Le due facce del caso Rogoredo 

27 Febbraio 2026

Nello Rossi Direttore di Questione Giustizia

Articolo pubblicato su Questione Giustizia
Nello Rossi, 27 Feb 2026

Titolo originale Le due facce del caso Rogoredo

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

Nella sarabanda delle cangianti dichiarazioni a favore di ogni agente di polizia, all’insegna della montante demagogia politica, la difesa dell’onore delle polizie è piuttosto delegata a loro, e alla loro capacità di agire con intelligenza e dedizione al servizio della Repubblica.

Nel caso Rogoredo è veramente difficile dire “dove” sia stato toccato il fondo dell’insipienza e della demagogia. 

Se nella difesa – cieca, aprioristica, ottusa – dell’agente Cinturrino, sulla cui parola si è stati pronti a giurare, negando legittimità ad ogni necessario accertamento ed alla ricerca della verità. 

O se nella successiva invocazione – anch’essa cieca, aprioristica, ottusa – di una giustizia “esemplare” nei confronti dell’infedele appena è emersa– non grazie alla politica ma alla stessa polizia ed alla magistratura – un’altra verità, diversa da quella su cui si era pronti a giurare sino ad un momento prima. 

Dapprima le perentorie affermazioni di fiducia e di fedeltà: “Io sto con il poliziotto”. “Ancora il doppiopesismo di certa magistratura”. “Un ennesimo argomento per votare sì al referendum costituzionale”.

Subito dopo, la proclamazione di intenti feroci: “Saremo implacabili con chi sbaglia”, “Sempre con le forze dell’ordine ma non con chi sbaglia”, “Chi sbaglia in divisa paga anche più degli altri”. 

A fronte di queste grottesche piroette nasce spontaneo un interrogativo. 

Nella sarabanda delle cangianti dichiarazioni di massimi esponenti della destra al governo- Meloni, Salvini, Bignami ed altri – pronunciate senza un accenno di rossore e senza alcuna riflessione autocritica, c’è posto anche per un minimo scrupolo di verità e di giustizia?

Oppure nello Stato finalmente “sicuro”, promesso dai decreti governativi emanati a ripetizione, sarà la demagogia politica a farla da padrona in materia di giustizia ed a dettare impunità scandalose o sentenze “esemplari” (e perciò stesso ingiuste come impara ogni studente al primo anno di legge e come sa ogni cittadino di buon senso) secondo l’impulso del momento e gli input interessati dei vertici politici?

Se si trattasse solo di clamorosi infortuni politici il tema non sarebbe di grande momento. Ve ne sono stati in passato e purtroppo ve ne saranno ancora in futuro se si continueranno a strumentalizzare così platealmente delicate questioni di giustizia per fare propaganda e raccattare consenso. 

Nel caso Rogoredo – come in altri casi analoghi che l’hanno preceduto- è però in gioco una questione istituzionale di cruciale importanza che non consente sottovalutazioni: il rapporto tra lo Stato democratico di diritto e le forze di polizia. 

Le nostre polizie rappresentano un prezioso patrimonio di professionalità e di lealtà repubblicana ma – in quanto legittime detentrici del monopolio della violenza – devono operare nei limiti del diritto ed essere sottoposte ad un attento e sereno controllo democratico.

Eppure a questo controllo stanno progressivamente abdicando le diverse componenti della destra, da anni impegnate in un inquietante tentativo di “politicizzazione” e di “fidelizzazione” della polizia alla maggioranza di governo.

Questa rinuncia ad un controllo – come si è detto costante, attento, sereno – è un frutto amaro del governo di destra, che non appartiene alla tradizione democratica del paese. Ed è una relativa novità che può produrre in alcuni agenti – magari i meno esperti, i meno formati, i meno motivati – una pericolosa sensazione di impunità non bilanciata da occasionali invocazioni di punizioni esemplari. 

Le diverse “facce” del caso Rogoredo stanno lì ad attestare che la difesa dell’onore, del prestigio e dello status giuridico ed economico delle polizie non può poggiare sul sostegno di interessati padrini politici ma sulla loro capacità di operare con intelligenza e dedizione al servizio della Repubblica.

Nello Rossi, già magistrato, dal 2019 è direttore della Rivista on line Questione Giustizia, Vicepresidente del Tribunale permanente dei popoli.

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