Giovedì 26 febbraio alle 4.00 ero in spiaggia.
Nel cielo stelle luminose e tante, tante, come a Milano non se ne vedono mai. Il mare mormorava tranquillo, un’onda dopo l’altra. Faceva freddo. Ho pensato a quanto gelide dovevano essere quelle acque la notte di tre anni fa, mentre la tempesta sfasciava una malconcia imbarcazione di legno con l’assurdo nome di una nave da crociera, “Summer Love”.
A bordo 180 persone partite tre giorni prima dalla Turchia, provenienti da Afghanistan, Iran, Pakistan, Palestina, Siria e Somalia. Volevano arrivare in Europa per costruire per sé e per i figli un futuro migliore. Com’è lecito, com’è nella storia di molte famiglie italiane ed europee.
È in corso il processo per accertare come mai i soccorsi non siano arrivati in tempo, nonostante gli appelli dalla barca e le segnalazioni di Frontex. Sarebbe però riduttivo considerare responsabili solo i funzionari in servizio quella notte. Quello che è accaduto discende dalla politica disumana che l’Italia e la UE vanno inasprendo di provvedimento in provvedimento, cristallizzando il concetto di “migrante = minaccia per l’ordine pubblico”, in spregio a qualsiasi standard internazionale di tutela dei diritti umani.
Per salire a bordo della “Summer Love” quelle persone avevano pagato migliaia di dollari: quanto meno sarebbe costato un volo aereo e quanto più sicuro sarebbe stato il loro viaggio?
Cosa impedisce che ciò avvenga?
L’assenza di canali regolari e sicuri che garantiscano alle persone di arrivare incolumi in Europa, come è consentito a tutti i cittadini europei che vogliono trasferirsi in qualsiasi parte del mondo.
Farzaneh Maleki è afghana, vive in Germania e aspettava di accogliere lo zio, la zia e i tre cuginetti che non sono mai arrivati. Giustamente non parla di “naufragio”, ma di “strage” ed è convinta che, se a bordo ci fossero stati degli italiani, i soccorsi sarebbero arrivati. La democrazia di cui ci vantiamo si infrange a 80 metri dalla riva se non si tratta “di qualcuno dei nostri”.
I parenti delle vittime non hanno ancora ottenuto quanto promesso da Meloni all’indomani della tragedia: la concessione di visti temporanei per chi di loro desidera visitare questi luoghi. Una richiesta di umana pietas a cui risponde la crudeltà travestita da indifferenza.
Abbiamo ricordato le 94 persone, di cui 34 minorenni, che sono morte qui non solo perché il mare era agitato, ma per l’inazione e il disprezzo per le vite di chi non abita nella nostra parte di mondo.
Un cerchio di candele e di peluche, quelli portati dai bambini di Crotone al palazzetto dove furono allestite le bare. Al centro, indumenti sopravvissuti a chi non può più indossarli e la metà del nome che il mare ha restituito: LOVE.
Il punto da cui ripartire.

