Vittoria di Pirro in Europa

Com’è noto, il Parlamento europeo ha approvato, giovedì scorso, un rapporto dall’eloquente titolo “rischi di violazione della libertà di espressione e d’informazione nell’UE e in particolare in Italia”. Già la distinzione – sin dal titolo – dell’Italia dal resto d’Europa la dice lunga. Il rapporto rileva che il sistema italiano presenta un’anomalia dovuta ad una combinazione unica di potere economico, politico e mediatico nelle mani del Presidente del Consiglio, che questa situazione rischia di essere presa a modello da altri paesi, in particolare da quelli di prossima adesione, e auspica una riforma generale del settore audiovisivo per prevenire attuali e futuri conflitti d’interessi (sic!). I mezzi d’informazione italiani, ma anche stranieri, hanno dato ampio spazio alla notizia – alcuni con malcelata esultanza – ed esponenti politici del centrosinistra si sono lanciati in dichiarazioni della serie “vittoria per il pluralismo in Europa”. Peccato che l’indomani, venerdì, la Commissione europea abbia approvato, zitta zitta, con una procedura che non a caso si chiama “procedura del silenzio”, un provvedimento di segno opposto che equivale, questo sì, ad una sonora sconfitta per il pluralismo in Europa. Si tratta della comunicazione interpretativa sulla pubblicità che chiarisce le modalità con le quali le misure previste dalla direttiva televisione senza frontiere si applicano ad alcune forme e tecniche pubblicitarie emerse in questi anni grazie agli sviluppi tecnologici e di mercato.

Per chi è interessato il documento porta il numero C (2004) 1450 ed è accessibile in inglese o francese su:
http://www.europa.eu.int/comm/avpolicy
Con la scelta dello strumento normativo della “comunicazione”, la Commissione ha tra l’altro evitato il passaggio parlamentare ed il salutare dibattito pubblico che ne conseguiva. Già su questa forzatura procedurale ci si poteva aspettare una più che legittima protesta da parte di qualche parlamentare europeo: invano. Ora che la comunicazione è stata adottata se ne può valutare pienamente la portata: in buona sostanza Bruxelles dà il via libera a tre nuove tecniche pubblicitarie – lo split screen, la pubblicità virtuale e la pubblicità interattiva – le quali, aggiungendosi ai minispot nelle partite di calcio trasmessi – questi sì – in violazione del diritto comunitario, aumenteranno a dismisura il giro d’affari delle emittenti con posizioni dominanti sul mercato, restringendo inesorabilmente le possibilità di sviluppo dei nuovi entranti a danno del pluralismo e dell’offerta. Per quanto riguarda le telepromozioni, la comunicazione conferma la sentenza della Corte di giustizia europea in base alla quale la loro durata non andrà conteggiata nei tetti di affollamento orari ma in quelli giornalieri, con il risultato di ottenerne una concentrazione negli orari più appetibili come peraltro avviene già oggi. Mentre il rapporto del Parlamento europeo – è bene ricordarlo – ha una valenza solo politico/morale, la comunicazione della Commissione fornisce un’interpretazione di una direttiva che definisce un quadro legale rispetto al quale uno Stato membro difficilmente può sottrarsi.

In altre parole, l’approvazione del rapporto del Parlamento europeo rischia di trasformarsi, per il pluralismo e la libertà d’informazione, in una vittoria di Pirro.

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