FRA LE RADICI DELLA MISERIA LADRA

FRA LE RADICI DELLA MISERIA LADRA

 

 

In occasione della giornata mondiale contro la povertà, Libertà e Giustizia ha dato adesione convinta all’iniziativa organizzata da “Miseria Ladra” e ha unito la sua testimonianza a quella di molte altre associazioni perché l’obiettivo di denunciare la povertà e le disuguaglianze sociali rispecchia completamente i valori costituzionali che da sempre sono la “ragione sociale” del suo agire.

Basti pensare all’affermazione di un principio “rivoluzionario “ di uguaglianza sostanziale, che a livello collettivo si traduce nell’obbligo per le istituzioni pubbliche – un obbligo troppo spesso dimenticato – di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana giungendo a minarne la dignità e a livello individuale trova espressione nei doveri di solidarietà economica e sociale.

La lotta alla povertà è una battaglia di libertà e di giustizia, perché senza giustizia sociale, in presenza di disuguaglianze estreme e di esclusione e dove i diritti sanciti sulla carta rimangono un involucro vuoto, nessuna libertà di autorealizzazione individuale o collettiva può trovare spazio.

L’economista premio Nobel Amartya Sen ha colto precisamente questo passaggio e le sue implicazioni. A sancire l’esistenza di condizioni di povertà e disuguaglianza più estreme e inaccettabili non sono soltanto le sperequazioni nella distribuzione del capitale economico. La miseria, afferma Sen, nasce prima di tutto dalla negazione di diritti e libertà, fattori che riducono la capacità per ogni essere vivente di sfuggire a privazioni e di vivere una vita degna, realizzando il proprio potenziale umano e sociale. La sfera delle esclusioni sociali si espande quando in una comunità l’ampliarsi delle differenze economiche, lo sprofondare di fasce crescenti di popolazione nell’indigenza procede di pari passo con l’indebolirsi o il venir meno della capacità di assicurare ai propri componenti un uguale accesso ai più elementari diritti civili, economici e sociali, come l’istruzione scolastica e universitaria, la cultura, una protezione sanitaria e previdenziale efficace ed universalistica. Una società non si sviluppa quando aumenta il capitale economico globalmente prodotto, ma soltanto se si espande la sfera dei diritti effettivi, delle capacità riconosciute ad ogni essere umano.

Noi siamo convinti che occorra mobilitarsi per portare alla luce e recidere le radici profonde della “miseria ladra”, che sono molte, complesse, intrecciate talora in modo poco visibile. Di queste radici è parte la diffusione sistemica di pratiche illegali nella classe dirigente e fra queste pratiche la corruzione – il prelievo para-fiscale applicato da corrotti e corruttori a danno della collettività, la privatizzazione di fatto delle risorse comuni – scava una voragine nei bilanci pubblici di cui è difficile misurare la profondità (50/60 miliardi l’anno era una quantificazione ingentissima ma ipotetica, perché la corruzione si sviluppa in modo sotterraneo).

La corruzione è un accordo tra pochi per depredare il bene di tutti. I beni comuni sono espropriati alla collettività – e a chi ne avrebbe più diritto, ossia agli appartenenti alle fasce sociali disagiate – a beneficio dei componenti di cricche e comitati d’affari.

Essa genera una radicale negazione del principio di uguaglianza, incarna il sogno neoliberista realizzato. Un paradiso per l’uno per cento di privilegiati che può avvalersi di capitali, relazioni, influenza, e può utilizzarli per accumularne sempre di più; un inferno per il novantanove per cento di emarginati, tra i quali l’esclusione amplifica povertà e privazioni.

Con le parole di Papa Francesco:  “A pagare la tangente dei corrotti sono i poveri” , “La corruzione .. va e uccide” .

 

Il danno che essa produce non è solo economico, è culturale e  consiste nel trasformare perfino nelle coscienze i diritti in merci disponibili solo per chi ha “potere d’acquisto” e di relazioni e nell’indurre il convincimento che tutti siano corrotti e corruttibili.

Nel suo universo la democrazia è inquinata, mentre sono premiate l’abilità nel tessere relazioni opache, la disponibilità all’illecito, la ricattabilità.

Il contrasto alla corruzione dovrebbe diventare una priorità assoluta per qualsiasi forza politica intenda combattere all’origine le cause di povertà, ingiustizie ed esclusioni sociali.

E per questo contro la corruzione Libertà e Giustizia sta sviluppando una paziente e tenace opera di sensibilizzazione che parte dalle scuole, con l’obiettivo di attivare risorse intellettive, etiche, civiche, politiche che i giovani possiedono e che spesso nella scuola non trovano spazio di valorizzazione e di trasferire conoscenza attraverso l’esperienza diretta, secondo il modello della didattica  laboratoriale.

Per il terzo anno consecutivo, stiamo realizzando nelle scuole superiori di varie regioni, a partire dal Lazio, il progetto Piccolo Atlante della corruzione. Si tratta di un’indagine capillare di natura statistica sulla corruzione percepita, che gli studenti – con il supporto dei docenti – svolgono nei territori di pertinenza dei rispettivi istituti scolasti (Quartieri, Municipi, Distretti urbani, Comuni). Sono loro a individuare le categorie sociali più esposte al fenomeno della corruzione, a predisporre un questionario, a  somministrarlo in veste di rilevatori (indirettamente veicolando i valori della legalità, dell’equità sociale e della Costituzione), a elaborarne i risultati e a riversarli in Atlanti, uno per ciascuna scuola partecipante, che costituiscono la base concreta per il confronto con i committenti/destinatari del lavoro di ricerca: le Istituzioni locali (Municipi e Comuni) e nazionali (Anac, Anm, Università di Pisa, Miur).

Al progetto hanno finora partecipato oltre 1.500 studenti, ai quali se ne aggiungeranno altri 1700 nell’anno scolastico in corso.

Il risultato sotto il profilo operativo è un’indagine circoscritta a micro aree di territorio (quartieri, municipi, piccoli comuni) che non ha precedenti nella ricerca statistica sulla percezione della corruzione, perché non si dispone di dati così disaggregati, sicché gli Atlanti rappresentano uno strumento di consultazione per le Amministrazioni locali e sono oggetto di interesse da parte del Master APC di Pisa e dell’Anac.

Ma l’esito più significativo è forse nell’apprendistato di una dimensione di coscienza civile da parte dei giovani.

Il 51%  degli intervistati ad Ostia dichiara che la corruzione non è un reato ma una scorciatoia occasionale; il 75% degli intervistati in Campania pensa che la crisi economica sia un motivo valido per pagare in cambio di un lavoro. Questi due dati scarni sono però emblematici delle condizioni di contesto in cui la corruzione diventa un codice culturale: parallelamente il processo di riproduzione della miseria nei suoi due volti di sottrazione e di deprivazione diviene inarrestabile. Acquista quindi senso e vigore la conclusione tratta da uno studente al termine dell’esperienza “con questo progetto, noi ci siamo politicizzati”.

Ecco, abbiamo bisogno sempre più di questo: di realizzare, coinvolgendo le giovani generazioni in modo da suscitare in loro il bisogno e la passione dell’agire politico, progetti che ci portino dentro le contraddizioni, per conoscerne il nodo e per scioglierlo.

 

*Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica, è presidente di Libertà e Giustizia.

Hanno collaborato alla redazione dell’articolo Beatrice Ravaglioli, responsabile nazionale del progetto “Piccolo Atlante della corruzione” e Marta Pirozzi, che ha curato una sintesi dell’intervento, presentandola all’assemblea nazionale organizzata da Libera a Roma il 17 ottobre 2015

 

 

 

1 commento

  • Presidente Vannucci,

    davvero non riesco a cogliere molto di positivo nel far toccare con mano a tanti studenti, quanto sia diffusa e penetrante la corruzione e come sia pressochè impossibile venirne a capo.

    Colgo piuttosto la loro costernazione, la loro angoscia, la possibile rassegnazione, visto che “così fan tutti”, nella persistente mancanza di un ricambio qualitativo nella classe dirigente del Paese, e quindi di una lotta efficace al fenomeno della corruzione, di cui si sa tutto. Specialmente chi la studia e la insegna nelle università e chi la combatte, o meglio chi cerca di combatterla, come il nucleo di magistrati di Milano che se ne occupa prevalentemente, che si ritrova pressochè impotente, perchè manca sempre qualcosa per portare i “colletti bianchi” in galera, e anche la frequenza della pena certa, possa funzionare da efficace deterrente.

    Ho assistito un paio danni fa alla Statale di Milano, ad un dialogo dell’Espresso su “Anticorruzione”. Erano presenti i magistrati Davigo e Robledo ed il prof, Nando Dalla Chiesa.

    Ho sofferto ascoltando le loro difficoltà ad operare, ad ascoltare come fosse quasi impossibile arrivare alla conclusione dei processi e ad arrestare un colletto bianco. E come fosse assurdo comstatare come, in paesi dove la corruzione fosse molto meno diffusa, fossero a migliaia nelle galere per quel reato, mentre da noi solo 2/300.

    Impossibile fare la “Rivoluzione Culturale” se il potere non lo vuole.

    Ho creduto che “Coalizione Sociale” fosse la giusta sintesi tra teoria e pratica, tra il braccio e la mente, che gli incontri tra Rodotà e Landini, tra Vannucci e don Ciotti, tra LeG e FIOM, potessero portare rapidamente ad azioni efficaci per cambiare davvero verso non solo sulla corruzione, ma anche a fermare e far retrocedere il “rullo compressore” dall’asfaltatura della Costituzione, dei diritti, dalla legge elettorale…

    Ma il tempo passa, il rullo corre, mentre Coalizione Sociale resta ferma ai blocchi di partenza. Un vero peccato. Perchè solo un’”Entità Sociale” di ottima e riconosciuta qualità, e che entri in politica direttamente brandendo la Costituzione può produrre quel cambiamento urgente di cui c’è bisogno.

    E dare a quei ragazzi, che toccano con mano la corruzione e quindi la precarietà sociale a fronte della povertà della nostra classe dirigente, una solida e credibile speranza nel futuro.

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