I clan stanno con chi comanda

Una nota stonata, il rumore di fondo delle polemiche Saviano-Maroni. Specialmente nel giorno della cattura di Antonio Iovine. Il successo delle forze dell’ordine, frutto di lavoro e sacrifici di tanti poliziotti e magistrati, in sostanza dello Stato, avrebbe dovuto placare il clamore provocato dal monologo dell’autore di Gomorra.

Colpevole», a giudizio del ministro dell’Interno, di aver «ideologizzato» la lotta alla mafia screditando la Lega Nord, cioè il partito di appartenenza del titolare del Viminale.

Diceva Giovanni Falcone che la lotta alla mafia non è, non dovrebbe essere, né di destra né di sinistra. E i successi dello Stato sono successi di tutti, perché ogni sconfitta delle cosche è una vittoria del bene comune. Così dovrebbe essere, ma così non è e non è mai stato, sin dagli albori della «questione mafiosa» che è antecedente all’Unità d’Italia. Un’autolesionistica vocazione alla rissa ha portato spesso il Paese a dividersi puntualmente, proprio quando – invece – sarebbe stata utile coesione e superamento delle diversità per combattere le mafie.

Cos’è accaduto nelle ultime ore? Un intellettuale tra i più amati dal grande pubblico ha raccontato in tv come la ‘ndrangheta calabrese abbia piano piano, nell’indifferenza generale, conquistato i territori del Nord, e in particolare la Lombardia, fino a ripetere un copione già collaudato nel tempo da tutte le mafie: la ricerca di interlocutori politici per meglio invadere il nuovo territorio e realizzare profitti. Come esemplificazione, esercitando una forzatura, ma sottolineando con onestà che nessuna conseguenza giudiziaria si era verificata, ha citato l’incontro fra un consigliere regionale lombardo della Lega Nord e un mafioso indicato come il capo di un gruppo criminale ben saldo in quella regione. È stata, questa, la miccia che ha fatto esplodere non una polemica ma una «Santabarbara», amplificata da una successiva intervista di Saviano che, con un’uscita infelice, accostava la reazione del ministro a quella del suo nemico giurato Francesco Schiavone, detto «Sandokan». Chiaro che, in simile clima, risulti davvero difficile mantenere la rotta giusta.

Ed è un peccato, perché il monologo di Roberto Saviano avrebbe potuto funzionare come punto di partenza per una riflessione necessaria, specialmente dopo l’esito delle indagini avviate da Ilda Boccassini (Milano) e Giuseppe Pignatone (Reggio Calabria). Un’inchiesta che fotografa una realtà pericolosissima, come sottolinea la relazione semestrale della Dia al Parlamento. «Si è visto – scrive la Direzione Investigativa, riferendosi alla situazione criminale in Lombardia – il coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore, che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative».

Nessuno, ovviamente, vuol dire che la Lega è collusa con la mafia e meno che mai si può mettere in discussione l’impegno antimafia del ministro, tra l’altro sotto gli occhi di tutti. Ma non si deve perdere di vista la vocazione delle mafie ad entrare in relazione coi gruppi politici che amministrano il territorio. Anche stavolta ci sorregge il pensiero di Falcone che metteva in guardia: «Attenzione, la mafia non ha ideologia. Sta o cerca di stare con chi comanda e amministra». Nulla di eccezionale, dunque, che ci provi anche con forze politiche lontane dalla cultura mafiosa. Ecco, in questo senso l’allarme di Saviano non può essere antitetico al senso di responsabilità del governo, come confermato dallo stesso Maroni, laddove dichiara di conoscere perfettamente i tentativi di infiltrazione al Nord compiuti dai gruppi criminali del Sud. Lo scontro frontale, al contrario, risulterebbe perdente nel lungo tempo. In Sicilia si negò per decenni l’esistenza della mafia e i partiti difesero contro ogni evidenza le mele marce che avevano al loro interno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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