Nell’America di Donald Trump, comunismo è usata come etichetta unificante per delegittimare l’intero Partito Democratico e gli oppositori politici. I movimenti di sinistra, gli attivisti e i gruppi anarchici vengono legati a presunte reti terroristiche transnazionali e a nazioni ostili come Cuba, trasformando la normale competizione elettorale in una questione di sicurezza nazionale.

Ci sono parole che in politica servono a descrivere la realtà e altre che servono a metterla in ordine. «Comunismo», nell’America di Donald Trump, appartiene alla seconda famiglia. 

La cosa interessante è che ricompare proprio mentre il socialismo fa un po’ meno paura. Secondo l’ultimo Gallup, il 43 per cento degli americani ne ha oggi un’opinione positiva: è il massimo dal 2010. Il capitalismo resta avanti, al 55 per cento, ma tra gli indipendenti il favore per il socialismo è salito in un anno dal 37 al 45 per cento. Tra i democratici arriva al 65. Non è esattamente l’alba della rivoluzione proletaria, ma quella parola ha evidentemente perso una parte della sua vecchia tossicità. 

Lisa McClain, presidente della House Republican Conference e dunque responsabile del messaggio con cui i repubblicani affrontano le midterm, lo ha spiegato con una franchezza encomiabile: «Il socialismo non fa davvero presa. Il comunismo invece sì». Il compito, ha aggiunto, è convincere gli elettori che il primo conduce al secondo. È una piccola dichiarazione di metodo. Aiuta a capire perché, a cinque settimane dalle elezioni, il comunismo sia tornato ad aggirarsi per l’America.

Dal socialista al comunista

Una materia prima esiste. I Democratic Socialists of America non sono più il piccolo club politico di qualche anno fa. Brookings ha contato 282 candidati appoggiati nel ciclo elettorale 2026 da organizzazioni nazionali o locali del DSA. Ma il dato va letto fino in fondo. Più della metà corre per cariche locali o assemblee statali; 90 candidature sono in California e 21 a New York; man mano che i collegi diventano competitivi diminuiscono sia i candidati sia le vittorie socialiste.

Charles Homans ha trascorso mesi a osservare questo mondo per il New York Times Magazine, parlando con candidati, militanti e organizzatori a New York, Chicago, in Michigan e Wisconsin. Ne esce un movimento più interessante e meno compatto della sua caricatura. Il DSA cresce, recluta giovani e possiede ormai una presenza riconoscibile nella politica democratica. Al suo interno convivono però “socialisti elettorali” che lavorano nel Partito democratico, fautori di un partito indipendente e correnti rivoluzionarie che considerano il capitalismo irriformabile.

Ma i media, come sempre, hanno semplificato: “il socialismo comincia a vincere”. Candidati espressi o sostenuti dal DSA hanno conquistato primarie importanti del Partito Democratico, mentre uno dei loro esponenti, Zohran Mamdani, governa da mesi New York City. Il socialismo americano dispone così di volti, campagne, vittorie. 

Quanto basta perché la destra provi a farne il volto dell’intero Partito democratico. Naturalmente con la nuova etichetta viso che quella giusta “non fa presa”. A giugno Axios aveva già descritto l’operazione come una riscoperta della Red Scare, la «paura rossa» che dominò la politica americana dopo la rivoluzione russa e poi nei primi anni Cinquanta con il maccartismo. Anche allora la minaccia veniva costruita allargando progressivamente le categorie del sospetto. A settembre alla convention repubblicana per le midterm di Dallas la parola comunismo è risuonata almeno sessanta volte. Mike Johnson, Speaker della Camera dei rappresentanti, ha annunciato che «i comunisti» entreranno al Congresso; Steve Scalise, leader della maggioranza repubblicana alla Camera, ha scoperto una «rivoluzione bolscevica» nel Partito democratico.

Trump aveva anticipato tutti a Mount Rushmore, il 3 luglio. Prima ha proclamato che l’America non diventerà mai un paese comunista. Subito dopo è passato alle midterm, al SAVE America Act – la legge che richiede prove stringenti di cittadinanza per votare – e alla promessa che, facendo le cose per bene, i repubblicani non avrebbero perso un’elezione «per cent’anni». Poi ha è tornato sul «Partito comunista» descrivendolo come il partito degli immigrati irregolari, dei criminali e di chi non vuole lavorare. La sequenza conta più delle singole frasi. Comunismo, immigrazione, frode elettorale e nuove regole del voto. Se davanti hai un concorrente, devi accettare che possa vincere. Se davanti hai il «Partito comunista», impedirgli di conquistare il potere diventa un atto patriottico.

Nella campagna per le midterm questa trasformazione sta acquistando un’utilità molto concreta.

Il nemico interno con indirizzo all’estero

Il comunismo della Guerra fredda aveva almeno il pregio della chiarezza. C’erano l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, partiti comunisti con tessere, sedi e comitati centrali. Si poteva esagerarne enormemente la penetrazione e scatenare una caccia alle streghe, ma il sostantivo indicava qualcosa di riconoscibile. Il nuovo comunismo americano è più confuso, ma per questo più agile. Non richiede né tessere né Comitato centrale. Può comprendere il DSA che partecipa alle elezioni, Antifa che non è un’organizzazione nazionale unitaria, collettivi anarchici, manifestanti anti-ICE, amministratori delle città santuario, campus universitari, giornalisti, immigrati. Non perché questi soggetti abbiano improvvisamente scoperto di appartenere alla stessa Internazionale. È il nome a fare il lavoro. La funzione del termine-ombrello è precisamente questa: passare dall’avversario al sovversivo senza dover dimostrare che tuttiiu gli avversari appartengano alla stessa organizzazione.

Qui, però, la faccenda smette di essere soltanto retorica elettorale. In aprile il New York Times ha ricostruito il tentativo dell’amministrazione di convincere gli alleati a considerare il terrorismo di estrema sinistra una nuova priorità internazionale. Un documento preparatorio del Dipartimento di Stato offriva una definizione molto estesa della minaccia: comunisti, marxisti, anarchici, anticapitalisti, eco-estremisti e altre formazioni antifasciste. Sebastian Gorka, responsabile dell’antiterrorismo alla Casa Bianca, insisteva intanto su un principio: «non ci sono lupi solitari — lone wolves». Dietro l’estremista isolato occorre cercare reti, finanziamenti, collegamenti stranieri. Secondo il Times, Antifa è stata inserita anche nel National Intelligence Priorities Framework, il documento classificato che orienta le priorità della comunità d’intelligence americana.

Cercare connessioni internazionali non ha nulla di eccezionale: è il mestiere dei servizi di sicurezza. La questione cambia quando si cerca di ricondurre ideologie, organizzazioni, collettivi e comportamenti molto diversi a una stessa rete transnazionale. Negli Stati Uniti non esiste una designazione federale delle organizzazioni terroristiche interne equivalente a quella prevista per le organizzazioni straniere. Il collegamento internazionale cambia quindi gli strumenti giuridici disponibili e rende accessibile un apparato molto più potente, a cominciare dalle norme sul sostegno materiale alle organizzazioni terroristiche straniere.

Lo scopo politico è limpido: un nemico interno diventa più minaccioso se possiede un indirizzo all’estero. E se si può dimostrare che a quell’indirizzo fa capo anche il socialista democratico che entra nel Congresso, la competizione politica comincia a confinare con l’ordine pubblico, e l’ordine pubblico con la sicurezza nazionale. Il passo non è breve, ma può essere facilitato se l’etichetta è molto potente.

L’Avana è dietro l’angolo

A luglio Marco Rubio ha riunito al Dipartimento di Stato rappresentanti di 67 paesi per discutere il terrorismo dell’estrema sinistra. Il jihadismo, ha sostenuto, è stato per anni al centro della cooperazione internazionale; la far left ne sarebbe diventata il punto cieco. L’amministrazione chiedeva agli alleati di identificare collegamenti, scambiare informazioni e utilizzare strumenti finanziari e di law enforcement contro la nuova minaccia. 

Non era soltanto un convegno. Il mese dopo il Dipartimento di Stato ha designato come Specially Designated Global Terrorist Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 forniva servizi digitali e infrastrutture online a movimenti e attivisti. Il Tesoro ha sanzionato anche altre due organizzazioni, oltre a due dirigenti di una di esse. Qui si vede la differenza fra chiamare qualcuno comunista e disporre di un apparato che può seguirne finanziamenti e relazioni internazionali. Le due cose non coincidono, ma possono avvicinarsi molto.

Cuba è particolarmente adatta alla bisogna perché è abbastanza comunista da evocare la Guerra fredda, abbastanza vicina da appartenere a quel “giardino di casa” che da sempre gli USA considerano proprio, abbastanza debole da non creare gli inconvenienti diplomatici che nascerebbero applicando lo stesso metro alla Cina di Xi Jinping. Il Dipartimento di Stato le ha dedicato un rapporto di cento pagine dal titolo che non lascia molto lavoro all’interprete: Cuba: The Capital of 21st Century Communism. Il documento ricostruisce decenni di spionaggio, sostegno a movimenti rivoluzionari e influenza cubana. Poi procede verso il presente americano. DSA compare nella sezione dedicata a “organizzazioni di facciata e compagni di strada”; anche Black Lives Matter e la solita Antifa entrano nella ricostruzione dell’influenza politica dell’Avana.

Naturalmente avere rapporti con Cuba, visitarla, opporsi all’embargo o condividere campagne antimperialiste non prova di per sé finanziamento, direzione o coordinamento da parte del governo cubano. Il documento stesso non sostiene che chiunque compaia in quelle pagine riceva ordini dall’Avana. Ma la distanza fra “agente”, “alleato” e “compagno di strada” si accorcia. Il contatto può diventare indizio; l’affinità politica, l’ambiente nel quale una potenza ostile cerca influenza. E a quel punto cambiano anche gli strumenti. Una protesta riguarda polizia e ordine pubblico. Una rete transnazionale può interessare l’intelligence e la Difesa. Il “segretario alla Guerra” Pete Hegseth ha appena ordinato a Cyber Command e agli apparati dell’intelligence militare di mobilitare le proprie capacità per proteggere le midterm dalle interferenze straniere. Il confine tra sicurezza esterna e amministrazione delle elezioni diventa così ancora più sottile.

Il comunismo nell’america di Trump sembra insomma aver ritrovato una delle sue più antiche virtù politiche: riesce a stare contemporaneamente fuori e dentro il confine. E può anche reclutare sostenitori imprevedibili come Papa Leone, la cui enciclica sull’intelligenza artificiale lo ha trasformato in un “utile idiota per il Partito Comunista Cinese” secondo Peter Thiel, presidente di Palantir e mentore di JD Vance.

Dal partito allo Stato

Fin qui si potrebbe ancora parlare di una strategia elettorale particolarmente aggressiva. Nelle ultime settimane c’è stato però un ulteriore passaggio. L’amministrazione ha cominciato a comprare spazi televisivi con denaro pubblico per spot nei quali Trump promette di sconfiggere «comunismo, socialismo e marxismo in America una volta per tutte». Poi è arrivato Final Battle. Il nuovo annuncio è quasi identico a un video della campagna presidenziale del 2024. Allora terminava invitando gli americani a unirsi alla battaglia di Trump. Oggi termina con una scritta più interessante: «Paid for by the U.S. Government».

La Casa Bianca sostiene che si tratti di public service announcements. Ma nel mezzo non c’è un programma di governo. Ci sono il deep state, i guerrafondai, i globalisti, i comunisti, i marxisti, i fascisti, i «media falsari» e le élite politiche e culturali che «odiano il nostro paese». Trump promette di «liberare l’America» da questi nemici interni «una volta per tutte». È difficile trovare un’immagine più nitida del passaggio. Nel 2024 quel filmato era propaganda di un candidato che voleva conquistare lo Stato. Nel 2026 è lo Stato a pagare per ritrasmettere quasi lo stesso filmato come comunicazione di “servizio pubblico” a poche settimane dalle elezioni.

Forse è questa la differenza più interessante rispetto al vecchio anticomunismo americano. McCarthy cercava comunisti, veri o presunti, dentro istituzioni e apparati. Trump sta facendo qualcosa di più elementare e, per certi versi, più ambizioso: sta costruendo «il comunismo». Il socialista democratico ne rappresenta la faccia elettorale ed eventualmente l’avamposto parlamentare. Antifa la faccia sovversiva. Cuba quella internazionale. Il terrorismo transnazionale quella militare. Il compagno di strada quella fiancheggiatrice. L’immigrato irregolare può comparire come il cavallo di Troia, il corpo estraneo che attraversa il confine e si stabilisce tra noi, in attesa di direttive.

Il messaggio elettorale non si disperde. Se la sinistra è un concorrente, bisogna batterla. Se è il terminale interno di una minaccia che viene da fuori, bisogna abbatterla.

Riferimenti

Jack Nicas, et al., « U.S. Pushes Allies to Chase a New Terrorism Target: The Far Left». The New York Times, 9 aprile 2026.

Charles Homans, «Moderates See Socialists as a Threat to the Democratic Party. Socialists Agree». The New York Times Magazine, 13 agosto 2026. 

Tim Balk, «Republicans, Facing Midterm Peril, Try to Brand Democrats as Communists». The New York Times, 12 settembre 2026. 

Ellen Nakashima, et al., «Rubio Tries to Enlist Other Nations in Antifa Fight, but Some Allies Recoil», The Washington Post, 9 luglio 2026. 

Michael Crowley, «State Department Advances Trump Crackdown on ‘Far-Left Terrorism’». The New York Times, 26 agosto 2026. 

 Faiza Patel, «Trump Administration Linking Its Domestic Enemies to Foreign Terrorists», Brennan Center for Justice, 16 settembre 2026. 

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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