Non è cosa vostra

Tutte le info della manifestazione. Tutti a Bologna domenica 2 giugno dalle ore 13.30 alle ore 17.30 in piazza s. Stefano.
Sul palco: Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Roberto Saviano, Salvatore Settis, Sandra Bonsanti, Nando dalla Chiesa, Maurizio Landini, Carlo Smuraglia, Susanna Camusso, Lorenza Carlassare e molti amici rappresentanti di associazioni in difesa della Carta.

Da anni, ormai, sotto la maschera della ricerca di efficienza si tenta di cambiare il senso della Costituzione: da strumento di democrazia a garanzia di oligarchie. Non dobbiamo perdere di vista questo, che è il punto essenziale. Non è in gioco solo una forma di governo che, per motivi tecnici, può piacere più di un’altra. L’uguaglianza, la giustizia sociale, la protezione dei deboli e di coloro che la crisi ha posto ai margini della società, la trasparenza del potere e la responsabilità dei governanti sono caratteri della democrazia, cioè del governo diffuso tra i molti. L’oligarchia è il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele. Parlando di oligarchie, non si deve pensare solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, economico-finanziari e militari, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità e i loro equilibri.

Ora, di fronte alle difficoltà di salvaguardare questi equilibri e alla volontà di rinnovamento che in molte recenti occasioni si è manifestata nella società italiana, è evidente la pulsione che si è impadronita di chi sta al vertice della politica: si vuole “razionalizzare” le istituzioni in senso oligarchico. Invece di aprirle alla democrazia, le si vuole chiudere o, almeno, congelare. L’incredibile decisione di confermare al suo posto il Presidente della Repubblica uscente è l’inequivoca rappresentazione d’un sistema di complicità che vuole sopravvivere senza cambiare. L’ancora più incredibile applauso, commosso e grato, che ha salutato quella rielezione – rielezione che a qualunque osservatore sarebbe dovuta apparire una disfatta – è la dimostrazione del sentimento di scampato pericolo. Ogni sistema di potere a rischio, o per incapacità di mediare le sue interne contraddizioni o per la pressione esterna da parte di chi ne è escluso, reagisce con l’istinto di sopravvivenza. Ma le riforme, in questo contesto, non possono essere altro che mosse ostili. Per questo, di fronte alla retorica riformista, noi diciamo: in queste condizioni, le vostre riforme non saranno che contro-riforme e il fossato che vi separa dalla democrazia si allargherà. Contro gli accordi che nascondono contro-riforme, noi, per parte nostra, useremo tutti gli strumenti per impedirle e chiediamo a coloro che siedono in Parlamento di prendere posizione con chiarezza e impegnativamente e di garantire comunque la possibilità per gli elettori di esprimersi con il referendum, se e quando fosse il momento.

Soprattutto, a chi si propone di cambiare la Costituzione si deve chiedere: qual è il mandato che vi autorizza? Il potere costituente non vi appartiene affatto. Siete stati eletti per stare sotto, non sopra la Costituzione. Se pretendete di stare sopra, mancate di legittimità, siete usurpatori. Se proprio non vogliamo usare parole grosse, diciamo che siete come la ranocchia che cerca di gonfiarsi per diventare bue. Non è la prima volta. E’ già accaduto. Ma ciò significa forse che ciò che è illegittimo sia perciò diventato legittimo?

Per questo, difenderemo la Costituzione come cosa di tutti e ci opporremo a coloro che la considerano cosa loro. La costituzione della democrazia è, per così dire, il vestito di tutta la società; non è l’armatura del potere di chi ne dispone. La mentalità dominante tra i tanti, finora velleitari, “costituenti” che si sono succeduti nel tempo nel nostro Paese, è stata questa: di fronte alle difficoltà incontrate e al discredito accumulato, invece di cambiare se stessi, mettere sotto accusa la Costituzione. La colpa è sua! Non sarà invece che la colpa è vostra o, meglio, della vostra concezione della politica e degli interessi che vi muovono?

Su un punto, poi, deve farsi chiarezza per evitare gli inganni. Chi vuol cambiare, normalmente, è un innovatore e le novità sono la linfa vitale della vita politica. Per questo, gli innovatori godono d’una posizione pregiudiziale di vantaggio. Ma, esiste anche un riformismo gattopardesco di segno contrario: si può voler cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno. Allora, il movimentismo istituzionale equivale alla stasi politica. La stasi solo apparentemente è pace: è la quiete prima della tempesta.

*   *   *

Anche noi siamo per la pace; vediamo che il nostro Paese ha bisogno di pacificazione, pur se esitiamo a usare questa parola, corrotta ormai dall’abuso. Sappiamo però, anche, che la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.

Non siamo né i velleitari né i giacobini che ci dipingono. Non crediamo affatto al regno perfetto della Verità e della Giustizia sulla terra. Sappiamo bene che la politica non si fa con i paternoster e temiamo i fanatici della virtù rigeneratrice. Ma da qui a tutto accettar tacendo, il passo è troppo lungo. Siamo disposti alla pacificazione, ma a condizione che, nelle forme e con i mezzi della democrazia, si abbia come fine la ricerca della verità e la promozione della giustizia. Altrimenti, pacificazione è parola al vento. La pacificazione non è un sentimento o una predica, ma è una politica. È, dunque, una cosa molto concreta, difficile e impegnativa, perché non significa stare tutti insieme in un patto di connivenza. Significa combattere le zone oscure del potere, le sue illegalità, i suoi privilegi e le sue immunità; significa operare per la giustizia in favore del riequilibrio delle posizioni sociali, della riduzione delle disuguaglianze, dei diritti dei più deboli, di coloro che la crisi economica ha ridotto allo stremo, spingendoli ai margini della società. Solo questa è pacificazione operosa e veritiera.

Si dice che le “riforme istituzionali e costituzionali” hanno questo scopo. Ma, noi temiamo che, dietro alcune riforme “neutre”, semplificatrici e razionalizzatrici (numero dei parlamentari, province, bicameralismo), ve ne siano altre, pronte a saltar fuori quando se ne presenti l’occasione propizia, le quali con la pacificazione non hanno a che vedere. Piuttosto, hanno a che vedere con ciò che si denomina “normalizzazione”.

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La procedura. Esiste, nella Costituzione (art. 138) una procedura prevista per la sua “revisione”. Ma oggi se ne immagina un’altra, farraginosa e facente capo a un’assemblea, chiamata “convenzione”. Si sta cercando la via per una spallata per la quale le procedure ordinarie, per la volontà impotente delle forze politiche, non sono sufficienti? Già il nome induce al dubbio che di ben altro che di una “revisione” si tratti. Le “convenzioni costituzionali” (a iniziare da quella di Filadelfia del 1787) possono essere convocate con limitati compiti riformatori, ma poi prendono la mano e pretendono di essere “costituenti”, cioè di scrivere nuove costituzioni. Il fatto poi che qualcuno abbia fatto riferimento a una “Commissione dei 75”, come la “Commissione per la Costituzione” che elaborò ex novo la vigente Costituzione del 1947, non fa che rafforzare questa supposizione, confermata dal fatto che ritorna il linguaggio e la mentalità della “grande riforma”. Par di capire che si voglia la riscrittura ex novo dell’architettura della politica. L’odierna procedura – da quel poco che si capisce e dal molto che non si capisce – è un miscuglio in cui sono messi insieme parlamentari ed “esperti”, scelti dai partiti, presumibilmente in proporzione alle forze che compongono il Parlamento. Il prodotto dovrebbe passare per le commissioni “affari costituzionali” e giungere alle Camere, separate o riunite (presumibilmente per superare l’ostilità del Senato), per concludersi con l’approvazione, non senza una concessione alla democrazia del web. Il voto finale dovrebbe essere un “prendere o lasciare” (su tutto il “pacchetto” o sulle singole parti, non si sa), senza possibilità di emendamento. Poiché un tale procedimento è totalmente estraneo alla Costituzione vigente, le è anzi contrario, s’immagina che poi, con una legge costituzionale si ratificherà l’accaduto. Non è nemmeno il caso di commentare in dettaglio questo pasticcio annunciato: la legge costituzionale di ratifica ex post non è essa stessa la confessione che quel che intanto si fa è fuori della Costituzione? i “garanti della Costituzione” non hanno nulla da eccepire? la convenzione nascerebbe come proiezione di un parlamento eletto con una legge elettorale che, col premio di maggioranza, altera profondamente la rappresentanza, ma non s’è sempre detto che le assemblee con compiti costituenti devono essere “proporzionali”? gli “esperti”, scelti dai partiti, saranno dei “fidelizzati”? il loro compito non si ridurrà alla “copertura” delle posizioni di chi li ha scelti con quello scopo? come si esprimeranno: con una voce sola, che fa tacere i dissidenti, o con più voci? se le opinioni saranno diverse – come necessariamente dovrà essere se gli “esperti” saranno scelti senza preclusioni – che cosa aggiungerà il loro lavoro a un dibattito che, tra gli esperti, dura già da più di trent’anni? se saranno chiamati a votare, cioè a scegliere, non avremmo allora dei tecnici chiamati a esprimersi politicamente? in fine, come potrebbero i parlamentari degnamente accettare l’umiliazione del voto bloccato “sì-no” sulle proposte della Convenzione? Questi arzigogoli contraddittorii non sono forse il segno della confusione in cui si caccia la volontà, quando è impotente?

Il presidenzialismo. Nel merito della riforma, ancora una volta, dietro le quinte s’affaccia la volontà di presidenzialismo: “semi” o intero. L’argomento sul quale, da ultimo, si basano i presidenzialisti, è il seguente: i tempi della presidenza Napolitano hanno visto una trasformazione “di fatto” dell’ordinamento, in questo senso. Non è allora naturale che si costituzionalizzi, regolandolo, quanto è già avvenuto? A questo riguardo, però, occorre distinguere. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale utile a preservare le istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, nel momento della loro difficoltà, in vista del ritorno alla normalità. Altra cosa è l’azione che prelude a trasformazioni per instaurare una diversa normalità. Queste contraddicono l’obbligo di fedeltà alla Costituzione che c’è, obbligo contratto da chi fa parte delle istituzioni. Aut, aut. Non sono rispettosi dei doveri costituzionali presidenziali, e del Presidente medesimo, i sostenitori dell’avvenuta trasformazione della “costituzione materiale”. Il “garante della Costituzione” agisce per preservarla o per trasformarla?

Noi temiamo che il presidenzialismo, quali che siano le sue formulazioni e i “modelli” di riferimento, nel nostro Paese non sarebbe una semplice variante della democrazia. Si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. Sarebbe, anzi, la costituzionalizzazione, il coronamento della degenerazione oligarchica della nostra democrazia. Sarebbe la risposta controriformista alla domanda di partecipazione politica che si manifesta nella nostra società al tempo presente. L’investitura d’un uomo solo al potere, portatore e garante d’una costellazione d’interessi costituiti, non è precisamente l’idea di democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione, alla quale siamo fedeli.

Controlli. Il senso concreto del presidenzialismo che viene proposto in questa fase della nostra vita politica si chiarisce minacciosamente anche con riguardo ad altri due temi all’ordine del giorno dei riformatori costituzionali: l’autonomia della magistratura e la libertà dell’informazione. Ogni oligarchia ha bisogno di organizzare e gestire il potere in maniera nascosta, segreta. Ma la democrazia è il regime in cui il potere pubblico è esercitato in pubblico. La pubblicità delle opere dei governanti, è la condizione della loro responsabilità. Il potere non responsabile è autocratico, non democratico. Qual è il rimedio contro la chiusura del potere politico su se stesso? È la conoscenza veritiera dei fatti. E quali sono gli strumenti di tale conoscenza? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Per nulla sorprendente è che chiunque si trovi ad esercitare un potere oligarchico sia ostile alla libertà delle une e delle altre, quando forse, invece, trovandosi all’opposizione, l’aveva difesa a spada tratta. Nulla di sorprendente: non sorprendente, ma certamente inquietante la concomitanza di proposte restrittive dell’azione giudiziaria e giornalistica con i progetti di riforma del sistema di governo. Chi ha a cuore la democrazia non può ragionare secondo la logica contingente della convenienza, ma deve difendere la libertà della pubblica opinione, indipendentemente dal fatto che questa libertà possa giovare o nuocere a questa o quella parte, a questi o quegl’interessi.

La legge elettorale. La riforma della legge vigente è riconosciuta come emergenza democratica, da tutti e non da oggi. Dopo che la Corte costituzionale, con l’improvvida sentenza che aveva dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe ripristinato la legge precedente (soluzione realisticamente prospettata, fin dall’inizio, da Libertà e Giustizia), tutti dissero in coro: riforma elettorale, fatta subito con legge. Si è visto. Anche oggi si ripete la stessa cosa, ma con quali prospettive? Esiste una convergenza di vedute in Parlamento? È difficile crederlo e già emergono le resistenze. I due maggiori aspetti critici della legge attuale, dal punto di vista della democrazia, sono l’abnorme premio di maggioranza e le liste bloccate. Ma il premio di maggioranza farà gola ai due raggruppamenti maggiori che, sondaggi alla mano, possono sperare di avvalersene. Le liste bloccate (i parlamentari “nominati”) sono nell’interesse delle oligarchie di partito e degli stessi membri attuali del Parlamento, che possono contare sulla ricandidatura facile, tanto più in mancanza d’una legge sulla democrazia nei partiti, anch’essa sempre invocata (subito la legge!) quando scoppia qualche scandalo. Dal punto di vista della funzionalità o governabilità del sistema, occorrere poi eliminare il diverso metodo di attribuzione del premio di maggioranza nelle due Camere, ciò che ha determinato la vittoria di un partito nell’una, e la sua sconfitta nell’altra. Il ritorno al voto con questa incongruenza sarebbe come correre verso il disastro, verso il suicidio della politica. Ma anche a questo proposito, non si può essere affatto sicuri che calcoli interessati, questa volta non a vincere ma impedire ad altri di vincere, non abbiano alla fine la meglio. Il Capo dello Stato ha minacciato le sue dimissioni, ove a una riforma non si addivenga. Altri immaginano una riforma imposta dal Governo con decreto-legge.  Sono ipotesi realistiche? Possiamo davvero immaginare che un Presidente della Repubblica, che porti le responsabilità inerenti alla sua carica, al momento decisivo sarebbe pronto a sottrarvisi, precipitando nel caos? Quanto al Governo, possiamo credere ch’esso possa agire facendo tacere al suo interno le divisioni esistenti tra le forze parlamentari che lo sostengono, le quali sarebbero comunque chiamate a convertire in legge il decreto (senza contare – ma chi presta più attenzione a questi dettagli? – che la decretazione d’urgenza è vietata in materia elettorale).

*   *   *

E allora?  C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? Al contrario. C’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare, proprio come abbiamo cercato di fare con questa pubblica manifestazione. Per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale che, per tanti segni, ci pare pericolare. Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci. Essa riguarda non problemi di fredda ingegneria costituzionale da lasciare agli esperti, ma la possibilità, da tenere ben stretta nelle nostre mani, di lavorare e cercare insieme le risposte ai problemi della nostra vita. Domandare pace, lavoro, uguaglianza e giustizia sociale, diritti individuali e collettivi, cultura, ambiente, salute, legalità, verità e trasparenza del potere, significa porre una domanda di democrazia. Non che la democrazia assicuri, di per sé, tutto questo. Ma, almeno consente che non si perda di vista la libertà e la giustizia nella società e che non ci si consegni inermi alla prepotenza dei più forti.

61 commenti

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  • Proposta per una ipotesi di sistema elettorale
    che contemporaneamente garantisce:
    1) abbattimento dei costi 2) dimezzamento del numero dei parlamentari 3) la rappresentatività dei cittadini in Parlamento 4) la governabilità 5) la garanzia della durata di 5 anni del parlamento eletto 6) la immediatezza della formazione del governo (max 15 gg)
    Premesso che bisognerebbe fare
    A) definire la durata dei mandati (10 anni senza essere riciclati in altri organismi o enti o quant’altro di pubblico) B) che chiunque si candidi deve preventivamente lasciare ogni incarico politico/pubblico C) rendere impossibile qualsiasi doppio incarico D) rendere incompatibili gli incarici politici con quelli pubblici elettivi (ad es. segretario di partito e parlamentare anche perchè quest’ultimo quando eletto non ha vincolo di mandato- art. 67 della Costituzione – e quindi in contraddizione con l’altro incarico) E) diminuire il compenso dei parlamentari F) definire il concetto di vitalizio
    Ciò premesso e considerato lo svolgimento della proposta si articola in:
    Atto primo: abolizione del Senato. Il risultato sarebbe diminuzione automatica di 315 parlamentari, disponibilità di tutto il patrimonio immobiliare del Senato, interruzione degli enormi costi di manutenzione e di servizio, eliminazione dei costi degli enormi spazi usati per magazzinaggio dei mobili e degli arredi…il personale (che costa circa 150 milioni di euro) viene messo in mobilità a disposizione di altri enti (Camera, Regioni, Comuni…non le Provincie in quanto si devono eliminare) con lo stipendio degli enti che li richiederanno….quindi con un notevolissimo risparmio.
    Atto secondo: stabilire che serve una sola Camera con 600/630 parlamentari
    Atto terzo: una legge elettorale che deve garantire la “rappresentatività” e la “governabilità”. Per ottenere questo l’unico modo è un meccanismo elettorale che prevere un primo turno proporzionale puro ed un secondo turno maggioritario secco.
    Atto quarto: i 600/630 deputati dovranno essere eletti: 400 con il sistema proporzionale (ognuno vota per l’idea in cui crede e lo sbarramento è naturale e non fittizio – se votano 40 milioni bisognerà predere 100.000 voti per un parlamentare, 0,25%, se votassero 30 milioni basteranno 75.000 voti per un parlamentare), 200/230 con il maggioritario.
    Atto quinto: entro 15 giorni le coalizioni (che potrebbero essere 3 cioè 400 diviso 3 dà 133 + 200/230 totale 333/363 che è maggioranza) propongono al paese il candidato presidente del consiglio, il programma (10/15 punti valutabili e verificabili), il nome dei ministri con le relative deleghe. (una riflessione che avvalora il concetto di democrazia è quella che un cittadino, che ha votato un partito che non ha trovato un accordo per partecipare alla coalizione, ha comunque la possibilità di dare un voto alla coalizione migliore tra quelle proposte, anche se il suo partito non ha aderito ma comunque è rappresentato..non governa ma parla).
    Atto sesto: qualora la coalizione vincente, per qualsisi problema, perdesse consensi dei propri parlamentari, e fosse costretta a dimettersi, verrebbe a cadere il mandato dei 200/230 parlamentari eletti con il secondo turno e si dovranno fare solo elezioni per la parte maggioritaria (permettendo al “parlamento rappresentativo” la gestione di un esercizio provvisorio per il tempo occorrente (max 30 gg.) alla nuova elezione…così le legislature avrebbero SEMPRE la propria vita costituzionale) impedendo, al primo ministro uscente, una sua ulteriore candidatura.

  • Aderisco con pieno convincimento al manifesto del Prof. Zagrebelski. Dopo le dichiarazioni di ieri di Enrico Letta al festival di Trento e il plauso che gli viene dall’articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, festa della Repubblica, di A. Polito, e da altri opinionisti che vanno per la maggiore, credo che da oggi abbia inizio un “movimento di resistenza” in Italia a uno stravolgimento della Repubblica Parlamentare, violentata da una legge elettorale che nessuna delle parti in causa ha voluto vedere modificata mentre le due opposte minoranze sono ora pronte a mettere in coda alle controriforme del semipresidenzialismo alla francese. Si dimentica che la Riforma del sistema parlamentare avvenuta in Francia è stata chiesta e ottenuta da Charles De Gaulle, un uomo con ben altre credenziali e ben altra storia che non quella dei nostri apprendisti costituenti, in un Paese allora gravato da una gravissima crisi che richiedeva l’uscita dal colonialismo pre-bellico. Si nasconde che l’elezione di Hollande a presidente della Repubblica è avvenuta con poco più del 30% dei voti, una minoranza sopportabile senza grandi lacerazioni in un paese con una lunghissima storia di democrazia repubblicana, non in Italia. In Italia, un politico improvvisato è riuscito di recente a bloccare con una maggioranza altrettanto sprovveduta l’intero Parlamento. Un altro uomo politico, un nababbo re dei media, è riuscito a stravolgere a proprio vantaggio gli immensi errori commessi alla guida del Paese e a conservare in vita una legge elettorale che più iniqua non si può, un altro partito ha ingoiato più d’uno dei suoi padri costituenti, muovendosi in modo opposto a quanto aveva proposto agli elettori. Perché dovrebbero gli elettori fidarsi di uno di costoro come guida e salvatore della Patria?
    Sono impossibilitato a partecipare alla giornata di Bologna. Ho provveduto in cambio a inviare un bonifico di importo pari alla spesa per il biglietto di viaggio. La resistenza comincia adesso. Facciamoci gli auguri.

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  • In onore delle virtù profetiche e maestria de prof. Zagrebelsky che da molto tempo si è accorto ed ha descritto ciò che stava succedendo invio questo commentino che riproduce spero l’ essenza del suo pensiero in termini tali da raggiungere quelle anime che sono pie, ma non possiedono la specializzazione tale da seguirne compitamente il ragionamento:
    Quando ero più giovane due noti comici di Napoli, travestiti da leghisti, inscenavano ridicole proposte di segregazione del Mezzogiorno, che si concludevano invariabilmente con la frase: “non siamo NOI che siamo razzisti. Sono LORO che sono napoletani !”
    MI sono tornate alla memoria ieri, 2 giugno 2013, quando il Presidente della Repubblica turca Erzdogan ha manifestato la sua meraviglia per le accuse di non essere democratico. Accuse provenienti dal consorzio civile a seguito dell’ ordine da lui dato alla polizia di ammazzare il popolo che dovrebbe proteggere, per proteggere invece la costruzione di un supermercato. Aggiungendo subito dopo che il problema non è il suo regime, ma la diffusione dei social network. Come dire: non sono IO che sono un dittatore, Sono LORO che vogliono la libertà di informazione !
    Si tratta evidentemente di una logica che sta acquistando consensi. Sempre ieri il nostro Presidente della Repubblica, l’ uomo politico più amato dagli italiani, ha confermato che “non occorrono più di diciotto mesi per portare a termine le riforme istituzionali”. Ma come, il compito del Governo non era quello di risolvere l’ emergenza economica, rinnovare le legge elettorale e mandarci tutti alle elezioni ? E non era già questo il compito del governo Monti ? E se Monti, dopo più o meno 18 mesi non aveva finito, perchè abbiamo fatto le elezioni e ci vogliono “altri” 18 mesi ? Come dire: non sono IO che sto nel pallone. Sono LORO che non sanno che vogliono fare !
    Ma quanto al da farsi sembra ormai chiaro che dopo i suddetti 18 mesi, questi altri diciotto saranno dedicati alle riforme “istituzionali”, alle aperture sul “presidenzialismo”, ai pregi del maggioritario a doppio turno a fronte del proporzionale “corretto”, etc. Vale a dire precisamente a tutto il ciarpame inconcludente che si discute non da 18 mesi, ma da 18 anni fa nel mentre che si preparava la tragedia sociale, politica ed economica. Vale a dire: non sono IO che voglio le larghe intese: sono LORO che se la intendono !
    Ma se tutte queste riforme non poteva farle Monti perché non aveva la “legittimazione politica”, perché le può deliberare un governo che rappresenta si è no il 30 % del popolo italiano, attraverso una commissione che non rappresenta nessuno e che viene nominata da un una PARTE di un parlamento composto dai 2/3 del 60% degli italiani che lo hanno votato ? Le “riforme costituzionali” e/o istituzionali non sono i “patti che tengono insieme la totalità della nazione” ? Non ce lo ha spiegato proprio il Presidente più amato dagli Italiani, nel mentre che su invito e tra gli applausi dei rappresentanti di metà del popolo italiano, infrangeva la prassi e consuetudine della Costituzione di TUTTO il popolo italiano ? Perché allora metà della nazione non può partecipare a questa impresa? Ma perchè, di nuovo: non siamo NOI che vogliamo fare quello che ci pare. Sono LORO, che vogliono essere liberi !
    Infine, qualche giorno fa qualcuno, per sbaglio o per inganno, ha presentato un progetto di riforma elettorale la cui sola formulazione ha suscitato, tra le altre, le reazioni sdegnate della Sig.ra Senatrice On.le Finocchiaro. La quale ha stentoreamente rappresentato che tali proposte “intempestive” mettono a rischio la tenuta del Governo.
    Ma il Governo non era stato fatto dal Presidente della Repubblica , soprattutto per riformare la legge elettorale ? E non è per questo che il Presidente più amato dagli italiani (che votano) ha nominato il Presidente del Consiglio, secondo più amato dagli italiani (che votano ancora), che ha nominato i componenti e le cariche del governo (non molto amato, né votato, dagli italiani) tra cui la senatrice Finocchiaro ? E perché, Senatrice Finocchiaro, un Governo che è in carica per riformare la legge elettorale, sarebbe messo in pericolo dalle proposte di riformare la legge lettorale ? E se così è, perché resta in piedi questo Governo ? Forse Perché, senatrice Finocchiaro: “Non siamo NOI che pigliamo per fessi gli elettori. Sono LORO che ci credono !”?

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