Semplificare senza sacrifici

Vi sono due punti nel decreto sulle liberalizzazioni che meritano d’essere sottolineati per il loro notevole significato di principio. Il primo riguarda l´eliminazione della norma che, vietando ai Comuni di costituire aziende speciali per la gestione del servizio idrico, contrastava visibilmente con il risultato del referendum sull´acqua come bene comune. Abbandonando questa via pericolosa e illegittima, il governo non ha ceduto ad alcuna pressione corporativa ma ha fatto il suo dovere, rispettando la volontà di 27 milioni di cittadini. Certo, la costruzione degli strumenti istituzionali necessari per dare concretezza alla categoria dei beni comuni incontrerà altri ostacoli nel modo in cui lo stesso decreto disciplina nel loro insieme i servizi pubblici. Ma il disconoscimento di una volontà formalmente manifestata con un voto avrebbe gravemente pregiudicato il già precario rapporto tra cittadini e istituzioni, inducendo ancor di più le persone a dubitare dell´utilità di impegnarsi nella politica usando tutti i mezzi costituzionalmente legittimi. Vale la pena di aggiungere che questa scelta può essere valutata considerando anche l´annuncio del ministro Passera relativo all´assegnazione delle frequenze, da lui definite nella conferenza stampa come “beni pubblici” di cui, dunque, non si può disporre nell´interesse esclusivo di ben individuati interessi privati. Senza voler sopravvalutare segnali ancora deboli, si può dire che il ricco, variegato e combattivo movimento per i beni comuni non solo ha riportato una piccola, importante vittoria, ma ha trovato una legittimazione ulteriore per proseguire nella sua azione.
Questa associazione tra acqua e frequenze non è arbitraria, poiché la ritroviamo nelle proposte della Commissione ministeriale sulla riforma dei beni pubblici. Si dovrebbe sperare che i partiti non continuino soltanto a fare da spettatori alle gesta del governo, ma comincino a rendersi conto delle loro specifiche responsabilità. Tra queste, oggi, vi è proprio quella che riguarda una nuova disciplina dei beni, per la quale già sono state presentate proposte in Parlamento, e che è indispensabile perché le categorie dei beni corrispondano a una realtà economica e sociale lontanissima da quella che, sessant´anni fa, costituiva il riferimento del codice civile. Se questa riforma fosse stata già realizzata, non sarebbe stata possibile la vergogna del “beauty contest” sulle frequenze. E ci risparmieremmo molte delle approssimazioni su una via italiana al risanamento che contempli massicce dismissioni di beni pubblici, quasi che la loro vocazione sia solo quella di far cassa e non la realizzazione di specifiche finalità che le istituzioni pubbliche non possono abbandonare.
Tutt´altra aria si respira quando si considera l´articolo 1 del decreto. Qui non si trova uno dei soliti inutili e fumosi prologhi in cielo che caratterizzano molte leggi. Si fanno, invece, tre inquietanti operazioni: si prevede l´abrogazione di una serie indeterminata di norme, affidandosi a indicazioni assai generiche, che attribuiscono al governo una ampiezza di poteri tale da poter sconfinare quasi nell´arbitrio; si impongono criteri interpretativi altrettanto indeterminati e arbitrari; soprattutto si reinterpreta l´articolo 41 della Costituzione in modo da negare gli equilibri costituzionali lì nitidamente definiti. L´obiettivo dichiarato è quello di liberalizzare le attività economiche e ridurre gli oneri amministrativi sulle imprese. Ma la via imboccata è quella di una strisciante revisione costituzionale, secondo una logica assai vicina a quella di tremontiana memoria, poi affidata a uno sciagurato disegno di legge costituzionale sulla modifica dell´articolo 41, ora fortunatamente fermo in Parlamento.
Indico sinteticamente le ragioni del mio giudizio critico. Le norme da abrogare vengono individuate parlando di limiti all´attività economica “non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l´ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità”; e di divieti che, tra l´altro, “pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate”. Tutte le altre norme devono essere “interpretate e applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato rispetto alle perseguite finalità di interesse pubblico generale”. Non v´è bisogno d´essere giurista per rendersi conto di quanti siano i problemi legati a questo modo di scrivere le norme. Non è ammissibile che l´”interesse pubblico generale” sia identificato con il solo principio di concorrenza, in palese contrasto con quanto è scritto nell´articolo 41. Il sovrapporsi di diversi soggetti nella definizione complessiva delle nuove regole può creare situazioni di incertezza e di conflitto. Il bisogno di semplificazione e di cancellazione di inutili appesantimenti burocratici non può giustificare il riduzionismo economico, che rischia di sacrificare diritti fondamentali considerati dalla Costituzione irriducibili alla logica di mercato. Si pretende di imporre i criteri da seguire nell´interpretazione di tutte le norme in materia: ma le leggi si interpretano per quello che sono, per il modo in cui si collocano in un complessivo sistema giuridico, che non può essere destabilizzato da mosse autoritarie, dall´inammissibile pretesa di un governo di obbligare gli interpreti a conformarsi alle sue valutazioni o preferenze. In anni recenti, si è dovuta respingere più d´una volta questa pretesa, che altera gli equilibri tra i poteri dello Stato.
L´operazione, di chiara impronta ideologica, è dunque tecnicamente mal costruita dal governo dei tecnici. Ma, soprattutto, deve essere rifiutata perché vuole imporre una modifica dell´articolo 41 della Costituzione, attribuendo valore assolutamente preminente all´iniziativa economica privata e degradando a meri criteri interpretativi i riferimenti costituzionali alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Questo capovolgimento della scala dei valori è inammissibile. Un mutamento così radicale non è nella disponibilità del legislatore ordinario, e dubito che possa essere oggetto della stessa revisione costituzionale. Quando sono implicate libertà e dignità, siamo di fronte a quei “principi supremi” dell´ordinamento che, fin dal 1988, la Corte costituzionale ha detto che non possono “essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale”. Certo, invocando una qualsiasi emergenza, questo può concretamente avvenire. Allora, però, si è di fronte ad un mutamento di regime. Se ancora sopravvive un po´ di spirito costituzionale, su questo inizio del decreto, e non nella difesa di questa o quella corporazione, dovrebbe esercitarsi il potere emendativo del Parlamento.

2 commenti

  • Secondo Rodotà: “non è ammissibile che l´”interesse pubblico generale” sia identificato con il solo principio di concorrenza, in palese contrasto con quanto è scritto nell´articolo 41. Il sovrapporsi di diversi soggetti nella definizione complessiva delle nuove regole può creare situazioni di incertezza e di conflitto.”

    L’articolo 41 recita così:

    L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali [cfr. Art. 43].

    Ma da nessuna parte della proposta di legge è detto che “l’interesse pubblico generale è identificato con il solo principio di concorrenza”, questa è una affermazione di principio basata piuttosto sulla concezione che il principio di concorrenza sia dannoso e provochi situazioni di conflitto. La concorrenza è un puro meccanismo di mercato che quindi non coinvolge nessun interesse pubblico generale se non nei possibili comportamenti dei singoli attori, che però come tali vanno considerati e se del caso perseguiti. Ma fa parte della “cultura” alienata della nostra casta di sinistra demonizzare la concorrenza ed il conflitto come se non fossero una cosa naturale delle società umane ed anzi utili se gestite in modo democratico ed egualitario.

    Tutto il testo dell’articolo 41 in se non giustifica nessuna delle affermazioni di Rodotà di contrasto con le proposte del governo. Le prime due frasi garantiscono la libera iniziativa economica e pongono le basi per un controllo sociale che eviti che l’imprenditore possa agire in modo contrario ai fini sociali. La terza frase a parte il fatto che sembra messa li per il solito gusto secentesco della ripetizione inutile, va comunque benissimo, ricordando anche che l’attività economica, pubblica e privata, se crea ricchezza vera ( e quindi se rispetta le regole della concorrenza e del mercato) è nella sua quasi totalità necessariamente indirizzata a fini sociali: in che altro modo può essere definita una attività che crea i prodotti ed i servizi che servono alla società ed agli individui? Le parti che sono in contraddizione, come oggi un a certa finanza (non tutta!) possono benissimo essere bloccate e controllate, se lo si vuol fare.

    La necessità di rispettare le leggi della concorrenza e del mercato esprime anche una esigenza morale (morale concreta non quella secentesca a parole) e cioè impegna chi possiede mezzi di produzione che di per se hanno rilevanza sociale a farne l’uso migliore possibile e a non far pagare al cittadino un costo ingiustificato per incapacità tecnologica, organizzativa rispetto ai mezzi di produzione disponibili. Tanto per intenderci la FIAT di Romiti ha fatto pagare al paese dei costi ingiustificati su macchine di scarsa qualità, perché il costo basso con cui è stato possibile venderle era coperto dagli aiuti a vario titolo ricevuti dal governo e quindi da tasse pagate dai cittadini.

    L’assoluta e irresponsabile ignoranza dei meccanismi dell’economia e dei costi dei diritti appare chiara dalla seguente frase:

    “L´operazione, di chiara impronta ideologica, è dunque tecnicamente mal costruita dal governo dei tecnici. Ma, soprattutto, deve essere rifiutata perché vuole imporre una modifica dell´articolo 41 della Costituzione, attribuendo valore assolutamente preminente all´iniziativa economica privata e degradando a meri criteri interpretativi i riferimenti costituzionali alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Questo capovolgimento della scala dei valori è inammissibile.”

    Una scala di valori che comprende insieme l’iniziativa economica e sicurezza, dignità e libertà esiste solo nella testa confusa dei nostri politici. Sicurezza, libertà e dignità sono una cosa, l’iniziativa economica un’altra e il rapporto che li lega sta nel fatto che i primi per essere raggiunti comportano dei costi e questi costi si possono affrontare solo se esistono le condizioni economiche per affrontarli. Nella nostra società, per ora, le condizioni economiche si raggiungono tramite una economia di mercato e solo se questa economia di mercato è sana e capace di produrre ricchezza quei diritti diventano reali.
    Ma noi siamo in Italia un paese alla cui classe politica sono più importanti le affermazioni assolute e inutili, come quelle della nostra “bella” costituzione, che non le realizzazioni concrete, realizzate senza frasi roboanti e retoriche. Non è un caso che dopo 50 anni di celebrazioni costituzionali non ci sia traccia di diritto al lavoro ed allo studio, mentre quei poveri inglesi, tedeschi, svedesi con le loro misere costituzioni (gli inglesi neppure la hanno) invece che proclamare diritti inesistenti hanno scuole che funzionano e welfare per chi resta senza lavoro.

  • L’ar.41 della carta si occupa ,a mio avviso, di quegli elementi che sono ,in questi mesi ,oggetto di fatti che tanto ci danno preocupazione:il mercato economico, le sue funzioni, le sue regole e finalità.Credo che nell’art 41 non vi sia nulla che debba essere modificato, non vi leggo niente che si possa indicare come fattore d’ impedimento allo sviluppo o all’ attività economica .Vi leggo ,nel significato delle parole ,il porre al centro dell’ attività economica LE PERSONE il sociale,subordinando il mercato ,le sue regole, i suoi bisogni,ai bisogni dei CITTADINI.L’uomo al centro dell’attività dell’uomo .La crisi attuale è data ,a detta di tutti,da un mercato autoreferenziale,che riconosce validi solamente i propi scopi, scopi che vogliono essere raggiunti ad ogni costo ,senza curarsi minimamente dei danni che subiranno le persone finite nel tritacarne del mercato mondializzato privo di qualsiasi scrupolo.Se ci si fosse impegniati maggiormente a far si che il dettato costituzionale si fosse concretizatto oggi non saremmo quì a versare lacrime e sangue.

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