ZAGREBELSKY. IL TARLO DELL’ITALIANITÀ E I CASTORI CHIAMATI A DIFENDERE LA COSTITUZIONE

ZAGREBELSKY. IL TARLO DELL’ITALIANITÀ E I CASTORI CHIAMATI A DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Condividiamo questo articolo di Gustavo Zagrebelsky  – inizialmente pubblicato su La Repubblica del 27 agosto 2023 – nella raccolta di materiali di riflessione e confronto sulla difesa della nostra Carta Costituzionale, nella sua attualità e concretezza. Zagrebelsky è giurista e Costituzionalista, già Presidente della Corte Costituzionale e Presidente onorario di Libertà e Giustizia.

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Gli Antichi ritenevano che le costituzioni fossero esiti involontari di processi storici mossi dalla necessità, dai rapporti di forza o dalla provvidenza divina. Per i moderni, invece, sono prodotti volontari dell’attività umana. Come tutte le opere umane, anche le costituzioni non sono eterne, ma soggiacciono alla legge suprema della corrosione che opera nel tempo. Esse sono consegnate in solenni testi scritti, credendo così di poterle “fissare à jamais”, come dicevano i rivoluzionari francesi. Esistono strumenti di “irrigidimento” e perfino “clausole di eternità” a favore di certi principi particolarmente importanti. Ma sono pie illusioni. Negare che cose fatte possano essere ri-fatte è insensato. Lo dice anche l’autorità più indiscutibile, l’esperienza. Le costituzioni non sono senza tempo, ma sono immerse nella storia e questa procede più o meno velocemente, ma procede sempre.
Tuttavia, è altrettanto vero che la storia non è un soggetto metafisico che schiaccia gli esseri umani riducendoli a marionette. È pur sempre il risultato delle loro opere. All’inizio della vita delle costituzioni, prevalgono i costruttori che le scrivono e, una volta scritte, operano per attuarle e per difenderle dalla corrosione. Le belle allegorie dei bestiari medievali vedevano corrispondenze tra i tipi umani, le loro virtù e i loro vizi e gli animali (leone-forza, cane-fedeltà, gatto-egoismo, volpe-astuzia, lupo-crudeltà, sirena-seduzione, serpente-inganno, pavone-vanità, eccetera): noi potremmo dire che coloro che operano per edificare, aggiustare quando occorre e far durare le costituzioni, sono castori; quelli che operano per corroderle sono, a seconda dei casi, cimici e tarme.

Le cimici sono parassiti che succhiano il sangue e vivono a spese di chi le ospita. Non vogliono che l’ospite muoia perché dalla sua vita dipende la propria. Le si trova in ogni forma di governo e anche nella democrazia, a dispetto della sua aspirazione a liberarsi delle lobbies, delle associazioni più o meno segrete in combutta d’interesse con pezzi dell’establishment politico, dei “giri” di potere nascosti, irresponsabili e spesso illegali, delle corporazioni, delle opache oligarchie economico-finanziarie, eccetera. Queste aggregazioni di potere sono interessate alla democrazia. Se e fino a quando ci stanno dentro con soddisfazione, proclamano la propria fedeltà: finché dura. Poi, quando non ci sarà più di che nutrirsi, si volgeranno altrove. Sono amici ma sono falsi amici, come lo sono i parassiti rispetto a chi li ospita. Essi creano, per così dire, un doppio strato costituzionale e una doppia verità: una, astratta, che sta scritta e una, concreta, non detta e spesso indicibile. Ciò non insidia di per sé il valore della costituzione: anzi, proprio la constatazione della distanza tra i due strati può generare vitalità e alimentare in chi non si rassegna la “volontà di costituzione”.

È un’esperienza che abbiamo conosciuto e ancora conosciamo. Oggi, tuttavia, siamo entrati in un tempo diverso, il tempo dei tarli che, scavando la costituzione dall’interno, la sfibrano. Per comprendere in che cosa consista questo logoramento, occorre considerare che qualsiasi costituzione nasce come differenziazione. Per quanto si voglia una costituzione aperta, non si può includere tutto e tutti. Non si può “costituzionalizzare” gli opposti. Bisogna scegliere. Non si può essere contemporaneamente per la democrazia e l’autocrazia; per la pace e la guerra; per l’uguaglianza e la gerarchia; per la tolleranza e l’intolleranza; per l’umanità e le razze; per il nazionalismo e il cosmopolitismo; per la laicità e il confessionalismo. Tenere insieme tutte queste contraddizioni è impossibile. La costituzione è parola che contiene quel ‘st’ che, nella nostra lingua, indica lo stare stabilmente, lo stato, il consistere, il persistere.

Nulla di tutto ciò sarebbe possibile senza un’opera di distinzione prima, di differenziazione poi e, infine, di ricezione solo di ciò che è compatibile e di rifiuto di ciò che è incompatibile. Si può essere animati dal più ampio spirito di apertura, come è quello richiesto a chi si ispira alla democrazia, ma non si può chiedere, in suo nome, di includere chi la vuole sopprimere. Lo stesso, per la tolleranza, per la libertà.

Insomma, per costituzionalizzarsi occorre definirsi e, per definirsi, differenziarsi. “L’Italia è…”, inizia così la Costituzione con una definizione, proseguendo in modo assai impegnativo e selettivo: repubblica, democrazia, lavoro.

Gli articoli successivi che contengono “principi fondamentali” precisano: diritti umani universali, uguaglianza, solidarietà, amicizia tra i popoli, asilo per gli stranieri perseguitati, cultura, eccetera. In queste differenziazioni sta la Costituzione e la sua forza. Se le si abolissero, si abolirebbe la costituzione. Ed è quanto si cerca di fare sotto i nostri occhi, sotto il manto di parole nobili, suadenti. Italiani, innanzitutto. Questa è la parola d’ordine. Non l’Italia, ma gli italiani e ciò che è italiano. Non è una differenza da poco. L’Italia è, per così dire, un compito; gli italiani sono, invece, un’appartenenza: o si appartiene o si è esclusi. Già incominciano a rigurgitare conati razzisti: sono italiano perché nelle mie vene scorrono gocce di sangue di Enea, di Romolo e Remo, di Dante Alighieri, di santi e navigatori, e, perché no, anche del brigante Cucumetto o di Mussolini.

C’è un colore della pelle e una figura tipica degli italiani. Ritorneremo, anche senza dirlo, a un Manifesto della razza per stabilire l’appartenenza? Si potrebbe a lungo approfondire questa differenza tra Italia e italiani. Essa ha rilievo decisivo su molte questioni, ad esempio sull’estensione della cittadinanza. Intanto notiamo la retorica della “italianità”: lo vogliono gli italiani; gli italiani hanno scelto questo governo; le bellezze italiane; le canzoni e i film italiani, lo sport italiano; i prodotti italiani dalla moda, alla dieta, ai pomodori, alla carne in scatola, al made in Italy. Un bombardamento di italianità che, alla fine, avvolge, stordisce a uso interno ma che fuori dell’Italia fa l’effetto contrario. È innocuo folclore? Sono idiozie? Forse sì, ma di idiozie si nutre l’ignoranza, e su di essa prospera un nazionalismo ridicolo e pericoloso. C’è anche di più.

La “italianità” è una nozione mistica. Soprattutto, attenua o elimina le differenze. Suggerisce che c’è un’unica storia, un unico destino. Perciò può servire per farla finita con fascismo e antifascismo. Il 25 aprile sia la festa “di tutti gli Italiani”. Idem per il 1° maggio e per il 2 giugno. Si aboliscano i simboli divisivi o li si annacquino. Alle Fosse Ardeatine sono stati fucilati 335 “italiani”. La strage di Bologna fu opera di terroristi non meglio qualificati.

Dopo l’8 settembre si combatterono “ragazzi” che meritano d’essere riconosciuti ugualmente “bravi italiani”. Come in tutte le guerre civili, ci furono atrocità, ma da entrambe le parti e, quindi la partita è finita “pari”. Pur non essendoci da noi un Ernst Nolte, prima o poi si mormorerà e poi si dirà che, essendoci stati da una parte i comunisti, i nazi-fascisti furono coloro che dall’altra parte hanno bene meritato della “italianità”.

Siamo in un tempo di de-costituzionalizzazione, il tempo dei tarli che lavorano per ridurre l’Italia in segatura indifferenziata, sotto il segno ambiguo dell’italianità. Il bestiario utilizzato per descrivere l’opera dei parassiti e dei tarli, anche se un poco insulso, può indicarci qual è il compito dei castori che operano nel segno dell’Italia.

 

 

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