Che fine ha fatto la riduzione dei consiglieri?

Esemplare storia di demagogìa da un lato e di corporativismo dall’altro. La legge finanziaria approvata a Natale aveva previsto la immediata riduzione del 20% del numero dei consiglieri provinciali e comunali, con un risparmio per l’erario dei poteri locali di 213 milioni, di cui tredici già quest’anno. Se non che – ecco la sorpresa, vecchia solo per gli addetti ai lavori parlamentari – il governo ha poi “accettato” (in un indecoroso gioco delle parti) di rinviare al 2011 l’entrata in vigore della norma per non turbare da un lato i sonni dei partiti e dall’altro l’Anci e l’Upi, le associazioni dei comuni e delle province.
Il bello, anzi il brutto, è che il 28 marzo, in coincidenza con le elezioni regionali, si voterà anche per il rinnovo di 1.031 comuni (su ottomila) e in 11 province, su cento e passa. Quindi per questi consigli nessuno sfoltimento, se ne parlerà alla prossima tornata, tra quattro-cinque anni. Ma proprio questi comuni e queste province saranno i primi a pagare le conseguenze del rinvio nell’applicazione della norma della Finanziaria. Il governo non intende infatti rinunciare ai tredici milioni messi in preventivo, e che fa? Avverte, cioè intima, che quei comuni e quelle amministrazioni provinciali graziate nei tagli del 20% dei consiglieri dovranno comunque pagare pegno: nei trasferimenti annuali dallo Stato ai poteri locali, la somma che sarebbe stata versata per pagare i consiglieri salvati dai tagli dovrà essere reperita dai comuni e dalle province con proprie, ulteriori misure fiscali.
Ecco allora i sei deputati radicali eletti nel gruppo Pd (Farina-Coscioni, Maurizio Turco, Beltrandi, Bernardini, Mecacci e Zamparutti) chieder conto al governo, e in particolare al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, tanto delle ragioni del rinvio nell’applicazione della norma – ragioni chiarissime: ma il governo abbia il coraggio di dirle, con risposta scritta alla loro interrogazione – quanto del come, nel concreto, si intendono reperire i tredici milioni di euro venuti a mancare per la mancata riduzione, già tra due mesi, dei consiglieri di tanti comuni e province.
A sostegno delle sacrosante ragioni della loro interrogazione, i deputati radicali ricordano che già nel 2005 il sen.

Cesare Salvi, insieme ad un altro senatore del fu Pds, Massimo Villone, avevano scritto un libro a quattro mani (“Il costo della democrazia”) per documentare composizione e costo del mezzo milione di persone che, detta in soldoni, vivono di politica. Ora Salvi ha commentato con molto sconforto quest’ultima vicenda, come piccola ma esemplare prova della invincibile capacità di resistenza della “casta”. Come sarà possibile – si è chiesto – attuare una vera e incisiva riduzione delle tasse, per la quale secondo lo stesso Tremonti sono necessari tagli della spesa pubblica dell’ordine di 20-30 miliardi, se un governo, che nel proprio programma prevedeva tout court l’abolizione delle province, non riesce nemmeno a tagliare tredici milioni per far dimagrire intanto mille e passa pletorici consigli comunali e provinciali? Sarà interessante leggere la risposta di Tremonti: che non si faccia scudo, per carità, della resistenze di Anci e Upi….

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>