Nadia Urbinati, ragionando sul Domani intorno alla Danimarca di Mette Frederiksen (Il caso Danimarca: socialdemocrazie sempre più a destra), ha posto una questione che va molto oltre la ultra-restrittiva politica migratoria di quel paese, che mi pare possa essere riassunta con la domanda “cosa resta della socialdemocrazia quando la difesa del welfare si combina con una progressiva restrizione di solidarietà e diritti”.
Il caso danese è molto utile se lo osserviamo anche dal punto di vista della transizione ecologica, uno dei cavalli di battaglia della stessa Frederiksen.
Usando uno schema politico tradizionale, potremmo collocare la Danimarca molto a sinistra lungo l’asse del welfare e molto a destra lungo l’asse delle politiche di accoglienza. Sul primo asse, quello delle politiche climatiche e ambientali, è tra i paesi europei più ambiziosi. Il piano d’azione nazionale “Green Tripartite” (Governo danese, accordi sulla Green Tripartite e sulla trasformazione verde dell’agricoltura e del territorio) è senz’altro innovativo: interviene sulle emissioni dell’agricoltura e degli allevamenti, sulla riforestazione, sull’uso del suolo e sulla qualità delle acque con strumenti e risorse difficilmente liquidabili come semplice greenwashing. Sul secondo asse, quello dell’immigrazione, i governi Frederiksen, anche quello precedente, hanno invece assunto alcune delle posizioni più restrittive tra i Paesi europei.
Se i due assi vengono considerati separatamente, la contraddizione può perfino scomparire, ma è proprio questa separazione che oggi non funziona più. La crisi climatica costringe ancora di più a chiedersi quali relazioni esistano tra ambiente, modello economico, disuguaglianze, salute, migrazioni e diritti. E una volta adottato questo sguardo multilivello, la distanza fra politiche dell’accoglienza e per la transizione diventa una contraddizione politicamente rilevante.
L’approccio danese possiede infatti una sua coerenza se la transizione viene concepita come modernizzazione ecologica del capitalismo nazionale: decarbonizzare la produzione, innovare tecnologicamente, mantenere competitiva l’economia, preservare un welfare generoso e, nello stesso tempo, delimitare più rigidamente la comunità che ne beneficia. In termini classici, l’ambiente entra nel paradigma capitalistico produttivista senza modificarne le fondamenta.
Per gran parte del Novecento la socialdemocrazia ha potuto costruire il proprio “patto”, che siano state politiche di governo o di opposizione, intorno alla crescita: accettare l’economia capitalistica e redistribuirne una parte dei benefici attraverso salari, fiscalità, servizi pubblici e welfare. Benefici, si intende, di tutto rispetto ieri e tuttora fondamentali.
Ma oggi entra in scena un terzo incomodo che diventa irresistibilmente il primo attore: la crisi climatica introduce l’elemento dei limiti biofisici del pianeta che quella strategia politica poteva lasciare sullo sfondo. Di fronte alla crisi climatica, che determina sconvolgimenti planetari, continentali e regionali, si misura la necessità e insieme la insufficienza della sola redistribuzione di ciò che produciamo. Uno sguardo attento alimenta le domande su cosa produrre, quanto, come, per chi e con quali costi ambientali e sanitari.
La transizione ecologica appare in tutta la sua complessità, ben oltre una pur fondamentale conversione tecnica ed energetica. Sviluppare le rinnovabili o elettrificare la mobilità sono pilastri imprescindibili, ma non bastano. Il rischio reale è che una deriva tecnocratica — in cui la tecnica detta l’agenda alla politica e si sostituisce alla scienza — riduca la sfida del secolo a una fredda gestione contabile delle risorse. È qui che entra in gioco il valore di una democrazia fondata su giustizia e libertà. Senza questa bussola etica, prima ancora che politica, i cambiamenti infrastrutturali non diranno nulla su quale società stiamo costruendo, né su chi pagherà il prezzo del cambiamento e chi ne trarrà profitto, che sono valori portanti per una socialdemocrazia.
È su questo crinale che la giustizia climatica e quella ambientale si fondono, rivelando una realtà evidente a chiunque rifiuti i pregiudizi e l’oscurantismo. È ormai innegabile: le popolazioni che subiscono gli impatti più devastanti della crisi climatica sono spesso le stesse che hanno contribuito meno a generarla; le materie prime necessarie alla transizione europea vengono estratte altrove, spesso a caro prezzo per i territori d’origine. Anche all’interno dei nostri territori, la mappa del rischio mostra come esposizione all’inquinamento, vulnerabilità sociale e precarietà sanitaria continuano a sovrapporsi, e a colpire maggiormente i più vulnerabili.
Le conoscenze consolidate su ambiente e salute nei territori inquinati mostrano il disaccoppiamento tra distribuzione dei benefici della produzione e dei danni ambientali e sanitari.
Per chi si occupa di ambiente e salute questo passaggio è essenziale. Il principio “chi inquina paga” dovrebbe essere accoppiato alla domanda «chi paga la transizione?», nella consapevolezza che non si parla solo di bollette, tasse o posti di lavoro. La questione riguarda direttamente chi continua a pagare con la propria salute un determinato modello di sviluppo. Le aree inquinate, definite dall’ONU zone di sacrificio, mostrano da decenni che crescita economica e welfare nazionale possono convivere con fortissime disuguaglianze nella distribuzione del rischio. Una transizione che riduca le emissioni senza affrontare queste disuguaglianze può essere ambientalmente efficace e contemporaneamente ingiusta.
La stessa logica investe il tema delle migrazioni: siccità, desertificazione, eventi estremi e conflitti si intrecciano inestricabilmente con la mobilità umana. È intellettualmente onesto assumere che non si può rivendicare una responsabilità globale per il clima e, al contempo, blindare la solidarietà entro i confini nazionali. Questa contraddizione viene sanata, come nel caso della dimezzata socialdemocrazia danese, solo adottando un punto di vista esplicitamente nazionalista, teso a rendere sostenibile il proprio giardino, difendere il proprio welfare e proteggere la propria comunità. Ma a quel punto l’ecologia smette di essere universalistica. Forse il caso danese potrebbe rivelarsi l’avamposto di questo rischio? Una sorta di sciovinismo verde che pretende di realizzare — parafrasando un vecchio dogma storico riferito al socialismo — la “transizione in un paese solo”.
Anche la difesa del welfare, usata per giustificare la chiusura, può rivelarsi fragile perché, se si accetta il principio che l’accesso alla solidarietà dipenda sempre più dall’appartenenza, si modifica la natura stessa dell’universalismo sociale. Inoltre, una volta accettata la rappresentazione secondo cui il welfare è minacciato soprattutto da chi viene da fuori, la destra potrà sempre proporre una delimitazione più netta, una frontiera più rigida, un diritto più differenziato. Su quel terreno l’originale dispone quasi sempre di un vantaggio sulla copia, ed è per questo che Danimarca e Italia si trovano vicine e le diverse componenti del governo italiano gongolano.
La Spagna di Pedro Sánchez, se riuscirà a reggere le fortissime pressioni politiche in assenza di un adeguato supporto dall’esterno, merita attenzione. Non come modello già compiuto, ma come esperimento diverso: il tentativo di tenere insieme transizione ecologica, redistribuzione, welfare, diritti e integrazione. Il recente Piano di integrazione e cittadinanza (Governo di Spagna, Plan de Integración y Ciudadanía, presentato il 30 giugno 2026) lega esplicitamente migrazione regolare, lavoro dignitoso, rafforzamento dei servizi pubblici, diritti e responsabilità. È una risposta non priva di problemi, ma costruita su una premessa opposta a quella della chiusura: l’inclusione può contribuire a rafforzare, anziché indebolire, la coesione sociale e lo stesso welfare.
In Italia, è significativo che nel campo progressista questo confronto trovi ancora poco spazio. Spesso i programmi sembrano procedere per compartimenti stagni: il clima in un capitolo, il welfare e i salari in un altro, i flussi migratori in un terzo. Sembra mancare una riflessione profonda sulle connessioni; eppure è proprio la relazione tra questi nodi a determinare se la transizione saprà essere davvero inclusiva.
Una delle cause è la considerazione della problematica ambientale come un settore specialistico, anziché come politica intersettoriale che determina la distribuzione di costi, benefici e protezione tra le comunità. La sottovalutazione di una impostazione necessaria sia sul piano teorico sia su quello pratico per evidenziare chi trae vantaggio e chi sostiene i costi della transizione.
Una visione progressista della transizione dovrebbe perciò essere valutata almeno lungo tre dimensioni inseparabili. La prima è ecologica: ridurre rapidamente emissioni, consumo di risorse e degrado degli ecosistemi. La seconda è sociale e sanitaria: distribuire equamente benefici, costi, opportunità e salute, evitando nuove zone e nuove popolazioni di sacrificio. La terza è democratica e universalistica: non costruire la sostenibilità restringendo progressivamente la comunità dei diritti.
La posta in gioco è alta, poiché se una di queste dimensioni viene meno, una transizione può riuscire tecnicamente e fallire politicamente. E può accadere qualcosa di ancora più paradossale: nel tentativo di salvare il welfare attraverso la chiusura di confini, si può contribuire a indebolire proprio i principi di universalità e solidarietà sui quali quel welfare è stato costruito e magari viene ancora dichiarato. Anche in questo campo la scissione tra fatti e parole richiama la lezione di Hannah Arendt sul pericolo dell’astrazione ideologica: quando il discorso pubblico si emancipa dalla concretezza materiale dei corpi, dei territori e delle disuguaglianze, la democrazia recide il suo legame con la realtà, degradandosi a pura tecnica di governo.
È maturo il tempo per chi considera prioritario l’impegno per il contrasto al cambiamento climatico di interrogarsi più in profondità e più apertamente. La crisi ecologica è una sfida epocale: costruire un nuovo orizzonte capace di tenere insieme i limiti del pianeta e l’universalità dei diritti, senza riproporre semplicemente il socialismo produttivista del Novecento e senza consegnare alla destra la definizione dei confini della solidarietà.

