La memoria corta

Tra i difetti italiani uno è la memoria corta: difetto grave in politica, perché la razionalità delle scelte presuppone analisi esatte; svanendo il passato, errori radicati nell´istinto ricorrono a cicli. Tale punto debole spiega come mai la storia prefascista, fascista, postfascista sia così vischiosa. Suggerisce qualche rilievo clinico il conflitto Quirinale-Procura palermitana, gran questione estiva 2012, obliquamente rinfocolata dal berlusconiano «Panorama», e cominciamo dal Presidente. Lo connota mezzo secolo d´una disciplinata e poco visibile carriera nel partito-Chiesa dove ai bei tempi pontificava Palmiro Togliatti, Talleyrand rosso: nessun sospetto d´eresia, chierico fedele; estinta Mater Ecclesia moscovita, naviga nella scia postcomunista. Aveva presieduto la Camera e guida gl´Interni, passandovi sine strepitu: diventa senatore a vita; che sia statista d´anima liberale, è avventato supporlo. Quando gli ex compagni tornano al governo in coalizione suicida, sale al Quirinale, figurando meglio dei concorrenti. In capo a due anni l´Affarista riprende lo scettro governativo sulle ali d´una maggioranza bulgara, deciso a rifondare lo Stato in signoria personale: il primo passo è l´immunità, necessaria a chi, trascinando vari conti penali, s´avventura ancora pericolosamente; vuol essere persona «sacra e inviolabile» (lo erano Carlo Alberto e successori, articolo 4 dello Statuto).
La congiuntura climaterica richiede un uomo dalle idee chiare, risoluto contro la deriva piratesco-plebiscitaria, e sotto tale aspetto gli manca qualcosa: sta bene schivare i traumi; ogni tanto però appare inerte, quasi fosse timido o non avvertisse i pericoli. Era scelta malaccorta immischiarsi nel cosiddetto lodo Alfano, risuscitando un privilegio immunitario affossato dalla Consulta: la stessa sorte tocca al precario redivivo; affiora una punta d´ira nella stupita nota emessa dal Quirinale. Siccome Palazzo Madama riacconcia la soperchieria nel ddl costituzionale 2189, una lettera 22 ottobre 2009 «formula profonde perplessità», e non perché sia biasimevole mettersi au dessus de la loi: questa terza versione affievolirebbe l´immunità processuale che rivendica per sé ex art. 90 Cost.; opinione insostenibile, né esistono prassi in tal senso (vedi Alessandro Pace, nel «Mulino», 2012, 24-34, 58-60). Quanto alle «larghe intese» che assiduamente predica, il punto è dove miri l´impresario d´affari oscuri: avesse mano libera, saremmo repubblica peronista in peius (al posto del generale, un plutocrate stregone del medium televisivo, attivo dovunque pulluli denaro); e il paese drogato accumula debiti. Gianni Letta va e viene benedicente tra Palazzo Grazioli e Monte Cavallo. In alto loco disturbano i discorsi sul notorio morbo italico, quasi fosse disfattismo. Grazie al Cielo, Berlusco ormai infelix butta via la messe elettorale con vari passi falsi, incluse le notti d´Arcore, segnale d´una lugubre débâcle, così percepita dal pubblico; perdente in casa, alle urne milanesi, affoga nella crisi economica, svelandosi inetto fuori delle scorribande sotto bandiera nera; chi fosse, era evidente al primo sguardo. Stavolta il Presidente agisce comme il faut, imponendo le ormai inevitabili dimissioni, decretate dalle borse: eravamo a due passi dalla bancarotta; e installa un governo cosiddetto tecnico. Ben fatto.
Il solstizio d´estate porta tempeste politiche. Pubblici ministeri palermitani indagano sui negoziati che vent´anni fa uomini dello Stato conducevano con la cupola mafiosa, gratificata d´ampi favori, e un ex ministro degl´Interni, nonché vicepresidente del Csm, testimone sospetto, poi incriminato, arremba negli appelli al Quirinale invocando una tutela indebita: il caso vuole che i suoi telefoni fossero sotto controllo; le parole d´un consigliere scoperchiano interni poco lodevoli. Due volte risuona la Voce ma poiché i contenuti risultano irrilevanti, nastri e verbali restano segreti: spetta al giudice delle indagini preliminari disporre l´eventuale distruzione, sentite le parti private; è procedura codificata. Qui il Presidente insorge: l´intrusione ledeva spazi inviolabili; l´intero flusso verbale è tabù (vocabolo d´un lessico primitivo, tale essendo anche l´idea); materiale del diavolo, da incenerire a porte chiuse, e honny soit chi avendo udito o visto qualcosa, ne parli. Dirlo non costa niente ed esclamativi corali lo ripetono, senonché il discorso giuridico ha regole ferme, specie negli ordinamenti a fonti chiuse. Vanno col vento i canti ad laudandum dominum contro ermeneutica e sintassi, malviste dai cultori del potere. L´escalation culmina nel conflitto davanti alla Consulta. Deve essersi acceso un lume tra gli apologeti, infatti smussano le punte: a parte qualche armigero tardivo, nessuno grida più che l´ascolto fosse abuso o addirittura eversione; la parte pubblica applica norme vigenti, ammettono i cauti, quindi niente da obiettare; dica la Corte se esistono lacune e come rimediarvi. Gli eufemismi sottintendono l´augurio d´un epilogo dolce, quale sarebbe desistere dal ricorso, ma affermandosi «inviolabile» s´era molto esposto, forse troppo. Comunque vada, la partita finisce in perdita secca.
Siamo nel paradosso del medico untore: il governo dipende da una molto anomala maggioranza, dove l´unico interessato alla malora veste da «patriota statista»; e in casi simili le difese cominciano dalle idee chiare. Chiamate alle armi contro i fantasmi, invece, confondono i quadri. Chiude il memento una notizia insistente: che tra i possibili senatori a vita (uno eligendus est) il favorito sia Gianni Letta: nella compagnia d´Arcore è gentiluomo dal sorriso cardinalesco, consigliere intimo del Re Lanterna, ciambellano, plenipotenziario; figura d´ancien régime, sarebbe perfetto con parrucca, cipria, lorgnette. Dio sa quanti negozi gli passino sotto mano. Titoli ragguardevoli ma l´Italia dista un oceano dalle Antille, né al Quirinale siede l´Olonese (vi puntava e non sarebbe lui se, vistosi nello specchio morale, desistesse dalla corsa): l´articolo 59 Cost. richiede «altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e [rectius "o"] letterario; sarà arduo dire, sfidando i sogghigni, in qual modo abbia «illustrato la Patria».

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