Da dove viene la frenesia “riformatrice”

Da dove viene la frenesia “riformatrice”

Le “riforme” non viaggiano da sole. Devono avere un substrato, un terreno di coltura da cui generarsi. Non arriva calata dal cielo questa complessiva “riforma” di cui negli ultimi due anni si sono resi protagonisti l’attuale governo Renzi e la sua pseudo maggioranza parlamentare. Dalla cancellazione di norme fondamentali contenute nello Statuto dei Lavoratori allo smantellamento di ogni controllo sugli interventi all’ambiente con lo “Sblocca Italia”, dalla introduzione di una legge sulla scuola che ricorda la riforma gentiliana alla legge elettorale “Italicum”. E’ però quest’ultima, unita al tentativo di modificare la seconda parte della Costituzione repubblicana, che costituisce la chiave di volta per lo stravolgimento delle regole democratiche nella nostra Repubblica. Il substrato è stato coltivato nel tempo e nel tempo ha resistito. Ora si presenta sotto una veste “istituzionale”: perché a questo livello è arrivato, grazie al compiacente voto elettronico di una maggioranza di deputati e di senatori che ha dimostrato di votare qualunque cosa garantisse l’illegittimo status acquisito.  Alla faccia della Costituzione italiana (che volentieri hanno scelto di archiviare: ma devono passare attraverso un referendum popolare) e alla faccia della Corte costituzionale, che ha delegittimato la loro “elezione” da oltre due anni. Soprattutto, alla faccia di una sovranità popolare di cui non conoscono i connotati perché – coerentemente al loro agire – non sanno che farsene: nel presente stanno avvinghiati agli scranni grazie alla garanzia di un incostituzionale “Porcellum” e nel futuro (come spererebbero) grazie all’applicazione dell’ “Italicum”. Quel substrato, quella genesi, trova descrizione in poche righe di un libro appena pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere: si intitola “LO STATO PARALLELO”, sottotitolo: “La prima inchiesta sull’ENI tra politica, servizi segreti, scandali finanziari e nuove guerre. Da Mattei a Renzi”. Gli autori sono due giornalisti: Andrea Greco, vicecaposervizio a “La Repubblica” e Giuseppe Oddo, già inviato de “Il Sole 24 Ore”. Entrambi hanno pubblicato inchieste su banche, assicurazioni, industria pubblica e privata, finanza, politica.

 

Questa la descrizione da cui prende vita l’attuale protervia “riformatrice” (pagg. 14 e ss):

 

“(…) Come ci ha detto Giorgio Galli in una conversazione avvenuta a casa sua nell’estate del 2014, « il fatto che Cefis ufficialmente non facesse parte della P2 può essere veramente l’indizio che possa esserne stato l’ispiratore ».

 

Entrambi i sistemi di potere -quello cefisiano e quello gelliano- puntavano ad un riassetto istituzionale attraverso lo svuotamento del parlamento e lo spostamento delle funzioni decisionali nell’esecutivo o al di fuori delle istituzioni.

 

Il Piano di rinascita democratica della P2 appariva speculare all’idea di Stato che il presidente della Montedison aveva esposto in una conferenza ai cadetti dell’Accademia militare di Modena di cui egli stesso era stato allievo tra il 1939 e il 1941.

 

In quel discorso, considerato un manifesto ideologico, Cefis anticipava temi che sarebbero stati di grande attualità nei decenni successivi: la trasformazione delle istituzioni sotto la spinta dei cambiamenti economici e tecnologici; la perdita di sovranità degli Stati nazionali per l’avanzata delle imprese multinazionali; lo spostamento di poteri dal governo e dal parlamento alle grandi imprese, con gli organi centrali dello Stato sempre più confinati nel ruolo di mediatori”.

 

Proviamo ora a leggere quella parte della lettera della J.P.Morgan del 28 maggio 2013 che direttamente riguarda (anche) il nostro Paese:

 

“I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

 

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. C’è forte influenza delle idee socialiste”.

 

Quella lettera del 2013 va al passo con il Piano della Loggia P2, mai abbandonato.

 

E ora si pensi ai risultati che le attuali “istituzioni” italiane hanno prodotto in Italia in soli due anni di governo Renzi e si osservi l’arroganza – intrisa di populismo e di tendenze plebiscitarie – con cui vengono difesi.

 

Il substrato è fedelmente rispettato.

 

Per difenderlo basta ignorare o sprezzantemente accusare di dietrologia o di ossessione complottista chi continua a parlarne. Ma c’è un dettaglio di grande rilevanza: si chiama democrazia. Che, nonostante loro, è viva nel Paese. Non sono mai riusciti a modificare la Costituzione repubblicana secondo gli intendimenti passati e presenti più sopra ricordati. E non ci riusciranno. La Costituzione, messa a repentaglio da maggioranze avventuriere prive di legittimazione, ha la testa e le gambe dei cittadini: votare NO nel referendum di ottobre, NO alla sua sostituzione è il passo determinante per garantire la democrazia in Italia fondata sulla Carta del 1948.

E’ nostro compito proteggerla: per proteggere tutti noi, nel presente e nel futuro.

(*) Silvia Manderino è vice presidente del comitato contro l’”Italicum”.

16 maggio 2016

1 commento

  • “Non sono mai riusciti a modificare la Costituzione repubblicana secondo gli intendimenti passati e presenti più sopra ricordati. E non ci riusciranno.”

    Peccato che nel tempo la mediocrità crescente della casta politica parlamentare, l’abbia tradita e svuotata dei suoi contenuti a partire dai princìpi e articoli fondamentali e più significativi, e negato sia la lettera che lo spirito originale ed aitentico.

    La battaglia referendaria, a ben leggere la situazione, appare una opposizione a che la forma alfine copra e normalizzi quanto già avvenuto nella sostanza, fino al paradosso che un Parlamento gravemente censurato dalla Corte Costituzionale, si arroghi l’autorità di controriformare la stessa Costituzione.

    Per questo a me pare che la battaglia referendaria sia in realtà un’impresa che non potrà portarci vantaggi sostanziali o risolvere alcun problema reale del Paese. Se riusciremo a far prevalere i NO, forse Renzi lascerà la PdC a un compagno di merende, non certo a qualche espoente della miglior elite culturale. Ma se prevalessero i SI’, allora sarebbe la consacrazione popolare del renzismo con quel che ne potrà seguire.

    Il NO al referendum, pur obbligato, sposta l’attenzione dal vero obiettivo che deve essere “la Defenestrazione della Casta dal Parlamento”, ottenibile restando nel solco della legalità costituzionale, da parte della Sovranità Popolare REALIZZATA e non solo enunciata, con l’esercizio degli artt. 50 e 71 in congiunzione sinergica, tenendo così unito quel 95% di Cittadinanza che rifiuta e disprezza l’offerta politica, confermato da quel 9 su 10 che sta con Davigo. Iniziativa che sarebbe anche ottimamente propedeutica alla vittoria nel referendum.

    Ci sono ancora 5 mesi per provvedere: non lasciamoli scadere…

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