La scala delle idee

Zagreb-saggio1. La scala delle idee – 2. La mente che registra e classifica – 3. La mente che interpreta – 4. La mente che risolve – 5. La mente che progetta – 6. La mente che sogna e spera – 7. Idee politiche – 8. Paradosso della democrazia – 9. Responsabilità – 10. In chiusura -

1. (La scala delle idee) Tra le idee, si possono fare le più diverse distinzioni. Ora, assumeremo un criterio funzionale, che ha a che vedere con la domanda: che funzione esse svolgono nella nostra vita?

Possiamo immaginare una scala a cinque gradi, che corrispondono ad altrettante funzioni. Su questa scala, le possiamo ordinare, per così dire, partendo dal basso verso l’alto, a seconda ch’esse valgano per classificare, o per risolvere, per comprendere, o per progettare, o per immaginare e sognare. La figura della scala non deve suggerire una distribuzione secondo una minore o maggiore dignità delle idee stesse, corrispondente al posto che vengono a occupare. Come in una scala, i gradini più in basso sono indispensabili per salire su quelli più alti e quelli più in alto non sarebbero raggiungibili senza quelli più in basso. Come l’immagine della scala ancora suggerisce, i gradini non sono separati da divisioni insormontabili. Anzi, servono per passare dall’uno all’altro, in salita e anche in discesa.

Questo, vale in premessa. Con quest’aggiunta: classificando le idee, classifichiamo gli esseri umani, a seconda ch’essi si sentano maggiormente attratti a una o un’altra categoria. Così, abbiamo chi è più incline all’osservazione, piuttosto che alle soluzioni; più alle interpretazioni che alle progettazioni, più all’immaginazione e al sogno che alla progettazione, e viceversa. Pensare e distinguere le idee può servire a meglio conoscere noi stessi, il nostro carattere.

2. (La mente che registra e classifica) Alla base c’è – sempre che sia possibile e non si tratti d’una finzione paradossale – la mente che osserva interamente identificata con l’oggetto, senza autonomia, puramente riflettente come uno specchio.

Per illustrare che cosa significhi quest’identificazione, non c’è modo migliore del  paradossale e “vertiginoso mondo di Funes” il memorioso. Funes era stato travolto da un cavallo e, battendo il cranio – racconta Borges -, gli si era spalancata la mente: da cieco, sordo, stordito, smemorato qual era stato, era convinto d’essere diventato finalmente consapevole di ciò che lo circondava: tanto quanto, anzi più di Ciro, re dei Persiani, di cui si dice che sapesse chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito; più di Mitridate, che amministrava giustizia nelle ventidue lingue del suo Impero. Noi, in un’occhiata, percepiamo, per esempio, tre bicchieri su una tavola. Funes, invece, tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola; registrava e ricordava tutte le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile l882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una volta sola, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche, ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. Un cane non era un cane, ma il cane delle tre e quattordici, visto di profilo, era diverso dal cane delle tre e un quarto visto di fronte. Ogni cosa, per amor della precisione, aveva un suo diverso nome. Così perfino i numeri: aveva inventato un sistema originale di numerazione e in pochi giorni aveva superato il ventiquattromila. Non l’aveva scritto, perché d’averlo pensato una sola volta gli bastava per sempre. Il primo stimolo gli venne dallo scontento che per il 33 in cifre arabe ci volessero due segni e due parole, in luogo d’una sola parola e d’un solo segno. Applicò questo stravagante principio agli altri numeri. In luogo di settemilatredici diceva (per esempio) ‘Maximo Perez’; in luogo di ‘settemilaquattordici’, ‘la ferrovia’; altri numeri erano ‘Luis Meliàn Lafinur, Olimar, zolfo, il trifoglio, la balena, il gas, la caldaia, Napoleone, Agustin de Vedia. In luogo di cinquecento diceva ‘nove’. A ogni parola corrispondeva un segno particolare, una specie di marchio; gli ultimi erano molto complicati. Questa estrema – e demenziale – precisione: a ogni cosa, nella sua specificità, un suo nome, però, a che cosa porta? Borges conclude: “credo che Funes non sapesse pensare”, non avesse idee.

Si tratta, naturalmente, di una raffigurazione fantastica: il racconto è parte di “Finzioni” (J.L. Borges, Funes o della memoria, in Finzioni, in Tutte le Opere, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 1984, vol. I, pp. 711 ss.). Quelle che Funes aveva in testa non si potrebbero nemmeno dire “idee”. Erano fotogrammi isolati, registrati uno per uno, che non potevano essere messi insieme in una qualche “comprensione”, strutturazione “ideale” del mondo. In effetti, le idee sono necessariamente “astrazioni da”, devono esprimersi con parole sintetiche, cioè con nomi comuni, non con nomi propri, come nel caso di Funes. Se noi avessimo e usassimo soltanto – sottolineo il “soltanto” – nomi propri, non sapremmo allontanarci da ciò che è puramente e semplicemente individuale, occasionale, particolare, non sapremmo concettualizzare e, alla fine, non potremmo stabilire rapporti di uguaglianza e disuguaglianza tra le cose, perché tutte, nella loro individualità, sono disuguali tra loro, cioè sono uguali solo a se stesse. Ci perderemmo in una selva di particolari e non potremmo nemmeno comunicare tra di noi. Non potremmo dire: sono andato a spasso col mio cane, in modo che chi ascolta sappia che ho “un cane”, ma dovrei dire che sono andato a spasso con Pluto, Fido o Toby, ma nessuno avrebbe la minima idea che questi sono nomi “di cane”, perché non avremmo l’idea di cane. Ognuno sarebbe chiuso nel suo mondo fatto di particolari, come si dice che sia quella deviazione della psiche che chiamiamo autismo, una malattia di cui, in effetti, uno dei sintomi è l’attaccamento maniacale ai dettagli che ci impedisce di aprirci agli altri, di com-prendere, di prendere insieme, cioè comunicare.

Tuttavia, in chi più e in chi meno, c’è un Funes in ciascuno di noi, in quanto si voglia che la nostra mente non si perda nella pura e semplice fantasticheria, nel sogno dell’irrealtà. Funes è solo l’estremo d’un pensiero. Ma, un pensiero che non si leghi a un oggetto reale – cioè l’opposto di Funes – sarebbe altrettanto insensato. Lo stare con i piedi per terra, anzi con la mente incardinata nella realtà, implica, dunque, che le caratteristiche specifici di più oggetti singoli confluiscano in categorie designabili con nomi comuni o “sintetici” attraverso selezioni e mescolanze di caratteri semplici. Le categorie non rispecchiano integralmente la realtà nelle infinite sue particolarità, ma la concettualizzano e, concettualizzandola, inevitabilmente, la semplificano nell’idea.

Idealizzare è, necessariamente, classificare. La mente che osserva con l’intento di conoscere “ordinatamente” la realtà procede per classificazioni e la classificazione presuppone l’adozione di elementi significativi per definire idee differenziali (di genera e di species). Tanto più analiticamente si classifica, tanto più precisamente si conosce. Funes era incapace di conoscere ed era un infelice. La classificazione è fonte di piacere intellettuale per la mente che conosce. La rivista Zookeys – Encyclopedia of Life, nel mese di agosto 2013, ha dato notizia dell’avvenuta identificazione all’interno della categoria dei Procyonidae, di un mammifero noto da più di 400 anni, avente sue proprie caratteristiche morfologiche e genetico-riproduttive, ma fino ad allora “confuso” con l’olingo e da allora in poi nominato, per le più piccole dimensioni, olinguito. Non si è trattato, propriamente, di una “scoperta” (come erroneamente hanno riferito i giornali non specializzati), ma di una riclassificazione. I ricercatori statunitensi dello Smithsonian’s National Museum of Natural History avranno avuto di certo un moto di gioia nel constatare il passo in avanti della loro mente che procedeva nella conoscenza e nel pregustare il sapore di altri passi dello stesso genere: quanti segreti ancora la terra cela, che attendono d’essere (da noi) svelati!

3. (La mente che interpreta) Gli esseri umani sono essenzialmente esseri che procedono attribuendo significati ai fatti, agli atti, agli eventi in cui s’imbattono. Sono esseri comprendenti. Quando si dice: “ho capito!”, s’intende: “Ho inteso il senso”. Si prenda, per esempio, l’insieme di atti e fatti che si sono svolti in Italia dal ’22 al ’45, che chiamiamo fascismo, o quelli che si sono svolti in Germania dal ’33 al ’45 che chiamiamo nazionalsocialismo. La denominazione dice già, di per sé, che li accomuniamo in un significato comune, cioè che siamo persuasi che vi sia un filo che li unisce, che non sono frutti del caso, ma derivano da un progetto o, se non da un progetto volontario e consapevole, da una “ragione storica” obbiettiva che permette di collegarli in un quadro di significanza che li abbraccia tutti.  Tale quadro di significanza è dato dall’idea interpretatrice. Quando ci chiediamo, per esempio: che cosa è stato il fascismo internazionale?, possiamo rispondere: il complotto di bande di criminali che hanno ingannato il popolo; una risposta difensiva, prima, e aggressiva, poi, della piccola borghesia minacciata dal conflitto tra capitalismo e socialismo; un episodio della “guerra civile europea”; un tentativo di “nazionalizzazione delle masse”; una dittatura terrorista, reazionaria, sciovinista e imperialista del capitale finanziario o, al contrario, l’ultimo tentativo della politica di sottoporre al suo controllo la forza naturale del capitalismo; la “biografia d’una nazione” o, al contrario, una parentesi entro il corso del suo sviluppo nella storia della sua libertà. Se ci chiediamo che cosa è stata la resistenza al fascismo, possiamo rispondere: una lotta di riscatto nazionale, dall’occupazione tedesca e dal regime fascista; un episodio di lotta di classe; una guerra civile. Questi esempi riguardano grandi vicende storiche. Ma, ogni, anche più piccolo fatto della vita cade sotto la nostra interpretazione, poiché non possiamo non attribuirgli un significato. Ogni parola, ogni segno, ogni atteggiamento della persona amata c’interpella: come dobbiamo intenderlo? Che cosa vorrà dire? Quale messaggio contiene? Che cosa dobbiamo aspettarci? L’essere umano è essenzialmente interpretante. La vita è una sequenza d’interpretazioni, siano esse problematiche (quando i criteri d’interpretazione non sono evidenti a prima vista), o siano ovvie (quando invece lo siano, per pacifica interiorizzazione).

La mente che interpreta, dunque, non “registra” conoscenze nuove. Dispone invece conoscenze acquisite in quadri d’insieme nei quali i singoli tasselli assumono significati in relazione ad altri, che entrano nel quadro. Il risultato non è l’accumulo di conoscenze, ma l’esplicazione. Di fronte a un’interpretazione nuova e convincente, il commento sarà un “guarda, guarda!”, come di fronte a un’illuminazione che fa vedere le cose secondo una certa prospettiva, in precedenza non sperimentata. La conoscenza delle cose apre alla loro interpretazione, ma l’interpretazione dà un senso alle cose stesse, le fa conoscere come manifestazioni di senso. Per questo, interpretare è sempre prendere posizione.

L’illuminazione è ciò che si può definire la “idea rivelatrice”: rivelatrice dei nessi possibili che danno una ragione d’insieme ai singoli elementi che si compongono tra loro. L’idea rivelatrice contiene la presa di posizione. Non sta nei fatti, negli atti, negli accadimenti, ma in noi che li osserviamo e li interroghiamo. La conoscenza storico-spirituale non può farne a meno. Essendo in noi e non nelle cose, è evidente ch’essa ha una radice posta nel soggetto interpretante, inserito nel contesto problematico di valori, interessi, rappresentazioni e auto-rappresentazioni entro il quale si svolge la sua esistenza. In questo senso, si tratta di un’attualizzazione dell’esperienza storica che noi facciamo nostra secondo ciò che intendiamo “rivelare” la storia cui attribuiamo, secondo il nostro punto di vista, valore di magistero.
È diventata un luogo comune l’idea espressa da Benedetto Croce con l’espressione: la storia è sempre storia contemporanea. Ma, la si deve completare così: la contemporaneità è sempre, necessariamente, la premessa del futuro. Nessuno vive l’attimo presente se non raffigurandosi nell’attimo che segue. Il presente, per l’essere umano, è sempre apertura al futuro. Onde, possiamo dire che la storia è anche storia futura: l’interprete ha occhi per ciò che è stato, per ciò che è e per ciò che sarà. In questa sequenza egli è totalmente immerso e, a meno di essere nel novero degli ignavi – gli “sciagurati che mai non fur vivi”: Inferno, canto III) -, sta il suo necessario “prendere posizione”. Ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà è per lui. E quel che è per lui dipende anche da lui. L’interpretazione è dunque premessa per l’azione.

4. (La mente che risolve) Le idee che elaboriamo valgono non solo a conoscere ordinando le conoscenze in concetti e a interpretare il mondo in cui viviamo, ma anche ad affrontare la vita e i suoi problemi, dando loro delle soluzioni. Probabilmente, ogni essere vivente dotato d’un sistema cerebrale produce idee di questo genere, più o meno sviluppate: non solo gli esseri umani. Un etologo sarebbe in grado di fornire innumerevoli esempi. Qui, ancora, prendiamo spunto dall’esperienza. Davanti a una porta che dà su un prato, passa un’ombra. È uno scoiattolo che corre via spaventato. La noce che porta in bocca cade e resta lì, davanti alla porta. A questo punto, di fronte, incomincia una specie di balletto a due, che attira l’attenzione. Lo scopo è distrarre. Dopo un po’, non ci si pensa più, e quando ci si chiede che fine ha fatto la noce, col suo mallo ancora verde, è sparita. Evidentemente, qualcuno era ritornato a prendersela, dopo aver neutralizzato l’attenzione di chi avrebbe potuto rappresentare un pericolo. Una vera e propria idea strategica per risolvere un problema tecnico di recupero. La stessa cosa avviene con certe specie di uccelli, come le pernici di montagna. Se ti avvicini al nido – nidificano in buchi nel terreno – la chioccia scappa, facendo finta di essere ferita. Tu ti occupi di lei e, nel frattempo, i piccoli se la squagliano. Una volta al sicuro, la pernice prende il volo e tu resti lì come un allocco, per rimanere in campo ornitologico.

I problemi che le idee servono a risolvere possono essere, innanzitutto, di tipo teorico. L’esclamazione attribuita ad Archimede: “eureka”, significa che, immergendosi in una vasca, gli era venuta in mente l’idea che il volume d’un corpo irregolare (nella specie: il suo) potesse calcolarsi misurando il volume d’acqua che veniva spostato. Ho trovato! Ho trovato la soluzione d’un problema teorico. Lo stesso deve avere esclamato Pitagora, con il suo teorema, o Newton con la sua legge della gravitazione universale. La scoperte scientifiche sono sempre delle “trovate”, cioè “soluzioni di problemi”. Alla soluzione “in teoria”, seguirà l’applicazione “in pratica”. L’idea sta nella teoria, non nella pratica, che richiede abilità tecniche.

Siamo tutti invitati a risolvere problemi, anche se non come quelli di Archimede, Pitagora e Newton. Continuamente siamo posti – anzi: ci poniamo – di fronte a domande così formulate: dato A, come raggiungere B? A è il problema che si determina attraverso un’idea che lo rivela, B è la soluzione: tra A e B si apre lo spazio della ricerca dell’idea risolutrice C. Le idee risolutrici obbediscono alle leggi obbliganti delle scienze applicate nei diversi campi dell’esperienza: dalla statica e dalla dinamica dei corpi, all’economia, alla psicologia, al diritto, ecc. Le capacità di problem solving sono valutate nelle selezioni aziendali attraverso appositi test. I libri per le scuole contengono ormai sempre, alla fine dei singoli capitoli, questioni da risolvere attraverso altrettanti “eureka” che rappresentano, secondo il linguaggio burocratico dei pedagogisti, “competenze” richieste agli strumenti. L’accesso all’Università, dove esiste il “numero chiuso”, dipende dalla capacità di scegliere l’idea migliore per rispondere, risolvendoli, a problemi formulati come quiz.

Le idee che sono chiamate all’opera sono, allora, “idee pratiche”, da distinguere da quelle di cui s’è detto al paragrafo precedente, le quali, a loro volta, possono definirsi “idee teoretiche”. Anzi, la nostra vita – anche se non siamo a scuola o non cerchiamo un lavoro o non vogliamo iscriverci all’Università – è un quotidiano, confronto con problemi di questo genere, che ci incalzano continuamente. La soluzione può essere acquisita sulla base dell’esperienza che si è fatta abitudine, nel qual caso il problema ci sembra un non-problema. Per prendere un libro in cima a uno scaffale, non abbiamo molto da pensarci su: saliamo su una scala o su una sedia. Ma non è sempre così. Spesso, abbiamo una difficoltà e, se “non ci viene un’idea”, se cioè non sappiamo risolverla nemmeno pensandoci su a lungo, allora ci rivolgiamo al “tecnico”, cioè a chi ha l’idea di come fare, innanzitutto usando un prontuario, un “manuale pratico” che spiega non il “che cosa”, ma il “come” delle cose. Il mondo dei “tecnici” è vastissimo: è un tecnico l’elettrotecnico e l’idraulico, l’odontotecnico e il medico della mutua che applica il prontuario dei medicinali per prescriverli, l’avvocato e il giudice che applicano il codice, l’esperto di conti che si occupa di “tecnica bancaria” e finanziaria, fino all’ingegnere civile che fa i calcoli del cemento armato o il decifratore di testi antichi secondo di regole filologiche date. Ma si può andare al di là di queste pur essenziali operazioni di base, e allora arriviamo, su su fino ai “governi tecnici” dei nostri giorni, i quali devono risolvere problemi che ci riguardano tutti, come il controllo dell’eco-sistema della natura e la gestione degli equilibri dell’economia globale.

Tutti costoro (e molti altri), pur in diversissimi campi, hanno qualcosa in comune e questo qualcosa è la risoluzione specialistica di problemi pratici.  Essi fanno uso dell’ingegno, ma non sono, propriamente, “intellettuali”, se con questa parola intendiamo l’essere parti d’un sistema sociale contribuendo alla formazione d’una cultura comune, senza essere incastrati nel rapporto tra un A e un B, secondo un C necessario (J. Améry, Jenseits von Schuld und Sühne (1977), trad it., Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati-Boringhieri, 2008, p. 30).  Ciò non significa affatto condividere il “pregiudizio umanistico (C. Magris, Presentazione, ivi) secondo il quale un letterato è a priori un intellettuale  superiore rispetto a un direttore di banca o a un operaio”. Dipende dalla capacità di svolgere il proprio lavoro senza cadere nella routine esecutiva e di mettervi energie spirituali creative e diffusive, il che, in misura più o meno grande, è proprio di qualsiasi attività umana (solo la macchina e forse la bestia da soma ne sono privi).

Naturalmente, non in tutte le circostanze c’è un prontuario da applicare e non sempre il “tecnico” è un passivo esecutore. Il bravo tecnico è quello che sa affrontare le situazioni con duttilità, rimediare al caso imprevisto, immaginare soluzioni nuove di fronte a domande che non hanno risposte codificate. Le sue idee pratiche sono spesso altamente innovative, mosse dall’intuito e dal desiderio di sperimentazione. Ma, tutti questi benemeriti “risolutori di problemi”, pur così diversi tra loro sotto molti aspetti, hanno un punto in comune: la loro mente produce idee tutte conficcate nella realtà in cui operano. Le loro soluzioni sono condizionate dalle situazioni date. Essi non operano sulle, ma nelle situazioni. Per questo le idee che esclusivamente risolvono problemi, cioè le idee meramente tecniche sono tutte conservatrici o restauratrici, così come conservatori o restauratori sono per loro natura i governi tecnici.

5. (La mente che progetta) Sul gradino successivo della scala troviamo, precisamente, le idee sulla realtà, cioè quelle che ci formiamo in tensione con le nostre rappresentazioni delle circostanze esistenti. A seconda che queste idee rappresentino “miglioramenti” o “rovesciamenti”, si tratterà di idee “riformiste” o “rivoluzionarie”. La rappresentazione di realtà diverse da quella in cui siamo stabilisce una distanza tra ciò che, secondo noi, è e ciò che dovrebbe essere e vorremmo che fosse. In quella distanza, si apre lo spazio per l’azione trasformatrice della realtà: azione strategica e fattiva, che, in questo suo carattere assomiglia alla tecnica, ma che da questa si distingue per la sua innovatività. Lo schema entro il quale si colloca la mente che progetta è anch’esso (come la mente che risolve) un rapporto tra tre elementi, ma un rapporto inverso: A è il fine da perseguire (invece che il dato); B è il dato da rimuovere (invece che di arrivo); C è l’idea progettuale  che fa da ponte tra A e B.

La mente che progetta è necessariamente una mente che alimenta idee partigiane, cioè “che parteggia” per una determinata concezione della realtà, in contrasto con altre concezioni ch’essa mira a sconfiggere. Questo è un punto da segnalare, per quel che si dirà in seguito, a proposito dell’importanza delle idee nella vita politica e, in particolare, nella versione democratica della vita politica. La mente progettante, per quanto possa mirare alla costruzione del migliore tra i mondi possibili, dove tutti e ciascuno troveranno la verità, la giustizia e la bellezza della vita, si troverà necessariamente a combattere contro altri progetti, per la semplice ragione che ciò che è vero, buono e bello per me, non lo è necessariamente anche per te. Nel tempo del relativismo, che è il nostro, la mente progettante produce necessariamente idee divisive. Uno dei problemi del nostro tempo è d’evitare che le divisioni diventino distruttive; è governare le divisioni. Torneremo sul punto.

Di solito, si pensa che le idee progettuali siano proprie degli esseri umani; anzi, che il fatto d’esserne capaci sia il loro tratto di nobiltà, che li distingue dalle altre specie di esseri viventi (a differenza delle idee risolutive). L’ “essere morale” di cui parlano i filosofi, cioè l’essere capace di porsi criticamente di fronte a se stesso e di fronte al suo mondo, di assumersi la responsabilità della propria esistenza, di agire conseguentemente e di essere quindi artefice della storia propria e della propria specie, è l’essere umano. Tutti gli altri vivono la loro esistenza dentro, o sotto, leggi biologiche che non possono mutare.  Gli etologi hanno individuato una “vita morale” degli animali (Marc Bekoff – J. Pierce, Giustizia selvaggia. La vita morale degli animali, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010) che si esprime in gesti altruistici, protettivi e generosi, gli uni verso gli altri. Questa loro “morale” non ha, tuttavia, a che vedere con l’essere umano come essere morale, nel senso anzidetto; si tratta di sostegni reciproci e protezioni dai pericoli dell’ambiente, dunque di sopravvivenza in situazioni date. Le idee morali presuppongono invece, rispetto alle situazioni, che l’essere pensante e agente si riservi un certo grado di autonomia, quindi di responsabilità.

L’essere umano che risolve e ripara è ovviamente considerato un benefattore. La stessa cosa non è, necessariamente, per quello che progetta. Le sue idee possono essere velleitarie, pericolose, distruttive o addirittura autodistruttive. Piccoli uomini che presumono troppo da sé, che credono di creare, mentre sono capaci solo di demolire; di essere artefici della storia, mentre non sono che mezzi in mano d’altri; che credono di fondare il regno della pace e dell’armonia, mentre instaurano il regno del disordine e della sopraffazione. Mentre oggi dominano come dogmi il “riformismo” e l’“innovazione”, si comprende facilmente perché la progettualità nel campo delle relazioni umane sia oggetto di diffidenza presso gli spiriti meno ingenui di quelli che credono che tutto sia loro possibile, purché esista la cosiddetta “volontà politica”. Quegli uomini che, con le loro piccole idee, credono di fondare il regno in cui desiderano vivere facilmente sbagliano per un duplice, simmetrico motivo: o perché credono nelle loro proprie idee, mentre una sola idea esiste, dominante, incontestabile, necessaria che piega a sé tutte le individualità, secondo qualche legge storica; o perché nessuna idea è possibile. La prima posizione – per la quale fare nomi è superfluo – è quella dell’idealismo storicista: la storia dei popoli ha una sua legge; tutto ciò che accade è necessario; opporsi è insensato; la questione è comprendere questa legge e la sua necessità, dopo di che occorre favorirla o, almeno, adeguarsi.  La seconda è quella che s’ispira all’idea della società complessa: troppo complessa perché ci possa essere una mente, individuale o collettiva, capace padroneggiarne tutti i fattori, per governarli in vista di qualche buon fine, stabilito a priori. La conseguenza è opposta a quella cui perviene l’idealismo: il governo delle società deve ridursi al minimo; ogni politica riformista (per non parlare di quella rivoluzionaria) è un azzardo perché, volendo una cosa, per il gioco di circostanze in massima parte sconosciute, ne produce altre, non previste: vogliamo una cosa e ne otteniamo un’altra. La cosiddetta eterogenesi dei fini consiste nell’intromissione tra la stazione di partenza e quella d’arrivo d’una infinità di fattori condizionanti che non solo non si possono dominare, ma nemmeno prevedere. I singoli devono, perciò, essere lasciti liberi di perseguire il loro benessere e il loro interesse; dal gioco delle loro azioni individuali intenzionali deriverà un ordine sovra-individuale in-intenzionale.  Ferrea legge della storia o massima libertà o spontaneità: opposti approdi di due visioni, nemiche entrambe della “mente che progetta”.

C’è poi una terza posizione, che porta non alla soggezione e neppure alla libertà, ma all’astensione da ogni idea generale che non sia la seguente, negativa: non ne vale la pena, perché ogni idea progettuale contiene qualcosa di bene e qualcosa di male, che alla fine si elidono reciprocamente. Scetticismo, rassegnazione. “Non c’è uomo sulla terra che, facendo il bene, non faccia anche il male”, dice la voce di Qoèlet (7, 20), il grande scettico dell’Antico Testamento. “Vanità delle vanità, tutto è vanità sotto il sole”: tanto vale stare a guardare, magari sorridendo beffardamente a chi tanto si dà da fare per qualche sua idea che, illudendosi, crede benefica e generosa. Per comprendere la mentalità dello scettico, c’è una pagina di Thomas Mann dedicata a chi, avendone “già viste di tutti i colori”, ora sa darsi una ragione d’ogni cosa al mondo ed è invaso da quella che chiama “nausea del conoscere e del comprendere” (Tonio Kröger (1903), trad. it. in Romanzi brevi, Milano, Mondadori, 1989, p. 92 s.): uno «spiacevole aspetto della questione è poi […] la sufficienza, l’indifferenza, l’ironica stanchezza della verità, come pure è innegabile che nulla è più sordo e disperato di una cerchia di cervelli fini che ne abbiano già sperimentate di tutte. Ogni conoscenza acquisita è per costoro vieta e stucchevole. Provate a enunciare una verità la cui conquista e possesso vi rendano, forse, giovanilmente felici; uno sprezzante “hm, hm” accoglierà, per tutta risposta, le vostre scoperte di dozzina… Ah sì, la letteratura [cioè le idee] stanca […] Comprendere tutto vorrebbe dire tutto perdonare? Eh, non lo so. C’è qualcosa […] che io definisco la nausea del conoscere; lo stato d’animo nel quale all’uomo basta vedere a fondo una cosa per sentirsi disgustato a morte”. E poi l’amara riflessione di chi non vuol cedere a questa orribile convinzione del “tutto si equivale”, nulla vale più di altro: “Veder limpido pur attraverso il lacrimoso velo dei sentimenti, riconoscere, notare, osservare, e quel che si è osservato doverlo mettere da parte sorridendo, ancora negli istanti in cui mani si stringono, si ritrovano labbra, in cui, spegnendosi nella sensazione, lo sguardo umano vien meno – tutto ciò è infame […], è abbietto, è indegno … ma a che serve indignarsi?».

Qui possiamo trovare la spiegazione di un carattere che ritroviamo spesso presso chi “tutto sa”, o tutto crede di sapere, e ha una coscienza così vasta e ospitale da poter accogliere qualunque cosa. È l’assenza di energia verso la realtà: perché darsi da fare, se una cosa vale l’altra? Per decidersi e agire occorre una buona ragione, prevalente su quelle meno buone o cattive. Occorre preferire una scelta a un’altra, avere principi irrinunciabili e una scala di valori che orienti selettivamente la coscienza. Ma, se tout comprendre, c’est tout mépriser (F.W. Nietzsche, Nietzsche contra Wagner. Documenti di uno psicologo, Epilogo, n. 2, in Opere 1882/1895, Roma, Newton Compton, 2008, p.914) o – e sarebbe la stessa cosa – se tout comprendre, c’est tout aimer, per quale ragione dovrebbe farsi una scelta. Qui c’è la ragione per la quale spesso gli uomini di pensiero non sono capaci di decisioni e quindi di azioni. Non sarà forse vero che “energia e cultura stanno sempre in rapporto inverso”? (W. von Humboldt, Idee sulla costituzione dello Stato suggerite dalla nuova carta costituzionale francese (1792), in Humboldt, Bologna, il Mulino, 1961, p. 48) e che gli uomini d’azione non sono di regola uomini di pensiero. Anzi, questi ultimi spesso sono uomini fanatici, innamorati della loro ignoranza o dell’unilateralità della propria visione del mondo, che credono sia loro data come idea rivelatrice assoluta.

Se il fanatismo è una malattia della coscienza, lo è anche il suo opposto: la “nausea delle idee” (F. Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, Torino, Einaudi, 2002, p. 9). Essa porta alla giustificazione totale: comprendo tutto, dunque sono “comprensivo” nei confronti di tutto. Se tutto è giustificabile alla luce di qualche “comprensione”, tutto può essere giustificato. Comprendere è giustificare. Questo è il mondo e sempre così sempre sarà: questa è l’idea d’ogni spirito scettico. Siamo in presenza di qualcosa come una “giustificazione passiva” che porta ad accettare qualsiasi cosa e, poi, a destreggiarsi opportunisticamente e cinicamente in una esistenza, concepita come melma in cui nuotare. La mente progettuale è quella che ha idee, ma non “tutte le idee”. Senza idee o con tutte le idee, il risultato è lo stesso: la paralisi della parola e dell’azione.

(La mente che sogna e spera) Speculare a quella dello scettico, è la posizione del sognatore. Entrambi negano che la sordida bassura dell’esistenza sia modificabile attraverso progetti e azioni: il primo, vi si immerge completamente, i secondi ne fuggono, altrettanto completamente, cercando la salvezza in un mondo o di pura fantasia letteraria o di ardente speranza religiosa in qualche promessa ultramondana. La mente che sogna ci può portare in isole felici, città  ideali, paesi di cuccagna, Atlantidi che riemergono dall’oceano. La mente che spera ci porta, invece, nelle visioni e nelle profezie della pienezza dei tempi, della “nuova Gerusalemme” (Ap 21, 2), della giustizia e della consolazione degli oppressi, della pace perpetua. La mente che sogna ci porta nei numerosi regni di utopia, i luoghi felici (eu-topoi) che sono non-luoghi (u-topoi) (V.I. Comparato, Utopia, Bologna, il Mulino, 2005); la mente che spera, invece, nei tempi apocalittici sulla cui attesa si fonda la forza interiore delle religioni escatologiche. Sia il sogno che la speranza ignorano completamente ciò che sta tra la condizione materiale presente, vissuta come corruzione o dannazione, e la condizione sognata o sperata come purificazione o redenzione. La tensione tra le due condizioni non pone nessun problema pratico; nessun progetto può servire ad avvicinarci alla realizzazione del sogno utopico e, d’altra parte, il tempo apocalittico può soltanto essere atteso, non sapendo quando e come verrà. Al più, ci si può apprestare ad accoglierlo (raddrizzando le vie del Signore, convertendosi, preparandosi).

Nella scala ideale, le idee che nascono dal sogno o dalla speranza stanno dove si perde il collegamento con la durezza della realtà. Esse sono fantasmi senza corpo, fuochi fatui, prove d’intelligenza pratica e fine a se stesse o, in certi casi, esercizi di bravura del ciarlatano quando vogliono passare per quello che non sono, cioè certezze. Tutti abbiamo bisogno di sogni e di speranze. La poesia si nutre degli uni e dell’altra e d’una dimensione poetica della vita non si può certo fare a meno, senza rinunciare a un aspetto dell’umanità. Ma non ci si deve ingannare, smarrendosi tra il regno delle possibilità e il regno dei sogni. Per anelare a che tutto cambi, i sognatori dimenticano, anzi annullano l’esistenza e la forza di resistenza di ciò che c’è da cambiare. Ignorano che la dimensione della vita umana è immersa e condizionata dal “possibile” e, nel concetto di possibile, è implicito il limite. Gli esseri umani non sono onnipotenti, non possono “creare dal nulla tutte le cose”. Sognando un altro mondo e non potendo arrivarci da soli, finiscono per aspettarselo dall’intervento di un messia; da chi, soltanto, ci può salvare.  Se poi un qualche messia o salvatore (uomo del destino, partito, movimento) compare effettivamente sulla scena della storia e pretende d’essere lui il realizzatore onnipotente, l’utopia diventa incubo totalitario: evasione o perversione, due aspetti, in generale, compresenti nella realtà dei totalitarismi che abbiamo conosciuto e sono solo d’un poco dietro le nostre spalle (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, in Opere complete, vol. VI, Torino, Einaudi, 2004, p. 271).

Così, avendo rapidamente percorso i cinque gradi delle idee, siamo giunti, partendo dalla concretezza della “cosa”, cui Funes era incatenato senza possibilità di distanziarsi nemmeno un poco, all’evaporazione della cosa, nelle immagini del sogno o nella promessa salvifica d’un mondo che verrà, se verrà. All’inizio, la cosa inghiotte l’idea; alla fine, l’idea espelle o annulla la cosa.

7. (idee politiche) A questo punto, il discorso sulle idee porta a interrogarci sulla parte ch’esse hanno da svolgere, e per la quale devono essere riconosciute e tenute in onore, nella vita politica. La politica è un’attività d’insieme che riguarda il governo d’intere collettività. La si potrà specificare rispetto ai diversi ambiti cui si applica: politica interna, estera, economica, sociale, culturale, ecc. Ma queste partizioni sono solo elementi di un’attività pratica – la politica senza aggettivi – riguardante l’insieme, il cui governo sta, come compito, sulle spalle dei “politici”. «Tu ed io, caro amico – scriveva John Adams a Thomas Jefferson, al tempo della Rivoluzione americana – siamo stati inviati al mondo in un tempo in cui avrebbero voluto vivere i grandi legislatori dell’antichità. Ben pochi della razza umana hanno mai avuto l’opportunità di scegliere un governo per sé e i figli, più di quanta ne abbiano avuto di scegliersi l’aria, il suolo o il clima»”. La libertà della politica, in nome della quale si progettano riforme e si preparano  rivoluzioni sociali, nasce precisamente da questo presupposto: che la politica e i politici possano governare le condizioni d’esistenza delle società e quindi abbiano potere nello stabilire i caratteri di queste ultime. A quali categorie, tra quelle cinque che abbiamo sopra dette, sono da ascrivere le idee che muovono i governanti, nelle condizioni così definite nella lettera di Adams a Jefferson?

Per rispondere, si pensi, per differenza, alla definizione di politica e di politico che valeva nell’Antichità, e che troviamo in tanti passi dei dialoghi socratici. La politica si definiva la cura (della felicità) dei cittadini e il buon politico era paragonato al medico che guarisce le malattie, al nocchiero che governa con perizia la sua nave, all’agricoltore che ha cura dei suoi campi, al tessitore alle prese con la sua tela, al flautista che esegue una buona musica. Quali sono, in questi casi, le idee che muovono tutta questa gente, governanti compresi? La risposta è evidente. Quando si usano immagini di tal tipo, diffusissime nella filosofia politica antica, abbiamo a che fare con idee classificabili in quelle della “mente che risolve” (idee del III tipo). Secondo ciò che si pensa nel mondo moderno (la lettera a Jefferson è un esempio), le idee politiche sono il prodotto della “mente che progetta” (idee del IV tipo). Per gli antichi, i problemi erano “dati” e occorreva risolverli; per i moderni, il compito è innanzitutto quello di porre i problemi, per poi risolverli. La politica è attività progettuale. Il più grande “progetto” è la costituzione politica, cioè l’organizzazione della vita sociale secondo ideali generali, riversabili nella pratica del governo. Per questo, le idee esclusivamente mitiche e le utopiche non appartengono al pensiero di chi opera politicamente. Ma tutte le altre, sì: il progetto, per tradursi in pratica, ha bisogno di idee che risolvono problemi, alla luce del progetto; le idee che risolvono, a loro volta, hanno bisogno di idee che conoscono e organizzano le conoscenze in concetti, categorie astratte. Il compito del progetto è unificare, in una visione d’insieme, la particolarità degli elementi che lo compongono. L’errore capitale d’ogni politico è il difetto d’analisi, cioè l’ignoranza delle situazioni condizionanti che trasforma il progetto in utopia velleitaria.

Ora, però, il tempo che viviamo è quello della moltiplicazione degli elementi, fino alla loro frammentazione infinitesimale. Ogni elemento si presenta con le sue caratteristiche, irriducibili a quelle degli altri. I nomi propri – facciamoci caso – stanno sostituendo quelli comuni. Abbiamo forse sorriso, leggendo la storia di Funes; ma, se ci pensiamo, essa non ci indica forse la condizione verso la quale ci conduce l’enorme accumulo di conoscenze differenziate e quindi sempre più “piccole”, che caratterizza il tempo presente? Le scienze naturali, hanno scomposto il mondo – la cui sostanza, per gli antichi, era fatta d’atomi di terra, acqua, aria e fuoco – in elementi minimi che ci conducono vicini al nulla che precede la realtà. Le scienze sociali, sulle quali le idee politiche si appoggiano, a loro volta hanno spezzato le visioni d’insieme delle società.  Un tempo, c’erano gli uomini liberi e gli schiavi e, magari, i meteci e gli stranieri (delle donne, nemmeno a parlarne). Poi, le tre classi medievali dei laboratores, dei bellatores e degli oratores. Poi, i ceti e le corporazioni. La Rivoluzione francese credette di semplificare il quadro, riducendolo alla somma dei cittadini, gli uni uguali agli altri sotto la legge comune, distinti soltanto dagli stranieri. Entro l’unità formale; anzi: con la copertura dell’uguaglianza formale, le differenze sociali, ovviamente, erano tante e grandi, ma erano politicamente irrilevanti. Poi venne la “grande divisione” della società tra capitale e lavoro, proprietari e proletari i cui conflitti la politica doveva neutralizzare, governare, comporre in qualche modo in unità, per evitare la catastrofe. E oggi? Ormai pare che ciò che ha rilevanza siano gli aspetti che differiscono tra loro, piuttosto che quelli che unificano. Le categorie generali della soggettività sociale si sono sbriciolate in mille frammenti che pongono domande alla politica e attendono risposte differenziate. Le visioni d’insieme arrancano. Le ideologie – i discorsi d’idee – sembrano cose d’altri tempi. Crediamo che ciò sia perché hanno dato cattiva prova di sé, nel secolo scorso; forse, invece, è perché stentiamo a raffigurare la straordinaria frammentazione sociale in qualche idea comprensiva. Pensiamo ai soggetti. Non c’è l’essere umano o il cittadino. Ci sono le madri e padri; le coppie e i singoli, i ricchi e gli indigenti; i bambini, e gli anziani; gli studenti, gli occupati, i sottooccupati, i precari di diverse specie, i disoccupati e gli occupati “in nero” o sommersi, i titolari di impieghi stabili, precari, in mobilità; i lavoratori in aziende o in settori produttivi in ristrutturazione o in crisi, i pensionati e gli “esodati”, i sani, i malati e i disabili, gli anziani autosufficienti e non autosufficienti. Potremmo continuare all’infinito. Non che questi soggetti, con le loro differenze, fossero assenti in passato; ma, pur esistendo, non facevano problema per la politica, la quale poteva considerarli, per così dire, all’ingrosso, o ignorarli del tutto. Oggi, fanno problema. Ciascuna categoria, frammentata a sua volta fino all’individuo con i suoi problemi personali, si rivolge alla politica, pone le sue domande e la costringe ad arrancare.

Consideriamo, ad esempio, un recente progetto governativo in materia di sanità pubblica. Toccava i giochi d’azzardo e le sigarette, le bevande alcoliche e le bibite gassate, l’attività medica intra- ed extra moenia, la medicina di base e quella specialistica, la misura degli emolumenti per prestazioni mediche. L’intervento in ciascuno di questi settori ha provocato la reazione di categorie sociali specifiche, toccate nei propri interessi, che si muovono come se esistessero al mondo solo loro (si è appreso che esiste una “Assobibe” e una “Mineracqua”, associazioni di categoria). Come può la politica tenere insieme tutto questo? La società si è frammentata e così rischia di mandare in frantumi il quadro d’insieme. La politica retrocede e, con essa, le idee progettuali, che della politica sono l’alimento. Esse lasciano il posto alle idee problem solving, che tamponano le situazioni critiche. Le idee che si propongono di cambiare il quadro entro il quale quelle situazioni si sono prodotte non hanno corso. Non è un caso che i governi politici cedano il passo ai governi tecnici, ora in forma manifesta, come in Italia, ora in forma appena dissimulata, come in altri Paesi d’Europa.

Ci troviamo in questa condizione: la nostra vista si è fatta acuta, acutissima, quanto ai particolari, ma siamo ciechi di fronte a ciò che li dovrebbe tenere insieme, cioè a ciò che è generale. Ridare la vista alla politica: questo dovrebbe essere il compito. Riacquistare la vista coincide col ricominciare a parlare di idee politiche, cioè di idee generali e progettuali.

Si dirà: non c’è forse, e dominante, un’idea politica, anzi un’ideologia che domina le società del nostro tempo, condiziona i governi, rende necessaria la loro azione e l’indirizza, chiede ai cittadini sacrifici pesantissimi, come sotto una legge di necessità? Certamente c’è. Ma è un’idea impolitica: l’assolutezza della legge del mercato, anzi: dei mercati globalizzati, dove il legislatore che ha posto questa legge cogente s’è nascosto nell’invisibilità, nell’incontrollabilità, nell’inevitabilità, cioè nella sfera della necessità o del destino. Ma questo non è politica: è il contrario della politica, così come la concepiamo: la sfera delle scelte. Se la possibilità delle scelte non c’è, siamo fuori della politica o, almeno, della libertà politica.

8. (Paradosso della democrazia) Su tutte le nostre considerazioni aleggia, infine, la grande contraddizione tra la democrazia, come regime dei molti, e la disponibilità delle conoscenze da parte di pochi. Contraddizione resa acutissima nella straordinaria diseguaglianza nell’avere, nel potere e quindi nel sapere che caratterizza i rapporti tra gli esseri umani e tra i popoli nel nostro tempo. Le conoscenze sono non solo sempre più parcellizzate, ma anche sempre più riservate a gruppi ristretti di esperti, di “coloro che sanno” nell’ambito circoscritto delle loro competenze: Gli esperti, a partire dal loro sapere particolare, pretendono di sapere in generale. La divisione tra i pochi che sanno e i molti cui spetta decidere per tutti diventa il paradosso delle democrazie, la forma di governo che vuole essere il governo del grande numero, cioè di coloro che non sanno e, non sapendo, si lasciano sedurre dagli imbonitori o trascinare dai pregiudizi e dalla cieca passione. Vox populi, vox dei? Quante volte abbiamo la tentazione di dire: vox populi, vox diaboli!  Qui c’è la radice di ogni critica che, da quando si discute di queste cose, le élites – o coloro che si considerano élite, rivolgono alla democrazia: volete che tutti siano uguali e date quindi a tutti uguali poteri; ma non siamo tutti uguali: chi è meno uguale è giusto che sia governato da chi è più uguale; chi meno sa, da chi più sa. Eppure, proprio nella diffusione delle idee politiche tra coloro che “non sanno” dovrebbe cercarsi, in democrazia, l’antidoto a quella frantumazione della conoscenza che ci rende espertissimi negli specialismi, ma ignorantissimi e ciechi nelle cose generali. Sono quelli che “non sanno” specialisticamente (ognuno di noi “non sa”, rispetto a ciò che altri sanno) coloro i quali possono guardare le cose allontanandosene un poco, per vedere le connessioni, cioè per formare cultura politica. Nel tempo dell’iper-specializzazione della conoscenza, sono, paradossalmente, proprio “coloro che non sanno” la risorsa della democrazia: sono loro coloro dai quali possiamo aspettarci la ricomposizione d’un quadro insieme, dotato di senso, in cui gli specialismi si integrino entro le compatibilità, la complessità, l’interesse generale.

9. (Responsabilità) In un discorso come questo ha voluto essere, è giusto terminare con qualche considerazione pratica, sui compiti nei confronti di quella che potremmo dire la “repubblica delle idee politiche”.

Innanzitutto, esiste un’esigenza di ricomposizione del tessuto sociale, cioè di contrasto della frammentazione corporativa della società, frammentazione che produce solo rivendicazioni particolari, antipolitiche. Questo sarebbe il compito che, tradizionalmente, si assegna ai partiti politici: tramutare quelli che, allo stato brado, sono egoismi particolari, in progetti generali di vita collettiva, cioè in idee del terzo tipo. Ma, i partiti politici siamo, possiamo, o dobbiamo essere noi stessi come cittadini responsabili verso la collettività. Anche tra di noi deve diffondersi la consapevolezza di questa responsabilità. Che i partiti che conosciamo siano inadeguati, come strutture e come cultura, credo nessuno possa dubitare. Ma che occorrano comunque strutture sociali, partiti o movimenti d’idee strutturate, cioè strumenti sociali che, comunque, sappiano trasformare il particolare in generale, è altrettanto indubitabile.

Poi, c’è la responsabilità di coloro che esercitano professioni intellettuali, ai quali necessariamente si rivolge una domanda di conoscenza onesta e disinteressata, da parte di chi, alla conoscenza, non ha accesso diretto in virtù della propria professione. Nelle nostre società esiste una divisione del lavoro intellettuale. Perché questa divisione non diventi dispersione e possa ricomporsi, occorre che tra i vari comparti della conoscenza circoli quella linfa insostituibile della convivenza che è la fiducia degli uni verso gli altri. Fiducia non significa affatto accordo a priori. Significa però che si possa far conto sull’integrità delle diverse professioni intellettuali. Il consulente, il propagandista, il ghostwriter, il pubblicitario, l’apologeta, perfino il mistificatore, il falsario e il calunniatore, svolgono anch’essi una funzione intellettuale; ma, se occultano i loro legami e le loro dipendenze, corrompono con l’inganno l’integrità della funzione in nome della quale pretendono ascolto presso il pubblico profano.

Infine, i compiti del governo. Le idee, nelle società libere, non devono essere governate. Non ci deve essere una “politica culturale”; ma una politica per la cultura, sì. La promozione e la diffusione delle idee, la predisposizione di condizioni e istituzioni perché esse si possano produrre, circolare, incontrare, alimentare reciprocamente, sono necessità vitali d’ogni società politica.

10. (In chiusura) Una società che cerca di liberarsi dagli egoismi corporativi; dove la funzione intellettuale sia scevra dagli interessi che la corrompono; dove la diffusione della cultura sia assunta come compito primario dei governanti: sembrano idee del quarto tipo, utopie. Se diciamo, invece: una società dove si proceda passo a passo nel contrastare gli egoismi corporativi; dove non si sia corrivi nei confronti dei falsi intellettuali; dove s’incalzino i governi perché assumano impegni per la cultura, queste sono idee del terzo tipo, idee progettuali, che chiedono di essere messe in opera con idee del secondo tipo, le idee che risolvono. Nulla d’impossibile, ma indirizzi per l’azione.

Abbiamo iniziato con un elogio delle idee, come beni che ci portano gioia. Nel corso di queste riflessioni, ne abbiamo incontrate non poche. Anzi: abbiamo incontrato idee sulle idee. Dovremmo avere provato gioia alla seconda potenza. Ma, è poco probabile. Più facile che abbiamo provato sofferenza, constatando che ciò che dovremmo avere e, invece ci manca. Ma il peggio sarebbe se, per sentimento d’impotenza, cessassimo di pensare e lasciassimo che siano altri a farlo per noi. Questa, sì, sarebbe la massima sofferenza.

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