contra omnes. «Non c’era nulla, l’ordine statale non esisteva più», ha scritto Claudio Pavone.
Dopo due decenni di obbedienza imposta, nessuno in quelle regioni senza Stato sapeva a chi obbedire. La mancanza di qualsiasi autorità istituzionale mostrò ciò che era stato il fascismo: l’uso arbitrario della forza per ottenere obbedienza, un consenso conformista indotto dalla paura. Lo stato di natura e il fascismo si assomigliano almeno in questo. Pertanto, come ha scritto Pavone, la prima scelta consapevole in quel vero stato di natura fu la «disobbedienza di massa». La disobbedienza (contro le forze di occupazione e i loro alleati fascisti) fu il primo atto di autonomia politica in quei territori. La libertà fu antifascismo e motore del potere costituente.
In quel contesto morale e sociale interamente retto sull’impegno volontario e sulla responsabilità delle persone, la ricostruzione di un’autorità civile iniziò sotto forma di un foedus, di patto, tra gli abitanti dei villaggi liberati, espressione dell’ethos di comunità e di solidarietà.
Con la dissoluzione del potere costituito, la prima pratica autorevole di sopravvivenza e di libertà fu il patto di unità, una pratica intrinsecamente democratica comparabile all’abitudine
al vivere civile che Machiavelli aveva descritto come difficile da sradicare. Scrive Pavone:
«L’aggregazione partigiana fu facilitata da piccole comunità locali o da un ambiente
locale non ostile, basato sulla comunità, che recuperò al suo interno le risorse etiche della
solidarietà e del rispetto reciproco».
Le «repubbliche partigiane» sono l’esempio di quel fenomeno primario di potere costituente democratico, di ricostituzione dell’autorità al di fuori della sovranità statale e in forma di autodeterminazione (la più riuscita e conosciuta delle repubbliche fu quella della Val d’Ossola), aliena da qualsiasi intenzione di creare Stati autonomi, tantomeno di separarsi dallo Stato nazionale. L’assenza di una giurisdizione statale trasformava ogni villaggio in una terra da ripoliticizzare attraverso nuove norme, in attesa della fine della guerra e della riattivazione dello Stato nazionale. Per quelle comunità, la guerra si concluse con la liberazione delle loro terre dal fascismo.
Fu la loro vittoria sul campo, materialmente temporanea ma civicamente duratura. Le brigate partigiane, insieme ai cittadini delle zone liberate, contribuirono a creare «istituzioni governative», unendo tutti gli abitanti adulti, al di là delle divisioni religiose e ideologiche, attorno ad alcuni accordi fondamentali in materia di tassazione, istruzione, epurazione, redistribuzione di terre confiscate, perequazione delle condizioni economiche ed elezioni: questi gli ambiti di decisioni fondamentali prese all’atto di creare le «amministrazioni popolari». In alcuni paesi le istituzioni locali furono scelte con elezioni dirette, in altri con elezioni indirette; in alcuni le donne furono incluse nel demos, in altri no; in alcuni la redistribuzione sociale era più radicale che in altri.
Queste differenze chiariscono il significato del potere costituente come «fondazione» che
riflette l’esperienza storico-politica delle popolazioni. Erano democratiche, quindi, non tanto per le specifiche decisioni che presero, quanto per il processo di autonomia: decisioni prese da persone libere secondo la loro visione della comunità, le loro tradizioni e anche i loro pregiudizi; per questo, le decisioni non erano identiche nei vari villaggi e le loro norme non erano sempre pienamente inclusive.
Come scrisse Massimo Legnani, «[n]essuna “repubblica” partigiana è nata e si è sviluppata obbedendo a un progetto prestabilito, e nella maggior parte dei casi […] le nuove forme di vita civile e politica sono state innestate nella struttura militare» delle brigate partigiane; così, quando le brigate condividevano ideali socialisti, la struttura della repubblica risultava più egualitaria. Tuttavia, non si trattava di un programma prestabilito, bensì del segno delle tradizioni politiche locali, che esprimevano sia le brigate di resistenza sia il progetto di governo. Mettendo insieme le loro risorse economiche e cognitive (le loro esperienze di governo e la loro intelligenza e memoria storica nel formulare regole e trovare accordi), quelle persone divennero cittadine e diedero vita alla loro res publica. Erano costituenti democratici.
Il processo di liberazione dal dominio dispotico non fu solo guerriglia e sabotaggio, non fu solo potere negativo. Le norme cominciarono a vivere nel momento in cui gli italiani e le italiane decisero di prendere le armi per liberarsi. La resistenza fu costruzione di una nuova Italia, quella che il 2 giugno si espresse a favore della Repubblica e che elesse i rappresentanti dell’Assemblea costituente.
Estratto da Luca Baldissara, Nadia Urbinati, Nata democratica. Dalla lotta partigiana alla Costituzione, dalle armi alle norme: la Repubblica nasce democratica, la democrazia si apprende praticandola, Il Mulino, Bologna 2026

