Dopo la Finanziaria, il diluvio

Talvolta spietata è la cronaca politica. Crudele deve essere, per Berlusconi, stare a Seul, al vertice tra i Venti grandi della terra, e tenere l’orecchio teso alle voci, persino agli spifferi, che vengono dai palazzi romani dove i riti della prima Repubblica sono prepotentemente tornati alla ribalta. Già, proprio quel “teatrino” che lui, il Cavaliere, ha sempre deprecato. Il governo che c’è e non c’è. Un partito che sta dentro e fuori la maggioranza. La crisi “pilotata”, la crisi “al buio”, il “rimpasto”, il “rimpastino”. Bossi che media con Fini, l’uomo che il capo della Lega aveva insultato, chiamandolo “fighetta cambia-bandiera” e anche “ex fascista amico della sinistra”. E, a sua volta, Fini che si consulta di continuo con Casini, tornato sulla piazza con la collaudata maestria democristiana…Un deja-vu che ha un sapore surreale.
Aveva pensato, il premier, di uscire dall’angolo con un colpo di teatro politico-mediatico, secondo lo stile dei bei vecchi tempi: il mini-tour nell’Italia devastata, prima il Veneto, poi l’Aquila, per portare la voce del governo del fare. Ma è andata male: la Lega ha portato Berlusconi in Veneto assegnando a Bossi i riconoscimenti per l’iniziativa, al ministro Tremonti il merito d’aver trovato i soldi per fronteggiare la catastrofe, e al Cavaliere una buona dose di fischi. Ecco, il Carroccio manifesta la sua centralità politica: sul territorio e anche a Roma. E lui, il presidente del Consiglio, che fa? Lontano ormai dai bagni di folla, dai predellini, dai sogni, si butta a capofitto nell’aborrito teatrino. Mandando Gianni Letta, il solo di cui veramente si fida, a sondare Fini prima che lo faccia Bossi. Anzi, la mediazione del “senatur” è derubricata a iniziativa personale, perché non gli è stato conferito “nessun mandato specifico”. Ma la missione del “plenipotenziario” di Palazzo Chigi non è stata delle più confortanti. E anche dal faccia a faccia tra il presidente della Camera e la delegazione leghista, è venuta fumata nera. Fini ha gelato il “senatur”, riproponendo tali e quali tutti i punti del suo discorso di Perugia.

Le istantanee del Palazzo ci mostrano gli altri in grande movimento e un Berlusconi immobile, il presidente del Consiglio “paracarro”, secondo la definizione finiana, che da Seul ammette, bontà sua, di “avere qualche difficoltà”. I margini, in effetti, non sembrano molti: o accetta di aprire la trattativa, dando le sue dimissioni e acconsentendo ad azzerare tutto, governo e programma, nel recinto di una rinnovata alleanza estesa anche all’Udc, oppure gli esponenti di Futuro e Libertà lasciano gli incarichi ricoperti e l’esecutivo può cadere, in ogni momento, su un voto qualunque, perché alla Camera non ha più la maggioranza e anche al Senato i margini di sicurezza si stanno assottigliando. L’ipotesi delle dimissioni, per arrivare a un Berlusconi bis, è stata presa in considerazione a Palazzo Chigi, ma doveva essere una crisi pilotata, superblindata, solo un passaggio rapido al Quirinale. E stato risposto che non se ne parla, che Fini dopo aver acceso i fuochi d’artificio non può accontentarsi di qualche ministero in più. E, a questo punto, si manifesta il fantasma che più allarma il Cavaliere: un governo di centrodestra, ma guidato da un altro esponente del centrodestra, con lui che magari sceglie il suo successore, dopo aver fatto il passo indietro che gli è stato imposto. Ma lo vedete un leader populista, abituato a esercitare poteri plebiscitari, accettare questo? Il quartiere generale berlusconiano sta in trincea: si ripete che si va avanti, che è preferibile cadere in Parlamento con un voto di sfiducia, a viso aperto. Il calcolo è che, malgrado tutti i tentativi di Fini, Casini e Bersani, non nascerà dalla sfiducia nessun governo tecnico di transizione. E che alla fine si correrà verso le elezioni anticipate, con Berlusconi pronto a un nuovo referendum sul suo nome.

Le ipotesi si accavallano e ciascuna può essere da un momento all’altro contraddetta. Il solo dato accettato è che gli eventi non precipitino finchè non sarà votata la legge finanziaria, cioè il freno alle tendenze speculative, come ha esortato il capo dello Stato. Fino a dicembre quindi si dovrebbe avere una instabile tregua, imposta da “esigenze superiori”. Entro quest’orizzonte, Bossi conta di portare a casa anche il federalismo fiscale, con il varo degli ultimi decreti. Insomma, quello che per la Lega è il nodo cruciale. Ma dopo che la Finanziaria e il federalismo saranno alle spalle che cosa accadrà? Continua l’incubo di una politica che segna il passo. Incerta, sterile, passiva finchè non si farà chiudere bottega al premier con tutti i suoi ministri.

4 commenti

  • IL GOVERNO È CACHETTICO
    Non so con quale temerarietà il sottosegretario Gianni Letta abbia parlato di un’ipotetica ricomposizione con i finiani. Chi lo frequenta lo trova disilluso e sfiduciato sulla possibilità di pilotare la crisi che è già scoppiata.
    Come si fa a sperare bene di un Fini che se ne frega (fascisticamente) di ogni modello etico e tratta la carica di speaker di Montecitorio come cosa sua? Napoleone? «Dieu me l’a donnée; garde à qui y touchera! (la poltrona)».
    Solo uno scriteriato senso del ridicolo può portare qualcuno a credere che il Fini (il ruminante, con gemelli preziosi ai polsi della camicia – nemmeno il barone Rothschild –) sia disposto a lasciare le cose come stanno per il bene del Paese. Maiora premunt e la situazione economica del nostro Bilancio è al collasso. Ma chi dovrebbe preoccuparsi del disastro in itinere? Berlusconi non molla (e c’ha ragione, farebbe immediatamente la fine di Craxi, se non, peggio, quella del Duce). L’Italia del III Millennio è in grado di replicare le stesse brutture del 1945. I “Mastro Titta” sgomitano desiosi, in tutti i nuclei brigatisti dello Stivale.
    Celestino Ferraro

  • ho letto che Bossi abbia addirittura detto a Fini che c’è il rischio di non pagare le pensioni…

  • Massimo Giannini su Repubblica ha scritto che è arrivato il 25 aprile. E’ molto ottimista.
    Berlusconi non vuole dimettersi e dice che piuttosto è pronto alla guerra civile. I suoi ripetono che un governo diverso sarebbe un golpe (e un golpe, è implicito, legittima la guerra civile). Berlusconi non crede nella democrazia e ha bisogno del potere.
    Vengono i brividi se si pensa ai rapporti di Berlusconi con ambienti mafiosi e con apparati dei servizi, al ruolo che la violenza politica e stragista ha svolto in questo Paese. alla grande capacità di corruzione, in ogni senso, del berlusconismo.
    Sarebbero armi spuntate, però, se Berlusconi in questo passaggio non si facesse forza del proprio rapporto diretto, personale, fideistico con una parte del popolo italiano. Vuole andare al voto da Presidente del consiglio per controllare in campagna elettorale televisioni e servizi.
    E sa, questo è il punto, che ha altissime probabilità di vincere ancora, nonostante tutto.
    E’ intuibile quale sarebbe la qualità della democrazia italiana sotto un rinnovato potere berlusconiano, ormai senza argini.
    Questa è la vera, tragica anomalia italiana. Una parte decisiva dei nostri concittadini (il collodiano paese di Acchiappacitrulli, come dice il prof. Carlo Galli) per consonanza culturale o per disinformazione sostiene il potere di Berlusconi.
    Il populismo mediatico ha eroso le difese democratiche nel profondo e contando su questo Berlusconi non uscirà di scena senza reagire.
    il 25 aprile arriverà, ma bisognerà aspettare.

  • Chi può oggi , in buona fede , con senno democratico e civile , ritenere che B. sia adeguato per un reincarico o candidabile di nuovo in caso di elezioni ? Il macello cerebrale e spirituale che ha compiuto in 16 anni adesso mette alla prova l’anima di questo paese.
    Non è un fatto di destra o di sinistra : di civiltà e aderenza ai fondamentali della democrazia .
    Meschine , futili e mediocri le attenuanti invocate da chi , anche giustamente , disprezza gli attori dell’altra sponda : meschini e mediocri.
    Ma ancora lui ?

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