Il “Mondo” e gli anni della Liberazione

Il “Mondo” e gli anni della Liberazione

Altre volte siamo rinati. Dopo le grandi guerre. Dopo il fascismo. Io ero bambina, ma mi rendevo conto che in quell’autunno del ’44, nella Firenze da poco liberata, tra mio padre e i suoi amici scrittori, artisti, poeti c’era un gran fermento. Mia madre si aggirava col suo splendido sorriso, un po’ canzonatorio. Diceva: «Tanto si sa che se in questa casa arrivano due lire si fa subito una rivista!».

Ricordo che aveva ricevuto qualcosa in eredità, poca roba, ma subito mio padre aveva “sequestrato” tutto e con Gadda e Montale e l’editore Franco Passigli avevano deciso di fondare un nuovo giornale.
Nacque così nei giorni della Liberazione fiorentina una rivista, Il Mondo, erede della gloriosa testata di Giovanni Amendola, e, come ricordava spesso mio padre «il primo giornale dell’Italia libera a passare la linea gotica». Il Mondo fiorentino fu a sua volta capostipite di una serie di altri giornali con la stessa testata che furono fondati anni dopo e il più noto dei quali fu Il Mondo di Mario Pannunzio.

A questo giornale fiorentino che ebbe vita breve (37 fascicoli negli anni ’45 e ’46) un gruppo di amici che si incontravano in Palazzo Strozzi, nella stanza del babbo, direttore del Vieusseux, affidarono la rinascita della cultura dopo l’oppressione fascista. «Era una rivista povera» ricordava sempre Eugenio Montale che fu uno dei redattori.

Ed è commovente, scorrendo il primo numero della rivista che uscì il 5 aprile del ’45, vedere che volle anche siglare la sua traduzione di una splendida poesia di Emily Dickinson, “Tempesta” (“Con un suono di corno / il vento arrivò, scosse l’erba…”). E fu proprio Montale che, se ben ricordo, nel febbraio del 1946, scelse di far uscire su Il Mondo i primi versi di un giovane e sconosciuto poeta, Pier Paolo Pasolini (“Per i cigli assolati”).

Nel primo numero, che porta la data del 7 aprile 1945, la terza pagina fu tutta dedicata a un testo (“Il fascismo e la letteratura”) che riportava un discorso di Montale a Radio Firenze. «La nostra riconoscenza va oggi a uomini come Amendola e Gobetti, Gramsci e Rosselli (per citar solo i nomi di quelli che ci hanno lasciato), scrittori d’azione e non artisti, che seppero indicarci con l’opera e con l’ esempio la via che deve seguire un italiano universale, cioè un italiano di sempre, nelle ore dell’ oscuramento e dell’errore. Il seme del loro apostolato non fu vano ed oggi è già abbastanza lungo l’ elenco dei giovani e men giovani (da Ginzburg a Pintor, a Colorni) che affrontando la tortura e l’ estremo sacrificio hanno illuminato di una luce eroica anche il campo delle nostre lettere e della nostra cultura».

Ancora per quel primo numero mio padre era riuscito ad avere un racconto inedito di Italo Svevo, scritto fra il ’19 e il ’21. Nel secondo numero la terza pagina fu affidata ad Alberto Carocci, il vecchio amico di Solaria, che scrisse un appassionato invito ai popoli del mondo a trarre dall’Italia un insegnamento: «L’Italia, che può mostrar loro le sue città distrutte, gli opifici distrutti, le strade e i ponti distrutti, l’Italia può ben dire loro mostrando i segni di tanta sciagura: “Di qui è passato il fascismo”».

Faccio fatica a richiudere la grande edizione anastatica (con le introduzioni di Giovanni Spadolini e Cosimo Ceccuti) perché quelle pagine sono la testimonianza più autentica di come fu possibile rinascere, ricominciare, riaprire a Firenze, nell’aprile del 1945. Mentre scrivo arriva la notizia della morte di Sepulveda. Le gabbianelle di Santo Spirito si sono rintanate fra le tegole della Basilica. Non le sento, non le vedo.

La Repubblica Firenze, 18 aprile 2020

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