Il pensiero progressista appare incapace di proporre un’alternativa concreta, rifugiandosi invece in sterili dibattiti politici e nella ricerca di una leadership personale. Questa mancanza di una prospettiva ideale spinge i cittadini verso la nostalgia o la conservazione, favorendo l’ascesa della destra e portando inevitabilmente all’astensionismo.

Si rincorrono nelle dichiarazioni e nella saggistica  visioni apocalittiche: dal “fascismo della fine dei tempi” di Naomi Klein e Astra Taylor alle evocazioni, da parte degli oligarchi della tecnologia e persino del vicepresidente degli Stati Uniti,  di improbabili “anticristi”. Gli stessi padroni dell’intelligenza artificiale lanciano allarmi sulla sua capacità distruttiva, non è chiaro se per ottenere qualcosa o per scaricare su altri la responsabilità dei potenziali disastri. 

Guerre feroci e insensate, scatenate da “una manciata di tiranni” che paiono aver perso il senno e non demordono pur avendo  fallito tutti i loro presunti obiettivi, devastano l’Europa e il Medio Oriente. 

In questo scenario catastrofico, il pensiero politico progressista sembra aver smarrito la capacità di immaginare, al di là delle crisi presenti, un futuro di redenzione: un mondo diverso e migliore di quello presente. 

Come stupirsi se, in questo contesto, i cittadini di mezzo mondo votano a destra? La conservazione di quel poco che riusciamo a controllare appare l’unica strada percorribile. La nostalgia del passato, per lo più inventato, è il solo rifugio da una realtà minacciosa.

Un’angosciosa  impotenza attraversa lo scenario politico italiano: da un lato una coalizione di governo  aggrappata al potere che tuttavia non è in grado di usarlo per offrire una prospettiva di sviluppo al paese. Dall’altro un coacervo di formazioni disomogenee, che condividono quasi solo  la comune incapacità di proporre una visione alternativa rispetto all’esistente. 

La sempre rinviata formulazione di un fantomatico “programma” del fronte progressista  ha assunto ormai  toni da commedia dell’arte: prima o dopo le “primarie”? cosa ci sarà scritto che i leader del “campo largo” non sono stati finora  in grado di comunicare al paese? 

Parimenti surreale è la pantomima sul cd. “pacifismo” di una parte del “campo largo”: premesso che ritengo indispensabile offrire all’Ucraina tutto il sostegno possibile contro l’aggressione di una dittatura mafiosa e criminale come quella russa, è purtroppo evidente che l’obiettivo della diatriba è riempire il vuoto in un dibattito che non ha finora saputo spingersi a disegnare un’alternativa desiderabile allo stato presente delle cose.

La stessa enfasi sulla indicazione del “leader” del centrosinistra è un segno di subalternità al paradigma della destra, che non a caso ha forzatamente inserito questo aspetto nella sua legge elettorale. 

In assenza di una visione di futuro, ci si limita all’esercizio – di cortissimo respiro – di attaccare chi gestisce il potere. Ma la evidente inadeguatezza di questi ultimi fa risaltare ancora di più la mancanza di una visione alternativa. 

Di fronte a un mondo frustrante e incomprensibile, sia nella sua dimensione lontana – le guerre, le minacce tecnologiche – sia in quella prossima – la povertà, la mancanza di lavoro per i giovani –  come possiamo reagire? 

Abbiamo bisogno, come dell’aria, di visioni alternative e desiderabili al presente, senza le quali  il mondo cessa di essere il teatro della nostra volontà di agire, della nostra creatività e libertà. Diviene alieno e suscita unicamente il desiderio di ritirarsi e, laddove possibile, di proteggere ciò che si ha. 

Il generale sentimento di insoddisfazione, palpabile nella nostra come in altre società, non favorirà il fronte progressista ma si tradurrà – in assenza di una visione credibile e sincera di un futuro migliore – in distacco dalla dimensione collettiva e in astensionismo. L’esempio della recente elezione di Reggio Calabria è raggelante; non pare tuttavia che si sia riflettuto molto su quanto è accaduto e sul rischio che si ripeta in occasione delle prossime competizioni elettorali. 

Dal centro-sinistra vogliamo sentire cosa si vuole fare per contrastare la disoccupazione e la fuga dei giovani, per migliorare i servizi sociali, per reagire alle conseguenze del cambiamento climatico, per offrire risposta alle necessità di energia.   E soprattutto vogliamo sapere  come raggiungere gli obiettivi, che non possono essere solo declamati: con quali soldi, con quali strumenti normativi. Vogliamo, subito,  una visione in grado di ricucire un paese diviso e disilluso e dare speranza. 

Nata a Milano il 22 ottobre 1956, è sposata e ha due figli. Avvocato civilista, è iscritta a Libertà e Giustizia dal 2002, e nell’ambito dell’associazione si è occupata soprattutto di temi attinenti il funzionamento del servizio giustizia e la disciplina dell’informazione in Italia

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