In merito all’iniziativa del 25 Settembre a Follonica con la quale il circolo di Libertà e Giustzia della Maremma Grossetana proponeva una riflessione su Le Pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo, riteniamo utile fare alcune considerazioni.
Innanzi tutto, con soddisfazione, ne registriamo la riuscita dal punto di vista numerico: non è affatto facile avere una platea così nutrita quando si propongono temi apparentemente non attinenti all’attualità.
Il Circolo, in verità, nel preparare l’iniziativa, ha avuto particolare cura di impostare la pubblicizzazione puntando sul fatto che oltre alla comprensione della storia recente argentina, in realtà attraverso il racconto intenso e avvincente delle Madri si comprende anche il valore della memoria e della necessità di difesa della Democrazia.
Gli aderenti al Circolo hanno svolto diverse riunioni per enucleare ed esaminare i numerosi aspetti sotto i quali poteva essere letto il libro, a partire dalla similitudine tra la situazione argentina degli anni Settanta e quella di progressiva erosione dei diritti alla quale stiamo assistendo attualmente nel nostro Paese.
Tra noi amici del Circolo, per meglio comprendere il clima politico culturale e per entrare ancor più empaticamente nella narrazione di Daniela Padoan, abbiamo organizzato di vedere insieme il film Garage Olimpo del regista Marco Bechis, che rende mirabilmente chiara la violenza che lo Stato ha esercitato sui cittadini sospettati di sovversione, quali i figli delle Madri di Plaza de Mayo.
Al fine di collocare l’iniziativa in un ambito emozionalmente intenso, abbiamo avuto la felice intuizione di aprire l’incontro pubblico proiettando il brano Mothers of the Disappeared di Bono degli U2 eseguito nello stadio di Santiago del Cile, luogo simbolo della detenzione e della tortura dei prigionieri, con le Madri che, salite sul palco, denunciavano al mondo i crimini di cui erano vittime. Senza enfasi alcuna, è stato facile rilevare che l’intera sala è rimasta coinvolta dal pathos di quell’esecuzione.
Anche il dibattito che è seguito all’introduzione di Paolo Dolfi e agli interventi dei due relatori, Luciano Calì e Daniela Padoan, è stato originale e interessante.
Il libro, un po’ come tutti i libri, ma questo forse in maniera un po’ più accentuata, offre molteplici percorsi interpretativi, e gli interventi succedutisi hanno sottolineato proprio questa poliedricità.
Renato Tonelli ha tenuto a rilevare che la situazione politica che stiamo vivendo richiede un impegno di vigilanza e di attenzione civica da parte di ognuno di noi, e i libri come quello in questione offrono la motivazione necessaria a tradurre le intenzioni in attività. Sottolinea che le Madri non si sono fatte scoraggiare dalla loro pochezza in confronto alla forza del potere dominante ma che anzi, quella che sembrava la loro debolezza si è rivelata poi essere la loro forza. Imprese di quel genere non possono che risultare motivanti per ciascun individuo che vuole battersi contro le ingiustizie e le sopraffazioni.
Laudomia Benedetti ha ripercorso con precisione da storica le vicende socio-politiche che hanno portato al golpe del 1976 e ha evidenziato i legami oscuri che mettevano in connessione i generali golpisti con le trame eversive presenti in Italia. Evidenziava come a tutt’oggi non sia stata fatta chiarezza sulle relazioni sotterranee e sulle connivenze politiche di cui la dittatura ha goduto presso molti regimi cosiddetti democratici, compreso quello italiano. Ha richiamato il libro di Enrico Calamai, console a Buenos Aires nei primi anni della dittatura, testimone prezioso e puntuale delle ordinarie violenze perpetrate a danno di inermi cittadini, nonché dell’ignavia del nostro Governo, ai tempi, nel non offrire nessun aiuto, ”nessun asilo politico”, se non quello che di nascosto dalle autorità forniva il Console stesso, a suo rischio e pericolo.
Adelise Mirolli ha evidenziato due elementi che secondo lei sono tra i più “intensamente sovversivi” perché escono dai canoni culturali del pensiero corrente in quegli anni in Argentina, e forse anche da quelli dei giorni nostri nel resto del mondo: la “socializzazione della maternità” e il passaggio da una dimensione individuale a una dimensione collettiva.
Le Madri, quando a un certo punto nelle marce del giovedì, hanno smesso di portare in piazza ognuna la foto dei propri figli e hanno tolto i nomi dai fazzoletti bianchi che portavano in testa, capendo che ognuno di quei trentamila scomparsi avrebbe potuto essere il figlio di ognuna di loro, hanno capito anche che ognuna non lottava più solo per i figli propri ma per tutti i ragazzi scomparsi e, per estensione, per tutti i ragazzi, i bambini, i figli comunque vittime, a diverso titolo, di ogni potere dominante e oppressivo.
Socializzare la maternità parve loro un modo per sentirsi ancora più vicine ai figli, perché se è possibile socializzare quanto una donna sente di più intimo e sacro, come appunto la maternità, allora si può affermare che tutto può essere socializzato, tutto può essere condiviso.
E questo assunto era proprio l’essenza del pensiero per cui i loro ragazzi erano stati fatti sparire! La conoscenza e l’identificazione con i valori dei propri figli ha fatto diventare le Madri una vera forza rivoluzionaria che sfidava il potere non più in posizione da subordinate ma da consapevoli detentrici di diritti.
Come soggetto collettivo hanno contrapposto la forza creatrice e vitale alla violenza e alla morte riuscendo a trascinare dalla loro parte lo sguardo che il mondo riversava distrattamente sull’Argentina.
A chiudere la serata, resta una frase che Daniela Padoan affida alle pagine del suo libro e che sembra racchiudere il senso più profondo dell’incontro con le Madri di Plaza de Mayo. È una frase di Emily Dickinson: «La folla dentro il cuore nessuna polizia potrà disperdere». Una folla fatta di assenze, di volti, di nomi, di storie che la violenza di una dittatura ha cercato di cancellare, ma che continuano a vivere nella memoria di chi è rimasto.
E proprio alla memoria, e alla difficoltà di fare i conti con essa, a noi viene da accostare un’altra poesia di Dickinson, che sembra restituire con straordinaria forza anche qualcosa di ciò che accadde nella società argentina dopo la caduta della dittatura: «Se per sfuggire alla memoria avessimo le ali in molti voleremmo. Abituati a cose ben più lente gli uccelli sbigottiti scruterebbero il gigantesco stormo degli uomini che fuggono disperati dalla propria mente».
Dopo una tragedia collettiva, infatti, non sempre il ritorno alla democrazia coincide con la capacità di affrontare il passato. La tentazione di rimuovere, di voltare pagina, di sottrarsi al peso dei ricordi può diventare una forma di difesa individuale e collettiva. Ma ciò che viene rimosso non necessariamente scompare: continua a interrogare il presente, come una presenza che chiede di essere riconosciuta.
È forse questo uno dei messaggi più forti che ci consegna il libro di Daniela Padoan e, con esso, la testimonianza delle Madri di Plaza de Mayo: la memoria non è soltanto il ricordo di ciò che è stato, ma una responsabilità verso ciò che siamo e verso ciò che non vogliamo che accada nuovamente.
Se davvero nessuna polizia può disperdere la folla che abita il cuore, allora quella folla ha bisogno di essere ascoltata. E perché possa continuare a parlare, abbiamo bisogno della memoria.

