L’America di Trump mostra la pericolosità delle primarie. Mobilitate dal basso, possono permettere a un movimento esterno di conquistare un partito. Manovrate dall’alto, possono diventare uno strumento per centralizzare il potere, ridurre gli spazi di autonomia interna e selezionare una classe politica sempre più disciplinata e dipendente.

A Trump vincere le elezioni non basta. Più dei numeri, gli serve assicurarsi la fedeltà del ceto politico repubblicano che uscirà dalle urne. Che le primarie siano uno degli strumenti principali per raggiungere questo obiettivo non è immediato e va chiarito.

Le primarie non sono, tecnicamente, uno strumento per “manipolare le elezioni”. Ufficialmente sono il meccanismo democratico con cui un partito sceglie i propri candidati attraverso competizioni interne, dal basso. Nel GOP trumpiano, però, stanno assumendo una funzione diversa: selezionare dall’alto un ceto politico allineato. Questo modifica il rapporto tra presidenza e Congresso. Nel modello tradizionale, il presidente prova a controllare i parlamentari dopo l’elezione: negozia, promette, minaccia, distribuisce risorse. Nel modello trumpiano, il controllo si sposta a monte. Prima la selezione fiduciaria dei candidati, poi il voto. Il gruppo parlamentare che nascerà dalle elezioni è già integrato nella filiera del comando personale. Il potere esecutivo prova così a costruirsi un legislativo meno autonomo.

Inoltre, nel 2026 il processo riguarderà non solo i 435 seggi della Camera e i 34 del Senato federale, ma anche 36 governatorati e circa 5.400 seggi legislativi statali in 46 Stati.1 L’uso trumpiano delle primarie va letto dentro questa complessità: l’obiettivo non è soltanto scegliere candidati competitivi contro i Democratici, ma selezionare su scala nazionale una classe politica fedele alla linea.

Il paradosso è che Trump è lui stesso un prodotto delle primarie “dal basso”. Nel 2016, guidando un movimento esterno, il MAGA (Make America Great Again), se ne servì per sconfiggere l’establishment conservatore e prendere il controllo del partito. Quelle del 2024 consolidarono il processo, marginalizzando gli ultimi sfidanti interni e timponendo una struttura sempre più personale.

Il ritorno al governo ha però riaperto tensioni interne sulle promesse mancate dell’agenda MAGA: bilancio federale, Epstein files, politica estera. Con una maggioranza risicatissima al Congresso, bastano poche defezioni per bloccare l’agenda della Casa Bianca. Trump non può permetterselo; il Congresso che uscirà dalle midterm dovrà essere non solo più repubblicano, ma anche più trumpiano. Lo stesso vale per gli Stati governati dal GOP, dove le tensioni interne rischiano di indebolire il partito. Anche queste vanno disciplinate.

È qui che entrano in gioco le primarie. Formalmente un presidente americano non controlla le candidature al Congresso, men che meno quelle locali. Ma intervenendo sulle primarie Trump dispone di tre leve potentissime: endorsement personale, accesso ai finanziatori delle campagne e capacità di mobilitare localmente una base fedele. È così che Trump prova a centralizzare la selezione del personale politico. Infatti le sfide che lo interessano riguardano in maggior parte “seggi sicuri” in Stati repubblicani. Qui il GOP sa di vincere, ma il punto è: quale candidato repubblicano vincerà? 

Un caveat è necessario. Le primarie sono ancora in corso e devono concludersi entro agosto. Il quadro qui delineato andrà dunque verificato alla conclusione del ciclo.


Le primarie repubblicane per il Congresso

Un primo caso è quello di Dan Crenshaw, nel 2° distretto del Texas. Ex militare, conservatore convinto e deputato da quattro legislatuire, ha però mantenuto un profilo relativamente autonomo, criticando figure del MAGA e prendendo le distanze dalla retorica del tentato golpe del 6 gennaio 2021. Nelle primarie texane del marzo 2026 non ha ricevuto l’endorsement di Trump ed è stato sconfitto da Steve Toth, sostenuto da reti MAGA. Toth ha impostato la campagna sull’accusa a Crenshaw di insufficiente lealtà trumpiana. L’episodio mostra come non serva sempre un ordine esplicito, a volte basta togliere protezione per punire una eccessiva autonomia politican.2

Il caso di Thomas Massie, deputato del Kentucky, è ancora aperto: la primaria repubblicana si concluderà il 19 maggio. Trump è intervenuto personalmente nel distretto facendo campagna contro Massie e dando il suo endorsement “pieno e personale” a Ed Gallrein, un trumpiano di ferro a cui sono stati assicurati fondi praticamente illimitati per la campagna. Massie non è un oppositore “ideologico” del presidente: è un libertarian spesso più a destra della media del Partito e la rottura si è consumata soprattutto sugli Epstein files. Ma può permettersi di dissentire perché dispone della base materiale dell’indipendenza: un forte radicamento locale costruito negli anni. La corsa è così diventata un test della presa di Trump sul partito.3

Marjorie Taylor Greene, ex deputata della Georgia racconta il caso opposto. Per anni una figura simbolo del trumpismo, dopo la rottura pubblica sugli Epstein files e sulla politica estera il presidente le ha tolto il sostegno definendola una «traditrice».  Greene si è dimessa e ha rinunciato a candidarsi. A differenza di Massie, il suo capitale politico dipendeva quasi interamente dal rapporto personale con Trump.4

Una logica analoga ha riguardato Thom Tillis, senatore repubblicano della North Carolina che ha rinunciato alla ricandidatura dopo lo scontro con Trump sul “Big Beautiful Bill”, il pacchetto fiscale e di spesa. Una deterrenza riuscita: è bastata la minaccia di sostenere un avversario nella primaria per far desistere Tillis.5

A volte le primarie non servono a punire, ma a ordinare il campo. Nel 7° distretto del Tennessee, durante l’affollata primaria che precedette l’elezione suppletiva dell’ottobre 2025, Trump sostenne Matt Van Epps, un membro del governo statale. Dopo l’endorsement, almeno un candidato forte si è ritirato e ha appoggiato Van Epps, che ha vinto con il 51,6%. Qui l’intervento presidenziale non è servito ad abbattere un ribelle, ma a costruire il candidato legittimo.6

Più indiretta la pressione nella sfida texana tra John Cornyn e Ken Paxton. Cornyn, in Senato da 25 anni, è percepito dalla base MAGA come una figura troppo istituzionale e poco organica al nuovo partito personale del presidente. Paxton — ex Procuratore Generale del Texas, messo in stato d’impeachment nel 2023 per abuso di potere, corruzione e favoreggiamento —  si è invece presentato come il tipico candidato anti-establishment. I due candidati andranno al ballottaggio il 26 maggio. La cosa interessante è che Trump non ha concesso endorsement formali, lasciando che la corsa si giocasse interamente sul grado di “trumpismo” dei candidati. In questo modo ha messo sotto pressione un esponente storico del partito con dubbie credenziali di fedeltà.7

Le primarie repubblicane a livello locale

Le primarie per governatore sono quasi tutte ancora in corso.8 Un caso già risolto è l’Ohio, dove Trump ha sostenuto Vivek Ramaswamy, imprenditore miliardario del biotech ed ex co-architetto del DOGE con Elon Musk, poi uscito dal progetto tra indiscrezioni su futuri incarichi politici. Ramaswamy ha vinto nettamente la primaria contro lo sfidante Casey Putsc, imprenditore automobilistico e noto “internet provocateur” che aveva attaccato Ramaswamy anche per la sua fede induista.9 In questo caso la primaria è servita a rafforzare una filiera politica.

Il laboratorio più brutale è stato l’Indiana, dove alcuni senatori statali repubblicani avevano bloccato il gerrymandering aggressivo voluto da Trump, che puntava a eliminare tutti i seggi democratici dalla delegazione congressuale dello Stato. I senatori dissenzienti l’hanno considerata una mossa troppo estrema nella sua logica manipolatoria.10 La risposta è stata una valanga punitiva. Cinque sfidanti sostenuti da Trump hanno sconfitto i ribelli, spendendo circa otto milioni di dollari in una campagna descritta dalla stampa come un “referendum sulla vendetta politica”.11

Tutto questo chiarisce la logica generale. Trump non interviene ovunque. Interviene dove il candidato è già allineato, proteggendolo; dove il campo è confuso, riordinandolo; dove c’è troppa autonomia, epurando e disciplinando. La primarie dall’alto sono uno strumento a geometria variabile.

Un nuovo tipo di partito

Sulla stampa americana più autorevole sta emergendo una lettura abbastanza convergente delle primarie repubblicane del 2026. La questione centrale riguarda il tipo di macchina politica che il trumpismo sta cercando di costruire: un partito centralizzato, con un ceto politico selezionato dall’alto e fondato su disciplina e fedeltà personale. È lo strumento chiave per fondere esecutivo e legislativo sotto il comando presidenziale.

Per David Graham su The Atlantic, le primarie fanno parte di una strategia più ampia che comprende gerrymandering, pressione sulle amministrazioni elettorali e controllo delle candidature. Il problema democratico, in questa lettura, sta nelle condizioni politiche della competizione costruite prima delle elezioni.12 Le primarie  sono uno dei dispositivi attraverso cui si consolida il partito personale trumpiano. Un elemento di quello che Jonathan Chait chiama ironicamente “repubblicanesimo delle banane”.13 

David Frum e Mona Charen insistono soprattutto sulla funzione intimidatoria delle sfide. Molti parlamentari repubblicani, pur non condividendo interamente la linea trumpiana, avrebbero progressivamente ridotto i margini di dissenso per il timore di essere colpiti alle primarie.14 Paul Kane osserva sul Washington Post come le “minacce pubbliche e private contro i repubblicani troppo indisciplinati” abbiano già contribuito a riallineare il comportamento di molti parlamentari.15 Anche Shane Goldmacher, sul New York Times, insiste sulla stessa idea: non serve sconfiggere tutti i dissidenti, basta rendere credibile la minaccia.16 E il Guardian di Londra sottolinea il carattere selettivo e simbolico delle epurazioni: sono state finora relativamente poche, ma proprio per questo altamente visibili e politicamente efficaci.17

Messe insieme, queste analisi mostrano l’ambivalenza politica delle primarie. Quando si attivano dal basso possono aprire il partito a leadership esterne e movimenti populisti. Quando vengono guidate dal centro possono invece trasformarsi in un meccanismo di controllo interno, utile a consolidare il comando del leader e a ridurre l’autonomia rappresentativa del ceto politico.


  1. 2026 State Primary Election Dates”. NCS, 4 maggio 2026 ↩︎
  2. Samantha-Jo Roth, “Crenshaw loss and other early primaries show warning signs for incumbents in 2026”. The Washington Examiner, 4 marzo 2026 ↩︎
  3. Kate Santaliz, “Trump takes anti-Massie crusade to Kentucky in stark escalation”. Axios, 11 marzo 2026 ↩︎
  4. Trump ends support for Marjorie Taylor Greene amid growing Epstein feud”. The Guardian, 15 novembre 2025 ↩︎
  5. Ali Swenson, Seung Min Kim, “Republican Sen. Thom Tillis of North Carolina won’t run in 2026 after opposing Trump’s bill”. Associated Press, 30 giugno 2025 ↩︎
  6. Adam Friedman, “Trump endorses Van Epps in Middle Tennessee U.S House race”, Reeves drops out”. Tennessee Lookout, 3 ottobre, 2025 ↩︎
  7. Michael Mooney, “Texas House committee recommends impeaching Paxton after probe”. Axios, 26 maggio 2023 ↩︎
  8. Gubernatorial elections, 2026”. Ballotpedia ↩︎
  9. Ryan King, “Vivek Ramaswamy wins GOP primary for Ohio governor, Brown notches Dem nod to face Husted for Senate seat”. The New York Post, 5 maggio 2026 ↩︎
  10. O. Cappelli, “Manipolare le elezioni nell’era di Trump. 1. Il gerrymandering”. Libertà e Giustizia, 8 maggio 2026 ↩︎
  11. Patrick Marley, “After defying Trump, a Republican lawmaker hangs on by a thread”. The Washington Post, 6 maggio 2026) ↩︎
  12. David A. Graham, “Donald Trump’s Plan to Subvert the Midterms Is Already Under Way”. The Atlantic, 28 ottobre 2025 ↩︎
  13. Jonathan Chait, “Banana Republicanism”. The Atlantic, 12 gennaio 2026 ↩︎
  14. David Frum, “The End of Reagan-Era Republicanism”. The Atlantic, 18 febbraio 2026 ↩︎
  15. Paul Kane, “Little Republican rebellion against Trump only goes so far”. The Washington Post, 12 febbraio 2026 ↩︎
  16. Shane Goldmacher, “Trump’s Push for Electoral Retribution Heads to the Ballot Box”. The New York Times, 2 maggio 2026 ↩︎
  17. Chris Stein, “Trump-aligned candidates surge as some incumbents fall: five key takeaways from US primary, elections”.The Guardian, 4 marzo 2026 ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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