Piccoli liberali crescono

Aula SenatoPrende quota su Il Giornale il contrappello dei tre “intellettuali liberali” Bedeschi, Berti e Cofrancesco contro il documento di Libertà e Giustizia che segnala i pericoli di “svolta autoritaria” insiti nella combinazione Italicum-Senato delle Autonomie. Alle autorevoli adesioni dei craxiani Ostellino e Pellicani, se ne sono presto aggiunte altre 46, fra cui quella del craxiano Luigi Covatta e, per fare buon peso, quella del craxiano Giuliano Ferrara. Per ricostituire l’indimenticabile Assemblea Socialista (quella dei “nani e ballerine”, Rino Formica dixit) mancano soltanto Sandra Milo e il geometra Filippo Panseca (quello della piramide simil-egizia in onore del faraone Bettino I). Questi noti frequentatori di se stessi, oltre alla bizzarria di essere socialisti e di definirsi “liberali”, non possono proprio tollerare che esistano intellettuali non organici al potere, non appecoronati ai piedi del governo di turno. E questo, viste le loro biografie, è comprensibile. Ma poi contestano a Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Carlassare & C. anche “l’autorità morale e il prestigio intellettuale” per criticare le riforme targate Renzusconi. Tralasciamo, per carità di patria, il concetto di “prestigio intellettuale”, che in bocca a un Ostellino e a un Ferrara diventa un ossimoro. E concentriamoci sull’“autorità morale”. Quella di Ferrara è nota da quando confessò, vantandosene si capisce, di aver fatto la spia per la Cia, a pagamento in contanti si capisce, per poi elogiare e difendere i peggiori lestofanti d’Italia: da Craxi ad Andreotti, da Contrada a Dell’Utri, da B. a Previti. Ma, tra i 51 firmaioli contrappellanti, c’è addirittura chi lo batte: Pier Franco Quaglieni, fondatore e presidente del Centro Pannunzio di Torino. Qualcuno dirà: e chi è costui? È quel che domanderebbe anche Mario Pannunzio, se fosse vivo. Nei primi anni 90, Indro Montanelli vinse il premio Pannunzio e lo accompagnai a ritirarlo. Durante la cerimonia, un trombone con barba e mustacchi risorgimentali concionò e tromboneggiò per ore, proclamandosi erede unico e universale del fondatore del Mondo. Montanelli, che di Pannunzio (quello vero) era amico e del suo giornale era collaboratore, lo ascoltò con crescente impazienza, poi mi sussurrò all’orecchio: “Ma chi è quel bischero? Io frequentavo Mario e il suo Mondo, ma non l’ho mai visto né sentito nominare”. Era Quaglieni. Dieci anni dopo, una giovanissima magistrata torinese denunciò per molestie un vecchio sporcaccione che la tempestava di telefonate sconce a ogni ora del giorno e della notte, spacciandosi per un tale “dottor Des Ambrois”. Gl’investigatori le misero il telefono sotto controllo e smascherarono il molestatore: era Quaglieni. Le sue erano ovviamente molestie tipicamente liberali, nel solco della tradizione crocian-einaudiana. Per meglio camuffarsi, il volpino usava astutamente come pseudonimo il nome della via d’angolo della sede il Centro Pannunzio (via Des Ambrois). Al processo che ne seguì a Milano, il presidente del “Pannunzio” dovette penosamente ammettere ciò che non poteva negare, visto che la voce immortalata nelle intercettazioni era la sua e il telefono da cui partivano le sconcezze era quello di casa sua. Seguirono le sue imbarazzate e imbarazzanti scuse alla vittima, anche per strappare ai magistrati una modesta oblazione in pena pecuniaria. In un paese normale, uno così sarebbe scomparso dalla circolazione. Invece il Quaglieni seguitò a impartire lezioni di liberalismo a destra e a sinistra. Soprattutto a sinistra, visto che il Centro Pannunzio s’è trasformato in una succursale di Forza Italia, frequentata da pensatori tocquevilleani del calibro di Daniele Capezzone, e l’erede dell’incolpevole e ignaro Pan-nunzio si batte impavido contro “l’egemonia culturale della sinistra” (infatti nel 1976, quando il vento della politica tirava a sinistra, si era prontamente candidato nelle liste del Pci, come si conviene a ogni intellettuale controcorrente). Ora, da quel popo’ di cattedra, fa la morale a Zagrebelsky e a Rodotà. Molestamente.

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