Il decreto legislativo n. 23 del primo febbraio 1945 stabilì il suffragio universale. Per la prima volta le donne italiane poterono votare e partecipare alla vita politica del paese. Il 2 giugno 1946 poterono così esercitare il “doppio voto” per il referendum istituzionale tra monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente, nella quale entrarono ventuno donne, prendendo attivamente parte alla scrittura della nuova Costituzione.
Le file di uomini e di donne ai seggi furono il segno visibile di un passaggio epocale dopo che, per due decenni, l’ideologia fascista aveva ridotto la presenza femminile a funzione domestica e biologica. Nelle scuole e nei cinegiornali dell’Istituto Luce era stata celebrata la sottomissione della donna al capofamiglia e il suo “naturale” dovere patriottico di partorire figli per la guerra. Le immagini di donne macilente, spossate dalle gravidanze, stese in un letto con in braccio il nuovo nato, circondate da una quindicina di figli e da un marito impettito nella propria virilità e fede littoria, venivano portate a esempio di eroismo e dedizione al Duce. Ma la guerra e le vessazioni del regime avevano profondamente spezzato quell’ordine simbolico: tra il 1943 e il 1945, decine di migliaia di donne di ogni età e ceto sociale avevano scelto di entrare nella Resistenza per abbattere il nazifascismo. Lo fecero in modi molteplici, come staffette, organizzatrici, combattenti, infermiere, addette alle comunicazioni. Non figure marginali, ma parte essenziale della rete clandestina, dai Gruppi di azione patriottica (GAP) alle Squadre di azione patriottica (SAP), fino ai Gruppi di difesa della donna (GDD) che, dopo l’8 settembre 1943, coinvolsero circa settantamila italiane, tra cui Alda Gobetti, futura vicesindaca di Torino. Pianificarono sabotaggi, compirono azioni di guerriglia, attraversarono le linee nemiche per consegnare documenti, stampa clandestina, beni alimentari, medicine, armi e istruzioni per le azioni partigiane.
Molte di loro furono deportate, incarcerate, torturate, uccise, non diversamente dagli uomini, eppure, per lungo tempo, furono pochissime quelle insignite con medaglie e riconoscimenti ufficiali. Su 35mila partigiane combattenti (molte di più furono quelle che svolsero “semplici” funzioni di supporto), solo 19 ricevettero la Medaglia d’oro al valor militare, e solo quattro ottennero il riconoscimento da vive. Per lunghi anni la loro partecipazione fu resa marginale, se non addirittura cancellata, dalla storiografia ufficiale e dagli stessi compagni e familiari che non potevano accettare l’improvvisa libertà guadagnata nella clandestinità. Non solo si riteneva che la presenza femminile gettasse un’ombra sull’immagine eroica dei combattenti maschi, ma gravava, in particolare sulle deportate, un sospetto e un’incredulità. Rammenta Liliana Segre: «Ho incontrato all’Aned le famose operaie della Franco Tosi. Una mi raccontava che, tornata a casa, i genitori l’avevano apostrofata: “Cosa hai fatto, te? Cosa hai fatto per cavartela?”Si dava per scontato che la donna fosse andata a letto con tutti, per cavarsela, mentre a nessuno veniva in mente di chiedere a un uomo se si fosse prostituito, per cavarsela. L’altro sospetto era: “sei diventata una Kapo?”».
Il ruolo sociale nel quale le donne dovevano rientrare non prevedeva l’eccesso dell’esperienza che avevano attraversato. Alla figura di figlia, sorella, moglie, ben difficilmente si sopportava di sovrapporre quella di reduce, ex deportata, partigiana. Comportati bene, sii presentabile, dimentica: questi erano gli imperativi sociali.
Nel 1994, Lidia Beccaria Rolfi, partigiana deportata a Ravensbrück, durante un convegno dell’ANED dedicato alla deportazione femminile, rimproverò a giornalisti e storici la mancanza di attenzione verso l’esperienza delle donne: «La storia vera, si sa, la fanno gli uomini, è destinata agli uomini. Donne e bambini sono soltanto un incidente di percorso, non hanno volto e non hanno nomi, vanno bene solo a completare i quadri dell’orrore con le loro manine alzate, il numero sul braccio e gli occhi da animali feriti». E continuava: «Noi siamo vecchie e stanche, le più giovani hanno settant’anni: ma il bisogno di andare a fondo di questa storia è sempre lo stesso, vogliamo che la nostra storia venga alla luce, sia conosciuta».
Nell’ottantesimo anniversario della Repubblica, continua a essere importante onorare questa richiesta. Non solo ricordare le donne della Resistenza, ma comprenderne a fondo il lascito, a cominciare dalle ventuno elette all’Assemblea Costituente, che vollero incidere nella nostra Carta il ripudio della guerra, il dovere di solidarietà, l’uguaglianza senza distinzioni di sesso, la tutela del lavoro femminile e la piena cittadinanza sociale.
La Resistenza femminile ha trasformato la nozione stessa di cittadinanza, ponendo domande ancora oggi ineludibili: chi ha voce nello spazio pubblico? Quali soggetti consideriamo centrali, e quali rigettiamo ai margini? Per questo è importante, il 2 giugno, celebrare la nascita di una cittadinanza finalmente universale, sapendola ancora non compiuta, e anzi in parte tradita, bisognosa della nostra capacità di ripartire dalle voci, dalle intenzioni, dalle speranze maturate nella Resistenza antifascista.

