Esprimo da subito un desiderio. Care lettrici, cari lettori, non pensate che oggi vi parli di cavilli. C’è piuttosto una questione che mi sembra sia finora sfuggita a tutti, a partire dal sottoscritto.
Preambolo: diventa sempre più chiara la vera natura del referendum a cui saremo chiamati tra pochi giorni. Che trascende di gran lunga la contrapposizione infinita e un po’ artificiosa tra politici e magistrati ma investe in pieno la nostra Costituzione. Generando una specie di salto quantico. Non avrebbe potuto dirlo meglio – con il linguaggio del corpo – il nostro Presidente della Repubblica. Che non per caso, il 18 febbraio, ha presenziato a una seduta assolutamente ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura. Cosa mai fatta, come ha sottolineato, in 11 anni.
Che voleva dire quella presenza? Che la Costituzione è sotto tiro.
E che il presidente della Repubblica, che della Costituzione è il supremo garante e del CSM è – proprio a norma di Costituzione – il presidente, la difenderà. Sia chiaro, ha voluto dire Mattarella: il Consiglio Superiore della Magistratura è organo costituzionale, e non può essere oggetto degli insulti e degli oltraggi di altri organi costituzionali, tipo il governo. Altrimenti, dico io, diventa eversione costituzionale, che nell’attuale demolizione del diritto internazionale assumerebbe una curvatura destabilizzante.
Ed è qui che vi consegno allora la mia piccola riflessione. I processi “eversivi” (debitamente tra virgolette) si alimentano di cose grandi e piccole, o apparentemente tali. Ebbene, oggi nella travagliata vicenda della Costituzione si introduce con la riforma Nordio una minuscola ma significativa novità. Che non è fatta di architetture giudiziarie, ma di parole. Proprio così. Rileggiamo questa nostra Carta, che, da destra o da sinistra, tutti i vincitori “forti” delle elezioni vogliono riformare per comandare di più. E scopriremo che nel testo della Costituzione la parola “carriera” proprio non esiste. O meglio, compare nell’articolo in cui si prevede saggiamente che possano esservi limiti alla militanza partitica per i militari “di carriera in servizio attivo” (art.98). Per il resto, niente di niente. La parola proprio non compare, hai voglia a cercarla. E non perché i costituenti progettassero una umanità piatta. Al contrario la nostra Costituzione si fa carico di valorizzare i “meriti”, sottolinea la possibilità per tutti di giungere alle più alte cariche, sostiene i processi di elevazione spirituale e culturale, è generosa seminatrice della parola “promozione”. Ma occuparsi delle “carriere” sembra non volerlo fare. E conoscendo la prudenza, il senno storico, il senso del diritto che guidò i costituenti nell’impresa di dare al paese una Costituzione a prova di guerra e di dittatura, se quella parola non compare una ragione dev’esserci. Ed è che non sono le “carriere” a dovere essere protette e incentivate. Il termine evoca infatti e spesso nasconde la dimensione dell’ambizione, della competizione, o della selezione. Non il demonio, non il male, sia chiaro; ma comunque non beni meritevoli di una speciale tutela; termine per master, più che per la Carta suprema.
Esattamente come il profitto, motore dello sviluppo, legittima ricompensa di fatiche e innovazioni, ma che la Costituzione, senza nominarlo, inquadra nel rapporto tra iniziativa economica e utilità sociale. Insomma, i padri costituenti non vollero lasciare nessuna porta aperta agli istinti di affermazione utilitaristica, e le porte meritevoli di considerazione le chiamarono in modo appropriato, spogliandole della loro ambivalenza. Prevalse in loro un visibile rifiuto semantico. Perciò le attività istituzionali diverse e separate, vennero chiamate funzioni (o mandati). E funzioni diverse previdero, per questo, nella magistratura. Concetto solido. Sempre più rigorosamente regolato, fino ai tempi più recenti. Che però ai nostri riformatori non basta. Bisogna andare oltre, occorre il salto quantico, passare alle carriere.
Scolpire in Costituzione la parola tenuta fuori dai costituenti. Così nel linguaggio (e nella natura) della Costituzione viene giù una diga. Invisibile forse, ma diga.

