Guadagnini: Sulle stragi di mafia del ’93 non sappiamo ancora tutta la verità

Guadagnini: Sulle stragi di mafia del ’93 non sappiamo ancora tutta la verità
Strage via dei Gergofili, di © Gianluca Braccini | dalla mostra La stagione stragista, Firenze, maggio 2023

Condividiamo un articolo di Rossella Guadagnini, membro del Consiglio di Direzione di Libertà e Giustizia, pubblicato su Micromega del 26 maggio 2023. 

 

“I fatti sono cocciuti, la morte il più cocciuto dei fatti”. Così lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino. Ora, se prendiamo in esame le stragi di mafia del 1993, di fatti ce ne sono molti e molti sono anche i morti. Questa lunga serie di eccidi, di cui ricorre quest’anno il trentennale, si colloca nell’ambito di un più ampio progetto terroristico eversivo, ideato nell’autunno del 1991, che le parole del capo dei capi Totò Riina sintetizzano con efficacia. “Bisogna fare la guerra per poi fare la pace”. È il principio ispiratore della mafia corleonese, che spinse la più pericolosa organizzazione criminale dell’epoca a seguire una nuova strategia, quella stragista. E guerra fu.

A partire dal 1978 – con la fine ormai prossima di quegli anni di piombo che schiacciarono Aldo Moro nella Renault rossa di via Caetani a Roma, segnando il collasso del compromesso storico – e sino al 1994, la storia occulta dell’Italia viene scritta col sangue dal cosiddetto contro-Stato, come lo chiamano alcuni, o anti-Stato, come dicono altri. Parliamo del cosiddetto deep State, cioè di quella parte delle istituzioni (politiche, militari, delle forze dell’ordine, degli apparati e dei servizi), che si muove in modo nascosto, tessendo connessioni strettissime e commerci con terroristi, estremisti politici (specie della destra extraparlamentare), potentati economici e politici di altri Paesi, piduisti, massoni e mafiosi.

Una consorteria agguerrita che sa molto bene quello che vuole e come ottenerlo, decisa a ridisegnare lo Stato italiano secondo i propri fini e interessi particolari. Magari anche in nome di un malinteso senso del “bene comune”, che spesso serve a giustificare le peggiori nefandezze. Sono in tutto 16 anni, quelli intercorsi tra le bombe al Rapido 904, l’attentato a Falcone dell’Addaura, l’omicidio Mormile e i giorni della Falange Armata, fino alle bombe di Cosa nostra, che uccisero Falcone e Borsellino nel ’92, seppellendoli per sempre in un cratere di asfalto e polvere.

Nel ’93 stragi e attentati furono tanti, troppi. E dopo questo ‘muro contro muro’ come venne chiamato allora, eretto tra criminalità organizzata e Stato furono ancora più evidenti quei segnali di trattativa tra feroci assassini, da una parte, e uomini delle istituzioni dall’altra. In realtà un vizio antico, addirittura storico in Sicilia, fino al punto di divenire quasi morbo endemico. Nel novembre di quell’anno, infatti, tutto inizia ad acquietarsi, fino a concludersi nel febbraio del ’94, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita della Seconda Repubblica, sorta sulle macerie della Prima con il carico pesante sulle spalle di un numero incredibile di morti ammazzati. Il 26 gennaio di quell’anno Silvio Berlusconi annuncia la sua decisione di entrare in politica, presentando un nuovo partito, Forza Italia, che vinse le elezioni con il 21 per cento dei consensi, percentuale più alta di qualsiasi altro partito. Finalmente si giunse a una “stabilizzazione”. Ma a che prezzo?

Le vittime ci parlano di verità e memoria

“Per le vittime, per noi che abbiamo vissuto questo orrore sulla nostra pelle e su quella dei nostri familiari, Memoria e Verità sono due concetti intimamente connessi e non possiamo concepire l’una senza l’altra. Perciò ci batteremo sempre affinché su questa vicenda venga fatta piena luce e il ricordo delle vittime innocenti possa limpidamente vivere nelle coscienze, non inquinato da lati oscuri, misteri irrisolti, responsabilità e connivenze non accertate e non perseguite. Lo abbiamo detto e continueremo a dirlo: non c’è memoria senza verità.” Sono poche, significative righe tratte dal sito dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage di Via dei Georgofili a Firenze, guidata per tanti anni da Giovanna Maggiani Chelli che ne fu la presidente, scomparsa nel 2019 a 75 anni. Per anni si batté affinché si facesse piena luce sull’attentato mafioso del 27 maggio 1993 a Firenze, che causò cinque vittime, decine di feriti e ingenti danni a una città d’arte tra le più importanti d’Italia.

Nel Paese le diverse associazioni dei familiari delle vittime, come le Agende Rosse fondata da Salvatore Borsellino, o di via dei Georgofili a Firenze, della strage della stazione di Bologna, ultima nata ora quella delle vittime della Falange Armata, solo per citarne alcune tra le principali, rappresentano il tentativo di far sopravvivere “con altri mezzi” che non siano quelli retorici degli omaggi e di vuote celebrazioni, una memoria collettiva che da più parti si è tentato di cancellare, nonché un pungolo continuo all’attività della magistratura. Ma non vengono ascoltate nelle loro richieste e sono addirittura allontanate da chi ha in mano le redini decisionali, dal momento che ogni iniziativa si conclude poi con un nulla di fatto.

Un attacco organico allo Stato democratico

Molti sono stati in questi anni i volumi d’inchiesta o di denuncia, le ricostruzioni storiche e documentarie che hanno cercato di far luce su anni tra i più bui del nostro Paese dal dopoguerra in poi, cercando moventi, esecutori e mandanti occulti, scritti da storici, cronisti, magistrati, testimoni e intellettuali. A far luce sulle stragi del 1993 vogliamo ricordarne adesso uno in particolare. E’ appena arrivata in libreria l’inchiestadi un giornalista del Corriere della Sera,Ferruccio Pinotti, autore di “Attacco allo Stato. I misteri delle stragi del 1993 e il codice Matteo Messina Denaro”, aggiornato in pratica fino a pochi giorni prima di andare in stampa a causa della stretta attualità.

Arricchito da una prefazione del magistrato Luca Tescaroli, il volume parte dal primo degli attentati terroristici del 1993 compiuto da Cosa nostra: la strage di Firenze. Indaga quindi sui misteri che circondano gli eccidi di 30 anni fa, per arrivare a scavare sulle motivazioni della sentenza di appello sulla Trattativa Stato-mafia, rese disponibili nell’autunno 2022, che “contengono preziose indicazioni investigative”, come rivela Pinotti, che è stato anche consulente della Commissione Anti Mafia.

Intorno alle stragi del 1993, nonostante i decenni trascorsi e le numerose sentenze giunte all’ultimo grado di giudizio, “permangono ancora molti misteri e opacità. Tanto che sono tuttora in corso inchieste sui ‘concorrenti esterni’ per la collocazione delle bombe esplose a  Firenze, Milano  e  Roma, che  causarono  dieci  morti  e  centosei  feriti”. A ricostruire le inchieste nei particolari e a evidenziarne i risultati arriva questo volume che segue  il  filo  rosso  che  porta  agli assassini  di  Falcone  e  Borsellino, ma  anche a quelli di  don Pino Puglisi.

Nella cornice storica e investigativa “si stagliano gli indiscussi strateghi mafiosi di quei  fatti  drammatici. Innanzitutto Matteo Messina Denaro: per 30 anni latitante, simbolo di una mafia in evoluzione che di lì a poco si trasformerà in una ‘Cosa nuova’, fa mostra di legami con i ‘salotti buoni’ dell’imprenditoria, vanta infiltrazioni nel mondo dell’alta finanza, oltre ad avere proiezioni e interessi internazionali. Emergono quindi figure come i fratelli Filippo e  Giuseppe Graviano, i boss di  Brancaccio.  Il primo regista di complesse operazioni finanziarie. Il secondo vero e proprio “gemello diverso” del trapanese Messina Denaro.

Tutti e tre irriducibili uomini di fiducia del boss Totò Riina.  E depositari di ‘indicibili segreti’. Pinotti ci restituisce l’affresco di una torbida vicenda criminale, soffermandosi proprio sui rapporti che Cosa nostra intrattiene con entità esterne al suo perimetro e  riportando “i racconti e  le testimonianze  inedite  di  chi  ha  provato  a  fermare quei mafiosi, di chi ne è rimasto vittima, di chi si impegna tuttora a rintracciare i colpevoli”.

Ciò che contraddistinse le stragi del ’93 – dopo l’attacco realizzato negli anni precedenti a membri delle forze dell’ordine, della magistratura italiana (Falcone e Borsellino) e a esponenti politici (Salvo Lima) – è l’assalto organico allo Stato (e, come vedremo, anche alla Chiesa) in quanto tale, al patrimonio culturale italiano e anche a personalità come il giornalista Maurizio Costanzo. “Un attacco volto a colpire, indebolire e ricattare lo Stato, influenzare il governo e la società civile al fine di creare le condizioni per realizzare un ‘cambio di passo’ nelle relazioni tra Cosa nostra e la politica. Lo sbocco finale di tale processo è la ‘stabilizzazione’ del rapporto storico tra mafia e politica dopo lo scontro totale del ’92, a sua volta preceduto, ma in maniera cadenzata e intermittente, da una lunga lista di ‘omicidi eccellenti’”.

Questa ricerca “di nuovi assetti è stata spesso indicata con l’espressione ‘trattativa Stato-mafia’ – spiega ancora Pinotti- ma si tratta per alcuni aspetti di una dizione tonitruante che suona in qualche modo sviante rispetto alle causali delle stragi del 1993; per altri riduttiva, perché viene spesso collegata solamente alla richiesta di attenuare il regime del 41 bis per i mafiosi, la fine dell’ergastolo ostativo, modificare le normative sul sequestro dei beni e l’ottenimento di permessi premio per i detenuti”. Ciò che invece segna le stragi del ’93 è “un passaggio molto più sottile, in cui Cosa nostra si rivolge, attraverso un ‘codice’ estremamente sofisticato, allo Stato, al Vaticano e alla politica, per far comprendere loro che non si può  prescindere  da  una  convivenza pacifica con una realtà che, presa nel suo insieme – includendo nel giro d’affari anche ’Ndrangheta e camorra – ammonta a circa duecentoventi miliardi di euro l’anno stando alle stime dall’Eurispes: l’undici per cento del Pil”.

Una nuova dinamica che “non è stata ancora pienamente colta, data la complessità che ne caratterizza il codice interpretativo”, a detta del giornalista. “Non è un caso quindi che nel momento in cui si scrive, a distanza di trent’anni, siano ancora in corso inchieste giudiziarie (presso le Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo) volte a individuare i mandanti “esterni” delle stragi, quelle “menti raffinatissime” – per citare proprio Giovanni Falcone – che idearono il sistema simbolico sotteso alle autobombe. Un mutamento epocale che ha riflessi diretti anche sul presente della storia italiana”.

Magistrati ed ex magistrati al lavoro

Tra le toghe che si sono occupate per anni di queste tematiche, oltre al Procuratore aggiunto Luca Tescaroli, ricordiamo Gianfranco Donadio, già ex numero due alla Procura nazionale antimafia, nonché consulente della Commissione Antimafia, che ha messo a disposizione per l’inchiesta di via dei Georgofili una preziosa relazione di centodieci pagine dedicata alla strage fiorentina, prodotta per la Commissione Antimafia nel 2022, dopo aver risentito numerosi collaboratori di giustizia. E poi Nino Di Matteo che ha seguito come pm il processo sulla Trattativa Stato-mafia nei suoi tre gradi di giudizio, fino a quello della Cassazione, che ha mandato gli imputati tutti assolti. L’ex pm Antonio Ingroia, passato all’avvocatura, dopo avere raccolto il dossier Sistemi criminali, importante antefatto del processo Trattativa che istruì e condusse nelle prime udienze, a partire dal 27 maggio 2013. Fino a Roberto Scarpinato, già magistrato, poi eletto in Senato nelle fila del M5S e appena nominato componente della Commissione parlamentare Antimafia. Ma sono numerosi i giudici e gli esperti, impegnati sul fronte della lotta alla criminalità organizzata tuttora al centro di processi in corso.

Gli spunti investigativi che impongono di indagare ancora sulle stragi del ‘93

Tescaroli, Procuratore aggiunto e coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, è attualmente titolare – insieme al collega Luca Turco – dell’indagine in corso sui mandanti esterni delle autobombe continentali del 1993. Ossia sui presunti ‘concorrenti esterni’ nelle stragi di Milano e Firenze del 1993 e degli attentati di Roma del 1993 e ’94, un’inchiesta più volte in passato già archiviata, a carico del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, che risultano ancora indagati.

Ecco cosa ci dice. “A distanza di trent’anni dalle stragi del continente’, se possiamo ritenere di avere accertato, nel pieno rispetto delle garanzie degli imputati condannati, una parte oggettivamente molto significativa della verità attorno a quei delitti, segno evidente che lo Stato ha saputo reagire concretamente e che è presente con le sue componenti più virtuose. Non possiamo tuttavia trascurare l’impegno a continuare nella ricerca di una verità sempre più completa, nel pieno rispetto del segreto investigativo, evitando cedimenti e cercando di impedire l’erosione di quegli strumenti di contrasto, che i vertici di Cosa nostra volevano far eliminare, ricattando lo Stato a colpi di tritolo. Un tributo che va reso al vivere democratico, alla memoria delle vittime, al dolore dei loro cari e dei sopravvissuti. È importante non dimenticare mai ciò che accadde e mantenere un impegno costante nel contrasto, fino a quando continueranno a esistere, a Cosa nostra e alle altre strutture mafiose, per non essere obbligati a rivivere quel passato tragico e nefasto”.

“Gli spunti investigativi infatti impongono – secondo il magistrato – di indagare ancora sulle stragi del 1993, per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell’ideazione e nell’esecuzione degli attentati”. Così scrive anche in “Georgofili: le voci, i volti, il dolore a trent’anni dalla strage”, curato dei giornalisti Erika Pontini e Stefano Brogioni, in uscita il 26 maggio con il quotidiano La Nazione. “Se il nostro sistema normativo si è rivelato estremamente efficace e sofisticato, come riconosciuto in ogni sede internazionale, permettendo un’azione di contrasto funzionale a raffreddare l’agire d’impronta stragista e a contrastare l’evoluzione dell’operato delle varie strutture mafiose radicate nel nostro Paese, è innegabile – prosegue Tescaroli – che, dal 2008, le collaborazioni qualitativamente significative in seno a Cosa nostra si sono diradate e nessuno dei condannati per le stragi del triennio 1992-94 ha trovato conveniente la collaborazione, preferendo morire in carcere o sperare nell’ottenimento dei benefici carcerari (permessi premio, liberazione condizionale, lavoro esterno al carcere, semilibertà), divenuti di recente possibili a seguito degli interventi della Corte Costituzionale; tant’è che alcuni di loro hanno concretamente ottenuto permessi da fruire fuori dal carcere”.

Secondo il procuratore aggiunto della Dda fiorentina, è “fondamentale evitare che gli uomini d’onore intuiscano che la spinta investigativa proiettata a ricercare la verità non si è arenata e che lo Stato nel suo complesso considera di primaria importanza la collaborazione con la giustizia; che non si intenda smantellare gli strumenti esistenti, ma potenziarli; e che il contrasto alla criminalità organizzata è in cima alle priorità politico-legislative-giudiziarie, non solo in occasione delle commemorazioni, spesso segnate da retorica celebrativa”.

In questa prospettiva, ribadisce Tescaroli, “diventa cruciale rendere più vantaggiosa la defezione dai sodalizi rispetto alla militanza degli uomini di vertice dell’organizzazione e di chi è a conoscenza di quanto è accaduto in quegli anni, potenziando l’efficienza assistenziale del servizio di protezione, rendendo concreto il reinserimento sociale con la possibilità per il collaboratore di intraprendere un lavoro onesto o di percepire gli assegni pensionistici come per tutti gli altri cittadini senza ingiustificati ritardi, rimodulando la normativa esistente in modo che preveda ulteriori e tangibili vantaggi per chi si affida con serietà allo Stato”.

L’indagine in corso presso la Direzione distrettuale antimafia di Firenze “cerca di rispondere anche ad alcuni interrogativi precisi – afferma a sua volta Pinotti – Come mai l’estremista di destra Paolo Bellini, condannato all’ergastolo in primo grado per concorso per la strage alla stazione di Bologna, s’incontrò con Antonino Gioè, mentre erano in corso i preparativi della strage di Capaci (alla quale contribuì attivamente)? Perché istillò il proposito di colpire la Torre di Pisa? “Le ragioni e le modalità della morte di Antonino Gioè il 29 luglio 1993, all’indomani degli attentati del 27-28 luglio 1993, sono rimaste oscure”, ricorda il magistrato. Cosa accadde a Milano e, in particolare, in via Palestro dopo il 23 luglio 1993, allorché Gaspare Spatuzza lasciò la città e si recò a Roma? Da chi e come fu trasportata la Fiat Uno in via Palestro? Perché tutti gli episodi stragisti (tranne quello di via Palestro) sono stati rivendicati con la sigla Falange Armata, che accrebbe ulteriormente “la carica intimidatoria di quegli attentati”?

E, più in generale, sottolinea ancora Tescaroli, “non sono stati individuati compiutamente i motivi dell’accelerazione dell’eliminazione di Paolo Borsellino, eseguita a distanza di soli cinquantasette giorni, nelle immediate vicinanze di quella che costò la vita a Falcone, alla moglie e ai tre agenti di scorta (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani). Non si conosce perché sia cessata il 23 gennaio 1994 la campagna stragista, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico. Perché quell’attentato non venne più riproposto? Il 27 e il 28 marzo di quell’anno si tennero le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale e lo stragismo si arenò. Vi è poi il dato, passibile di approfondimento, per cui i vertici mafiosi ricevettero, nel corso del 1992, un segnale istituzionale, consistito nell’avvio di una trattativa, che, nella loro prospettiva suonava come una conferma che la loro attività stragista fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico istituzionali”.

Il giudizio di Nino Di Matteo, la verità negata

C’è anche un’altra toga al centro del vortice mediatico sollevato dalle stragi del ’92 e ’93, Nino Di Matteo. “Sulle stragi sappiamo molto – sostiene – ma siamo anche consci che si è giunti a una verità parziale e che, come tutte le verità parziali, contiene il germe della verità negata. In Italia c’è troppa voglia di archiviare definitivamente quella pagina della storia, come se fosse definitivamente chiarita e come se fosse del tutto lontana dalle dinamiche attuali del nostro Paese. Io penso invece che non è definitivamente chiarito quello che avvenne e non sappiamo se e in che modo quello che avvenne ha prodotto delle conseguenze che riverberano sul presente”.

In Italia oggi revisionismo e normalizzazione investono anche le stragi del ’92 e ‘93

A guardar bene infatti nel nostro Paese – in seguito alla caduta del governo Draghi e della sua spinta alla restaurazione di un difficile equilibrio dopo gli anni della pandemia e di una crisi economica infinita – con l’ascesa dell’esecutivo Meloni si respira oggi un clima di revisionismo che investe aspetti del passato e del presente, sia dal punto di vista politico che storico. In questo senso è in atto una rivisitazione delle stragi e degli attentati che avvennero nel ’92 e ’93 nel quadro di un impossibile tentativo di “normalizzazione” di quest’ultima parte della storia più recente.

Un’Italia in preda a pericolose nostalgie, che ha perso sovranità ed è ferita nel profondo da una criminalità pervasiva e invisibile che ha attaccato i gangli più interni dell’amministrazione pubblica, della politica e dell’economia, adesso è incapace di fare i conti con coloro che di quelle situazioni sono e sono stati i responsabili.

Un Paese continuamente minacciato in cui ogni progetto di riscatto è destinato a fallire, avrebbe bisogno di una rinascita reale e non di (nuovi?) progetti anticostituzionali ed eversivi – come il presidenzialismo e l’autonomia differenziata – spacciati per necessaria modernizzazione attraverso riforme mal congegnate, ma che in effetti non possono fare altro che accentuare divari e ineguaglianze nella società e nei territori, lasciando così campo libero a chi intende approfittare del costante disordine politico, amministrativo ed economico, per porsi come alternativa a uno Stato democratico sempre meno centrale e più fragile.

 

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