È il giugno del 2022 quando la 49a sessione dell’Human Rights Council delle Nazioni Unite ha discusso il lavoro di uno Special Rapporteur sul “Diritto a un ambiente pulito, salutare e sostenibile: un ambiente non tossico”. Si parla di molte criticità e di un ambiente in cui si moltiplicano le zone in cui le persone vengono intossicate assieme al pianeta, provocando ingiustizie ambientali e creando zone di sacrificio, aree estremamente contaminate dove gruppi vulnerabili e emarginati sopportano un peso sproporzionato delle conseguenze sulla salute, e l’intossicazione cronica impatta sui diritti umani. Si trova ad esempio il Delta del fiume Niger, Abidjan, le zone contaminate dagli incidenti nucleari, le mega città con New Dehli, Cile, Peru, Stati Uniti, Canada. Quasi un rito, quante volte abbiamo sentito e ci siamo occupati degli inferni del mondo, di pensare, solidarizzare, raccogliere fondi, progettare per gli ultimi e i diseredati.1
Ma dentro questa lista ci sono località in Serbia, in Romania, e c’è anche Taranto, sede della più grande acciaieria d’Europa, ciminiere e forni che illuminano la notte dalla città vecchia, contenziosi infiniti, vendite al miglior offerente e con la garanzia dell’immunità penale, per non dover subire gli effetti di proditorie denunce per disastro ambientale, per impianti fatiscenti che rilasciano inquinanti di ogni tipo. E che da lontano si spera sempre che qualcuno lo chiuda quell’impianto ex-Ilva, alla fine, che qualcuno cancelli la colpa di non aver voluto sapere, di non aver voluto vedere la connessione tra l’emissione continua e crescente di inquinanti cancerogeni e la presenza di malattie nelle zone in cui vanno a finire, di aver tappato le orecchie alle denunce delle mamme di Tamburi per la polvere rossa che ha piovuto su tutto il quartiere per decenni. Hanno anche coperto i parchi minerari nel 2021: l’ARPA a quel punto segnalava per tutta la zona i wind days – meglio chiamarli così che giorni di vento! – in cui era consigliato di tenere le finestre ben chiuse, ma non solo a Tamburi, in tutta la città di Taranto, e magari cercare di respirare più corto, un po’ meno.
Insomma tra i luoghi di sacrificio c’è Taranto e c’è scritto che «le zone di sacrificio rappresentano la più grave negligenza immaginabile nell’adempimento degli obblighi di uno Stato che deve rispettare, proteggere e garantire il diritto a un ambiente pulito, salutare e sostenibile». La sentenza ribadisce con forza che il diritto alla tutela e alla prevenzione dei rischi provocati dall’ambiente inquinato sulla salute è parte integrante della difesa dei diritti umani, in «luoghi in cui i residenti subiscono conseguenze devastanti per la salute fisica e mentale e violazioni dei diritti umani».
Un doloroso respiro di sollievo per chi vive a Taranto: finalmente ci vedono, finalmente qualcuno sa e denuncia, finalmente se dico che soffro e che non è normale che il mio bimbo abbia una leucemia a cinque anni, non sarò pazza ma una rotella di un ingranaggio crudele, che c’è, si vede, e si deve limitare. La mia non è una vicenda personale, è un pezzo della storia del territorio, che ha un inizio, degli sviluppi, delle responsabilità, e potrebbe anche finire.
Un doloroso respiro di sollievo per chi da anni studia salute e ambiente a Taranto: gli epidemiologi ambientali che hanno da tempo visto le associazioni di rischio tra inquinanti e malattie; le autorità sanitarie, che in ogni occasione di nuove autorizzazione hanno messo in guardia scrivendo che aumentando la produzione di acciaio senza modificare i cicli produttivi i malati sarebbero aumentati; le autorità ambientali che hanno controllato le emissioni costantemente, anche se non sempre le facevano conoscere; I veterinari, che hanno misurato la diossina nei formaggi, nel latte e nelle carni delle pecore, interi greggi abbattuti perché non venissero consumati.
E assieme le associazioni ambientaliste2, di cittadini, di giornalisti civici3, di medici per l’ambiente4 che da tempo parlano di ingiustizia ambientale, di danni da riparare e risarcire, aiutati da processi civili, penali e fuori dalle aule di tribunale. Perché qui, perché noi, fino a quando.
L’ingiustizia ambientale si coglie osservando tanti aspetti diversi: vivere vicino ad un’area inquinata, a un impianto industriale attivo o dismesso può portare un maggiore carico di malattie o mortalità. Le persone si abituano alla loro condizione perché sono lavoratori e non si possono permettere il lusso di cambiare zona o lavoro, possono essere più povere e avere quindi minor accesso ai servizi sanitari e anche alle informazioni su ambiente e salute. In queste zone si trovano spesso comunità di immigrati, perché le case costano meno, si può trovare lavoro nell’indotto, ma rimanere isolati e non conoscere i propri diritti. E l’ingiustizia è una spirale in queste situazioni, si porta dietro molte difficoltà, molto isolamento, molto silenzio e poco interesse politico per cambiare la situazione.
Negli anni recenti la denuncia delle Nazioni Unite non rimane isolata.
La Corte di Giustizia dell’Unione europea si pronuncia il 25 giugno 2024 ancora sull’Ilva di Taranto. E questa volta, riferendosi alla Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali (prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento) ne conferma l’applicabilità all’impianto siderurgico di Taranto, ribadendo alcuni punti che non erano ancora stati così bene chiariti: che la nozione di inquinamento comprende i danni all’ambiente e alla salute umana; che la valutazione dell’impatto sulla salute delle attività industriali inquinanti deve costituire un atto interno alle procedure di rilascio e di riesame dell’autorizzazione all’esercizio; che tutte le sostanze inquinanti imputabili all’impianto e scientificamente riconosciute come nocive per la salute devono essere considerate nelle procedure di valutazione; che in caso di pericolo grave e significativo per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, l’esercizio dell’impianto deve essere sospeso.
La sentenza mette in luce non solo elementi importanti sul piano dei principi, ma anche sul piano applicativo, molto utili per gli operatori del settore ambientale e sanitario, per gli amministratori locali, regionali e nazionali aperti e consapevoli e soprattutto per i cittadini e le comunità più esposte agli inquinanti riconosciuti come nocivi per la salute.
Le valutazioni preventive di impatto ambientale sulla salute (denominate valutazioni di danno sulla salute), acquistano un nuovo valore come strumenti di esame e autorizzazione delle attività produttive, in un’ottica di piena integrazione tra ambiente e salute.5
E ancora la pronuncia della Corte europea dei diritti umani (CEDU) del 30 gennaio 2025 (caso Cannavacciuolo e altri c. Italia), sul fenomeno di inquinamento su larga scala dell’area definita la Terra dei fuochi, in Campania. L’Italia ha violato l’art. 2 (diritto alla vita) della Convenzione e deve porre rimedio, mettendo in campo azioni di riqualificazione ambientale La Corte chiede che il governo italiano entro 2 anni: coordini le azioni per garantire la massima efficacia; consulti gli interlocutori locali, regionali e/o nazionali per definire una strategia globale al fine di affrontare il fenomeno dell’inquinamento; individui le zone e la portata della contaminazione ambientale; effettui le bonifiche e le messe in sicurezza delle aree contaminate (le bonifiche rimuovono l’inquinamento, le messe in sicurezza lo lasciano sul posto provando a isolarlo); dia garanzia sul rispetto dei tempi stabiliti; raccolga, in modo accessibile, strutturato e aggiornato, su un’unica piattaforma informatica pubblica tutte le informazioni pertinenti relative al problema della Terra dei Fuochi e alle misure adottate o previste per affrontarlo, con dettagli sul loro stato di attuazione.6
La vulnerabilità delle persone è la base su cui l’ingiustizia prolifera, composta da difficoltà fisiche di partenza (suscettibilità), stato socioeconomico più basso, compresa la minore scolarizzazione, e tra gli aspetti psicologici che si costruiscono nel tempo ci sono la memoria che si sedimenta, la sfiducia verso chi non si è preso cura, l’offesa per non aver visto riparati i torti subiti.
Chi conosce il problema dei siti inquinati sa che ci sono zone riconosciute da una legge nazionale, i siti di interesse nazionale per la bonifica, SIN, oggi 42, che sono gestiti da conferenze di servizi coordinate dal Ministero ambiente, e zone di interesse regionale per la bonifica, i SIR, che hanno superato la cifra di 38 mila, presenti in circa la metà dei Comuni italiani.
Ciascuno di questi siti inquinati porta con sé gradi diversi di ingiustizia ambientale, che ha necessità di essere riconosciuta, dove vanno definite le responsabilità, e che va riparata con uno sforzo collettivo di conoscenza, onestà e impegno civico. Le procedure giudiziarie, quelle tecniche e amministrative devono essere sviluppate e portate avanti tenendo conto del tempo, un criterio così trascurato che alcune zone devono essere bonificate da 20 o 30 anni, e le procedure continuano ancora, si fanno altri controlli, altri piani… fino a quando? Il tempo è uno dei criteri della giustizia perché è uno degli imperativi della vita delle singole persone, e delle comunità inquinate che chiedono risposte.
Anche grazie alle denunce, e alle richieste e scadenze internazionali ricordate sopra, l’Italia, punteggiata di SIN e di SIR, ha visto negli ultimi quattro anni svilupparsi alcuni progetti che hanno proprio lo scopo di occuparsi di questi territori. Finanziati dal Ministero della Sanità sono portati avanti dalle Regioni che mettono in campo le autorità sanitarie, ambientali, veterinarie per creare coordinamenti stabili e occuparsi insieme e ognuno per le sue competenze di migliorare la salute, controllare l’ambiente e la catena alimentare, sostenere le comunità fornendo le informazioni che finora sono mancate. Dall’inizio si riconoscono i problemi ambientali e sanitari che esistono e si promuovono interventi per identificare le vulnerabilità e coinvolgere gli attori sociali.7
La maggior parte delle attività si completano entro la fine del 2026, con progetti che disegnano proposte articolate e condivise per il futuro. C’è da aspettarsi che dove gli attori sociali si sono mobilitati su richiesta delle autorità, hanno avanzato proposte e prodotto idee, che sono state discusse e condivise, non sarà così facile metterli a tacere, e le loro voci continueranno a farsi sentire per costruire le prossime azioni di prevenzione e protezione della salute. La richiesta di giustizia ambientale è solo il primo passo di un lungo percorso.
- https://www.scienzainrete.it/files/G2200448.pdf ↩︎
- www.legambiente.it/campagne/ecogiustizia-subito/ ↩︎
- www.cittadinireattivi.it ↩︎
- www.isde.it ↩︎
- Bianchi, F. Sulla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 in merito all’Ilva di Taranto. Epidemiol Prev 2024;48(4-5):356-360 ↩︎
- https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/terra-fuochi-ora-urgente-bonificare-seriamente ↩︎
- Ancona C, Bisceglia L, Ranzi A. I progetti “Ambiente e Salute” finanziati dal Piano degli investimenti complementari al PNRR: un’occasione da non perdere. Epidemiol Prev 2023;47(4-5): 222-226 ↩︎

