Quando nel gennaio di quest’anno sono venuto a sapere dell’avviso di conclusione delle indagini nei miei confronti per il reato di blocco ferroviario, devo ammettere che la mia prima reazione è stata di incredulità. Da ormai oltre 10 anni ho a che fare per lavoro con procedimenti amministrativi che riguardano il soggiorno degli extracomunitari in Italia e negli anni ho visto con i miei occhi il disegno volto a criminalizzarli ed a colpire le loro libertà personali. E, tuttavia e purtroppo, gli extracomunitari, i migranti, i “clandestini”, come li chiama certa destra, non sono mai arrivati nel dibattito politico e legislativo italiano a godere fino in fondo dello status pieno di “persona” secondo quanto previsto dall’articolo 3 della nostra Costituzione. La loro condizione, non a caso, è ancora definita da una legge che si chiama Bossi-Fini. Ed ogni operatore del diritto che li accompagna nelle loro pratiche sa che la loro possibilità di far valere pienamente diritti umani come quello all’unità familiare, alla stabilità di un titolo di soggiorno, all’accesso a una graduatoria per una casa popolare passa spesso da contenziosi burocratici, se non addirittura giudiziari, e dal richiamo a legislazioni europee e internazionali contro atti della pubblica amministrazione italiana.
Avevo ben presente, dunque, che in Italia esiste già da tempo una legislazione “emergenziale” che costruisce un “nemico interno” alla società.
A gennaio di quest’anno, però, mentre ritiravo il provvedimento in Questura a Massa ho dovuto iniziare a fare i conti con il fatto che la linea di definizione di quel nemico interno, nel nostro paese e in molti altri del mondo, si sta dilatando a categorie ben più ampie dei soli stranieri. Tra le 37 persone colpite da un provvedimento di conclusione delle indagini, infatti, oltre al sottoscritto ci sono decine di sindacalisti e attivisti che il 3 ottobre 2025 a Massa stavano manifestando contro il genocidio a Gaza. Trentasette persone, tra le migliaia in piazza in quel corteo e le centinaia di migliaia di persone manifestanti in tutto il paese che costituivano la truppa di terra della Flotilla che provava a rompere il blocco navale intorno alla Palestina e a denunciare la vergogna di Istituzioni, tra cui il nostro Governo, che di fronte al genocidio ritenevano che il diritto internazionale valesse “fino ad un certo punto”. Quel giorno a Massa, dirigenti della Cgil, di Usb, dei partiti della sinistra e soprattutto tante e tanti comuni cittadini e cittadine, in gran parte giovani, hanno manifestato in maniera molto determinata e pacifica tutta la loro indignazione e il loro dissenso verso la complicità dei governi occidentali. Adesso 37 di quei manifestanti rischiano una condanna da 6 mesi a 2 anni di carcere per il reato di blocco ferroviario. Un reato depenalizzato nel 1999 e reintrodotto dai decreti sicurezza, insieme a molti altri e l’inasprimento di molte altre pene. La vicenda di Massa, dunque, chiama in causa il senso reale della libertà prevista dall’articolo 17 della nostra Costituzione, che in un paese democratico non può essere ridotta al manifestare il proprio dissenso nelle forme che il potere ti concede (o non ti concede) con il rischio sempre più arbitrario di poter essere poi indagato e magari condannato. O addirittura, secondo le proposte del nuovo decreto sicurezza, cadere in una spirale di criminalizzazione con fermi preventivi e pene abnormi. Il dissenso non può essere trasformato in reato, anche quando viene esercitato in forme radicali rispetto al potere e alle sue decisioni, altrimenti siamo già oltre una democrazia liberale, con la creazione di sempre più categorie di nemici ed una repressione che non può che crescere.
È questa la riflessione da fare dopo 6 pacchetti sicurezza negli ultimi 18 anni e con il settimo che si prepara ad essere approvato in Parlamento. Qualcuno pensava che questo sistema penale emergenziale riguardasse gli immigrati, i partecipanti ai rave, gli ultras, i maranza, i marginali. In realtà ci parla della possibilità o meno che ognuno e ognuna di noi ha di opporsi con il proprio corpo e la propria volontà alle ingiustizie che ci circondano ed alle guerre presenti e future. Se non lo smantelliamo per tutti, sarà difficile restarne indenni.
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