Bobbio e il modello liberalsocialista

Pubblichiamo uno stralcio della lezione del professor Bovero per la Scuola di formazione politica di LeG a Poppi, nell’aretino. Libertà e uguaglianza nel pensiero moderno e contemporaneo è il titolo del seminario che comprende anche questa lezione.

(…) Nella storia del liberalsocialismo (o socialismo liberale) come corrente di pensiero specificamente italiana, l’elaborazione della dottrina dei diritti fondamentali in direzione di quel connubio fu soprattutto opera, è merito eminente, di Piero Calamandrei. Bobbio non perde occasione per sottolinearlo. Nell’ampio saggio introduttivo, del 1946, alla ristampa del libro di Francesco Ruffini sui Diritti di libertà (libro che era stato originariamente pubblicato vent’anni prima da Piero Gobetti), Calamandrei argomentava che il riconoscimento e la protezione costituzionale dei diritti sociali doveva considerarsi la necessaria garanzia degli stessi diritti di libertà, in quanto condizione indispensabile del loro effettivo godimento ed esercizio, altrimenti ristretto al privilegio di pochi; e in tale riconoscimento invitava a
vedere l’«innesto» della tradizione socialista su quella liberale. Citava l’affermazione emblematica di Rosselli, «socialismo è liberalismo in azione», indicando in essa «il significato di certe formule programmatiche — socialismo liberale, giustizia e libertà, liberalsocialismo — in cui si è cercato di esprimere in sintesi non tanto una specie di instabile equilibrio tra due aspirazioni eterogenee e contrapposte, libertà individuale e giustizia sociale, quanto il superamento di questa contrapposizione e il riconoscimento che la giustizia sociale è condizione della libertà individuale».
Questo è per Bobbio il vero nucleo del liberalsocialismo (o socialismo liberale, che dir si voglia) come modello politico, la cui validità e consistenza teorica va al di là delle contingenze storiche nelle quali fu concepito. Scriveva Bobbio nel 1986: «la forza direttiva di un movimento che sia insieme liberale e socialista, che non ripudi la grande tradizione liberale dei diritti dell’uomo e la prolunghi nella continua e mai conclusa battaglia per l’emancipazione dei non liberi e per l’eguagliamento dei non eguali, non è mai venuta meno». Senonché, sul piano concreto, storico, della dialettica politica in Italia, questa «forza direttiva» si è sempre trovata all’opposizione. Non è mai riuscita a diventare davvero fonte ispiratrice di un indirizzo politico prevalente, del programma di una maggioranza di governo. Tranne forse, e comunque solo in parte, nell’età aurorale della repubblica, o in altre poche e fugaci stagioni (penso allo statuto dei lavoratori). Non solo: le minoranze che hanno continuato a riconoscersi nel progetto politico di coniugare giustizia sociale e libertà individuale sono state ricorrentemente sospinte, dagli eventi e dalla propria coscienza, verso forme di opposizione più o meno radicale. Liberalsocialismo (o socialismo liberale) e opposizione radicale sono stati originariamente, nel tempo tragico della nascita dei due movimenti, termini inseparabili. Oggi, nel tempo vergognoso e grottesco del «secondo ventennio» italiano, a suo modo anche tragico per molti aspetti soprattutto sociali, il liberalsocialismo non può che assumere nuovamente la funzione di un’opposizione radicale. Un’opposizione intransigente nel senso gobettiano del termine, contro la violenza o la fraudolenza di un regime, o di un indirizzo politico che mostra di condurre verso un regime nell’accezione più negativa, quella in cui «regime» indica in generale l’antidemocrazia, qualunque forma storica possa assumere. Scriveva Gobetti nel 1922, subito dopo la marcia su Roma: «La nostra opposizione è così intransigente che ci rifiutiamo di esaminare i programmi e di collaborare con la critica». Questa avrebbe dovuto essere fin dal principio, e continuare ad essere, l’opposizione al regime fraudolento che in quello che io chiamo il «secondo ventennio» della sciagurata storia patria ha parassitato la repubblica, travestendosi di forme pseudodemocratiche. Ed ora, che la casa rischia di bruciare…

(…) Il modello liberalsocialista di Bobbio — nonostante le molte titubanze dello stesso Bobbio, il suo understatement, il suo ricorrente invito a considerarlo piuttosto il frutto di un compromesso pragmatico — mantiene, forse oggi più che mai, un valore irrinunciabile. Ma non si tratta del progetto di una terza via. Tanto meno ha qualcosa da spartire con la sedicente «terza via» perseguita per lungo tempo da Tony Blair. Subito dopo la prima affermazione del new labour, un amico britannico mi aveva riferito una battuta che iniziava a circolare nel Regno unito, secondo cui la terza via blairiana era adeguatamente rappresentabile come la somma di una politica economica sostanzialmente identica a quella delle destre neoliberiste, e di una retorica comunitarista fondata su una concezione organicistica della convivenza, illiberale e antimoderna. Si potrebbe dire: qualcosa che assomiglia proprio alla mescolanza delle due versioni, rispettivamente del liberalismo e del socialismo, che non sono compatibili tra di loro. Quel connubio impossibile ha generato, per un verso, una molteplicità di identificazioni culturali prepolitiche spesso chiuse e talvolta pericolose (il cosiddetto «modello Londonistan»), per l’altro, una incontrastata crescita delle diseguaglianze.

Dalla lezione di Bobbio si ricavano indicazioni molto diverse, anzi opposte, rispetto a questa sedicente «terza via»: l’unica via, quella che oggi dobbiamo tornare a ripercorrere, conduce ad affrontare, ma questa volta su scala globale, planetaria, il problema della garanzia congiunta dei diritti fondamentali di matrice sia liberale, sia socialista. Di nuovo e ancora, giustizia e libertà.

Michelangelo Bovero

1 commento

  • Suggerirei di selezionare le foto per eliminare quelle evidentemente scattate nel primo pomeriggio. Roc

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