Nelle ultime settimane il dibattito sulla nuova legge elettorale, a più riprese ribattezzata Stabilicum, Melonellum o Bignami bis, si è fatto incandescente. E non soltanto per una contrapposizione tra maggioranza e opposizioni. Le stesse forze di governo, infatti, sono apparse frammentate al proprio interno, divise su nodi tutt’altro che marginali (dalle preferenze al voto dei fuori sede), senza riuscire a comporre una posizione comune se non quella, appunto, di andare avanti a tutti i costi e portare in approvazione un sistema elettorale purché maggioranza (di centrodestra) sia.
E qui sta il primo paradosso.
Si procede comunque, con un iter serratissimo, attorno ad un testo riscritto unilateralmente in commissione, a fronte di emendamenti delle opposizioni travolti, di tempi contingentati, di pregiudiziali di costituzionalità liquidate a colpi di maggioranza, di un primo via libera della Camera imposto a ridosso della pausa estiva e di un passaggio al Senato già annunciato come blindato.
Si tratta di uno schema già visto, che però non possiamo rinunciare a denunciare perché appare difficilmente conciliabile con alcuni principi cardine della democrazia costituzionale. Ed è, invero, uno schema che sorprende ancora di più dopo il referendum sulla magistratura dello scorso marzo. In quell’occasione, con una partecipazione che non si vedeva da tempo e con un protagonismo delle giovani generazioni (che non è un dato secondario, perché segnala un Paese assai più vivo di come spesso lo si racconta) cittadine e cittadini hanno espresso anche una domanda più ampia sul metodo delle grandi trasformazioni istituzionali e costituzionali imposte a colpi di maggioranza. Eppure il Governo Meloni prosegue dritto nel solco della forzatura e, a pochi mesi di distanza da quel pronunciamento, cambia unilateralmente le regole del gioco, le più delicate di tutte, in spregio alle raccomandazioni della Commissione di Venezia.
Per l’Osservatorio Autoritarismo di Libertà e Giustizia, che da tempo ha individuato nel sistema elettorale uno degli indicatori chiave dello stato di salute di una democrazia, non si è davanti a un episodio di cronaca politica, ma di fronte a un vero e proprio tornante. Gli autoritarismi del ventunesimo secolo raramente si affermano con la sospensione delle elezioni e, più in generale, con la sospensione delle regole costituzionali. Molto più spesso cominciano riscrivendo le regole, sicché – con riferimento alle elezioni politiche – si continua a votare, ma il voto smette progressivamente di avere una sua forza “decidente”, perché a decidere, a monte, è chi ha scritto le regole elettorali.
Quanto al contenuto del sistema in discussione, il cuore del progetto è presto detto. Alla lista o coalizione che arrivi “prima” in entrambe le Camere con almeno il 42 per cento dei voti validi viene attribuito un premio di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori. Ciò significa che una forza politica che rappresenta una minoranza dei votanti, e una frazione ancora più esigua del corpo elettorale se si tiene conto di un’astensione ormai strutturale, viene trasformata in vitro in maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Semplificando, ma rendendo l’idea, la minoranza più consistente vince e, vincendo, prende tutto.
Il premio di maggioranza viene battezzato “di governabilità”, ma nella giurisprudenza costituzionale che ha censurato prima il Porcellum, con la sentenza n. 1 del 2014, e poi l’Italicum, con la sentenza n. 35 del 2017, la governabilità non è mai stata considerata un principio capace di travolgere la rappresentanza e l’uguaglianza del voto. La “governabilità”, o meglio la “stabilità”, resta un obiettivo legittimo, che incontra però un limite rigoroso di proporzionalità e ragionevolezza a salvaguardia della rappresentatività. Il premio di maggioranza contenuto nella proposta, unitamente a liste interamente bloccate e alla designazione obbligatoria del “candidato premier” a pena di inammissibilità delle liste, compone un disegno unitario che va oltre la distorsione tollerabile e realizza una modifica surrettizia della forma di governo per via di legge ordinaria, che conduce l’Italia verso il rischio che al governo più che una maggioranza, ci si ritrovi un vertice politico dotato di una forza difficilmente bilanciabile (c’è chi direbbe un “satrapo”) che tutto può, specie a dispetto delle opposizioni che devono soltanto stare a guardare e attendere il proprio turno (se e quando verrà).
Ecco allora che il tema elettorale incrocia la riflessione che questo Osservatorio conduce da tempo sulla verticalizzazione del potere, ossia su quella torsione della democrazia rappresentativa in democrazia d’investitura che, con un neologismo efficace, è stata definita “democratura” o “capocrazia”.
Sotto questo profilo, lo Stabilicum, che si somma ad evidenti storture di sistema, traccia una sequenza di una coerenza disarmante. Il capo compone le liste, che sono bloccate. Il capo dà nome e volto alla coalizione attraverso l’indicazione preventiva del premier, con buona pace delle clausole di stile che “fanno salvi” gli articoli 67 e 92 della Costituzione. Il premio consegna al capo un Parlamento numericamente blindato, con una maggioranza forte e fedele al suo seguito. Vale la pena di dirlo nel modo più elementare. In una democrazia rappresentativa il diritto di voto non è soltanto il diritto di identificarsi in un partito attraverso una scelta, ma il diritto di scegliere chi ci rappresenta. Senza quella scelta l’eletto non risponde all’elettore, bensì al capo che lo ha collocato in lista, e l’articolo 67 della Costituzione, quello per cui ogni parlamentare rappresenta la Nazione senza vincolo di mandato, rischia di rovesciarsi nel suo contrario, cioè in un Parlamento di nominati, fedele non alla Nazione, ma a chi ha compilato la lista. Il voto cessa così di essere lo strumento con cui una società plurale si rappresenta e diventa il rito con cui periodicamente si incorona un leader. Quel che il corpo elettorale ha già mostrato a marzo di non volere rientra prepotentemente dalla “finestra” della legislazione ordinaria, al riparo, questa volta, da ogni referendum oppositivo.
La posta si alza se si guarda oltre la singola legislatura. Una maggioranza parlamentare, ottenuta grazie al premio, può arrivare fino a 333 seggi tra Camera e Senato, lambendo così da sola la maggioranza assoluta che dal quarto scrutinio elegge il Presidente della Repubblica e, con l’apporto dei delegati regionali, può superarla. Essa è comunque in grado di pesare in modo determinante sull’elezione dei giudici costituzionali di nomina parlamentare e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura. Il vincitore, in altre parole, non prende soltanto il Governo, ma tende a prendere anche gli “arbitri” o, se si preferisce, i cosiddetti “custodi”.
Su queste pagine Daniela Padoan ha presentato la Rete per un voto libero e uguale, che riunisce numerose associazioni e organizzazioni, tra cui Libertà e Giustizia. La Rete è nata all’indomani di un incontro svoltosi a Roma lo scorso 30 giugno, a partire dall’appello lanciato da oltre 160 costituzionalisti per contrastare una legge elettorale che, attraverso un premio di maggioranza abnorme, introdurrebbe surrettiziamente «una forma di governo del leader».
È in questo stesso orizzonte di impegno civile e costituzionale che si colloca anche l’attività dell’Osservatorio autoritarismo, che continuerà a presidiare questi temi, promuovendo occasioni di studio e di confronto pubblico. È già in programma, per l’autunno, un nuovo incontro organizzato a Brescia da chi scrive sotto la guida del professor Antonio D’Andrea, con la partecipazione della stessa Daniela Padoan. Sarà un’occasione per proseguire, dentro l’università e nella città, quel lavoro paziente di formazione e informazione che oggi appare più necessario che mai.
Del resto, la questione può essere ricondotta a un criterio di giudizio che non richiede competenze specialistiche. Ogni legge elettorale, in fondo, si misura con una domanda semplice: consente alle cittadine e ai cittadini di scegliere di più o di scegliere di meno? Nel caso dello Stabilicum, la risposta è difficile da eludere. Si sceglie di meno: meno i propri rappresentanti, perché le candidature sono decise dal leader o da pochi suoi fedelissimi; meno il peso del proprio voto, perché il premio ne altera l’eguaglianza; meno, infine, gli equilibri futuri della Repubblica, affidati a una maggioranza artificialmente costruita. Una legge con cui si sceglie di meno non è una buona legge elettorale. È semplicemente una legge che sposta l’equilibrio dalla rappresentanza alla concentrazione del potere. Ed è per questo che continueremo a guardare, con gli occhi della Costituzione, a quel che accade.

