La peculiarità del 2 giugno 1946 è nella sua doppia natura: da un lato momento istituzionale fondativo della Repubblica; dall’altro processo di democratizzazione sociale e simbolica che ridefinisce il concetto stesso di “popolo sovrano”.


Il 2 giugno 1946 rappresenta uno dei momenti di più radicale rifondazione democratica della storia italiana contemporanea. Non soltanto perché segna il passaggio istituzionale dalla monarchia alla Repubblica, ma perché inaugura, per la prima volta nella storia nazionale, una cittadinanza politica formalmente universale. La partecipazione delle donne al voto referendario e all’elezione dell’Assemblea Costituente significò infatti una cesura storica che modifica la grammatica stessa della democrazia italiana. Non si trattò semplicemente dell’estensione di un diritto elettorale: il suffragio femminile introdusse nello spazio pubblico nuovi soggetti politici, nuove istanze sociali e nuove forme di rappresentazione della comunità nazionale.

In questa prospettiva, la famosa testimonianza della giornalista e scrittrice Anna Garofalo assume un valore paradigmatico. Nelle sue pagine dedicate al primo voto delle italiane, Garofalo non descrive soltanto un evento politico, ma restituisce la densità emotiva e simbolica di una soglia storica attraversata collettivamente dalle donne italiane. Le sue parole, «stringiamo le schede come biglietti d’amore», diventano una delle più potenti rappresentazioni della relazione tra esperienza privata e nascita della cittadinanza democratica.

L’originalità dello sguardo di Garofalo risiede soprattutto nella capacità di cogliere il carattere relazionale del voto femminile. Nelle interminabili file davanti ai seggi, nelle donne che portano con sé sgabelli pieghevoli e parlano per la prima volta insieme agli uomini di scelte politiche e sociali, nelle conversazioni «dal tono diverso, da pari» tra uomini e donne, si manifesta la trasformazione profonda del tessuto democratico italiano. Il voto non appare soltanto come un dispositivo procedurale, ma come un’esperienza pedagogica di accesso alla dignità pubblica, di riappropriazione dello spazio pubblico.

La peculiarità del 2 giugno 1946 risiede proprio in questa doppia natura: da un lato momento istituzionale fondativo della Repubblica; dall’altro processo di democratizzazione sociale e simbolica che ridefinisce il concetto stesso di “popolo sovrano”. Per la prima volta, infatti, le donne non sono chiamate soltanto a partecipare, ma a concorrere direttamente alla costruzione della nuova architettura costituzionale dello Stato. È qui che il suffragio femminile italiano assume un carattere profondamente diverso rispetto ad altre esperienze europee: il voto delle donne coincide con l’atto originario della Repubblica e con la scrittura della Costituzione.

Questo elemento produce una conseguenza politica e simbolica decisiva. Le donne italiane non entrano in una democrazia già costituita; contribuiscono a fondarla. La loro cittadinanza nasce simultaneamente alla nascita della Repubblica. È una coincidenza storica che attribuisce al suffragio femminile italiano una forza costituente dirimente, profondamente intrecciata all’antifascismo e alla ricostruzione democratica del Paese. Come sottolineato da numerose interpretazioni storiografiche, il 2 giugno va letto in continuità con il 25 aprile: la Liberazione dal fascismo trova il proprio compimento democratico nel coinvolgimento diretto dell’intera cittadinanza, comprese finalmente le donne.

Tuttavia, limitare la memoria del 2 giugno alla sola conquista del voto rischierebbe di produrre una lettura riduttiva e celebrativa. La vera portata storica di quell’evento emerge pienamente osservando il ruolo svolto dalle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente, le cosiddette “madri costituenti”.  Le ventuno costituenti provenivano da culture politiche differenti: cattolica, socialista, comunista, azionista, ma condivisero una comune consapevolezza: la necessità di inscrivere nella nuova Carta costituzionale il principio dell’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne. La loro presenza numericamente minoritaria non impedì loro di esercitare un’influenza decisiva su alcuni dei principi più avanzati della Costituzione repubblicana. Figure come Nilde Iotti,Teresa Noce, Teresa Mattei, Lina Merlin e Maria Federici contribuirono in modo sostanziale all’elaborazione degli articoli dedicati all’uguaglianza, alla dignità sociale, al lavoro femminile, alla tutela della maternità e all’accesso agli uffici pubblici.

Particolarmente significativo fu il dibattito sull’accesso delle donne alla magistratura e alle cariche pubbliche. Sempre Anna Garofalo raccontò con lucidità il clima culturale dell’epoca, segnato da resistenze profonde e da un persistente immaginario patriarcale. Gli interventi contrari alla piena partecipazione femminile alle istituzioni insistevano sulla presunta “emotività”, “isteria”, delle donne e sulla loro naturale destinazione domestica. Le costituenti reagirono a queste posizioni costruendo una delle prime grandi battaglie democratiche della Repubblica nascente.

La rilevanza storica delle madri costituenti non risiede soltanto nei risultati normativi ottenuti, ma nel metodo politico introdotto dentro l’Assemblea. Esse portarono nel dibattito costituzionale questioni fino ad allora considerate marginali o private: la maternità come funzione sociale, la tutela dell’infanzia, il diritto al lavoro femminile, l’uguaglianza familiare, l’accesso all’istruzione. In questo senso, le costituenti produssero una politicizzazione dell’esperienza quotidiana femminile che anticipa molte delle elaborazioni successive del femminismo democratico.

La loro azione contribuì a definire alcuni dei principi più innovativi della Costituzione italiana, a partire dall’articolo 3 sull’uguaglianza sostanziale e dall’articolo 37 sulla tutela della donna lavoratrice. La Costituzione italiana nasce dunque anche come tentativo di superamento della storica esclusione femminile dalla cittadinanza piena. Eppure, proprio questa consapevolezza impone una riflessione critica sulla distanza tra cittadinanza formale e cittadinanza sostanziale. Il voto del 1946 non ha cancellato immediatamente le disuguaglianze di genere né trasformato automaticamente la struttura patriarcale della società italiana. Piuttosto, aprì un conflitto democratico destinato a proseguire nei decenni successivi: quello tra il riconoscimento giuridico dell’uguaglianza e la concreta redistribuzione del potere sociale, economico e simbolico.

Per questo motivo il 2 giugno 1946 non può essere letto soltanto come anniversario celebrativo. Rappresenta ancora, e oggi più che mai, una domanda aperta sulla qualità della democrazia italiana e sulla capacità delle istituzioni di includere pienamente soggetti storicamente marginalizzati. La memoria del voto alle donne non riguarda esclusivamente il passato ma interroga il presente della rappresentanza politica, della partecipazione e dell’accesso effettivo ai diritti.

Nella forza evocativa delle parole di Anna Garofalo resta allora custodita una delle immagini più profonde della nascita democratica italiana: donne che attendono per ore davanti ai seggi, stringendo schede elettorali “come biglietti d’amore”. Senza rossetto.
Non un’immagine retorica, ma la rappresentazione concreta di una cittadinanza conquistata attraversando macerie, guerra, esclusione e subordinazione. È in quella fila, più ancora che nell’atto formale del voto, che nasce la Repubblica democratica italiana.

Valentina Di Gennaro è consigliera comunale del Comune di Civitavecchia e Delegata alle Politiche di Genere. Laureata in Scienze pedagogiche e dell’educazione degli adulti e della formazione continua presso l’Università degli Studi Roma Tre, si occupa di pedagogia sociale, diritti, inclusione e politiche culturali.
Nel suo impegno istituzionale promuove percorsi dedicati alla cittadinanza attiva, alla memoria democratica, alla valorizzazione degli spazi pubblici e al contrasto delle disuguaglianze, con particolare attenzione ai temi dei diritti delle donne, dell’educazione e delle periferie urbane.

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