Quando Monti era alla Commissione europea

Mario Monti, classe 1943, nei dieci anni passati alla Commissione europea si è guadagnato la fama di uomo schivo, ma risoluto e deciso a portare a termine la sua missione fino allo scadere del proprio mandato.

Siamo nel 1994, quando Monti, in quel momento rettore della Bocconi, è indicato come candidato italiano per la nomina a  Commissario europeo dal primo governo Berlusconi assieme alla radicale Emma Bonino.
Il presidente della Commissione Jacques Santer gli assegna le deleghe a Mercato Interno, Servizi Finanziari e Integrazione Finanziaria, Fiscalità ed Unione Doganale.
Il suo primo mandato come Commissario agli affari finanziari non è stato caratterizzato da particolari eventi, positivi o negativi; la vera notorietà – e il carattere dell’uomo – vennero alla luce con la successiva nomina a Commissario alla Concorrenza: un posto estremamente delicato, che conferisce un potere enorme a chi lo ricopre, potere che lui ha saputo usare con oculatezza e molta risolutezza: alcune sue decisioni hanno fatto scalpore non solo in Europa; (diverse multinazionali erano infatti di origine americana) e possono essere definite  dei “cas d’école”.

Nel 1999 la Commissione Santer si dimette in blocco, a causa di uno scandalo legato a cattive pratiche di gestione ed amministrazione da parte di alcuni commissari. Il gabinetto presieduto da Monti non è mai stato oggetto di alcuna delle diverse indagini amministrative promosse a seguito delle richieste del Parlamento europeo.
A riprova dell’ineccepibilità della gestione di Monti nello svolgimento del suo mandato di commissario europeo, nel 1999 giunge la conferma dal primo governo D’Alema di un altro mandato come Commissario europeo. Questa volta Monti riceve la delega alla Concorrenza. Sotto la sua guida la Commissione Europea approfondisce il ruolo di controllo della concorrenza, ed è  soprattutto negli ultimi 5 anni trascorsi a Bruxelles che Monti si guadagna il rispetto incondizionato di tutta l’Europa, inaugurando il procedimento contro la Microsoft e bloccando nel 2001 la proposta di fusione tra General Electric e Honeywell, considerata contraria alle normative antitrust.    L’economista di Varese si fece carico all’inizio degli anni 2000 dell’accusa di Sun Microsystem al colosso Microsoft, fondato da Bill Gates di abuso di posizione dominante. Secondo la società di Santa Clara, Microsoft approfittava della diffusione del sistema operativo Windows (95% dei pc di tutto il mondo) per tenere i concorrenti fuori dal mercato dei server di fascia bassa, le reti di computer presenti nelle imprese. Monti aggiunse all’indagine in materia valutazioni sull’inserimento automatico di Windows Media Player in Windows 2000 e dopo 5 anni, nel 2004, portò alla condanna di Microsoft con il pagamento di 497,2 milioni di euro di multa e l’obbligo di fornire una versione del sistema operativo senza il lettore multimediale, di condividere inoltre le informazioni relative ai server con i rivali.
Monti si presentò davanti ai microfoni nel ruolo di principale responsabile della politica Antitrust europea e annunciò: «la decisione odierna ristabilisce le condizioni per una concorrenza leale sul mercato e indica chiari principi per la condotta futura di una società in posizione così dominante». Secondo l’accusa, infatti, il comportamento della Microsoft non faceva altro che estendere il monopolio del sistema Windows anche sul mondo dei player digitali, creando una impossibile ostruzione per i player concorrenti e determinando così un illecito in termini antitrust.
Monti tentò anche una conciliazione, per poi però portare avanti con risolutezza la sanzione. Fu l’inizio di un incubo per il gruppo Microsoft: Neelie Kroes, e oggi Joaquin Almunia, succeduti a Monti alla guida dell’antitrust, portarono avanti la questione infliggendo sanzioni ulteriori a Microsoft.
Nel 2007, il Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia di Lussemburgo ha confermato nella quasi totalità (in particolare, nell’ammontare dell’ammenda) le sanzioni inflitte dalla Commissione.

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