Il PE approva risoluzioni cariche di inviti, raccomandazioni, critiche agli Stati membri e alle altre istituzioni, non esercitando invece il ruolo di co-legislatore, su un piano di assoluta parità con il Consiglio, come sancito dal Trattato di Lisbona.

Il 29 marzo il Parlamento europeo ha approvato a grande maggioranza due lunghe risoluzioni della sua Commissione sulle Libertà Civili (LIBE) in materia di tutela dello Stato di diritto e di protezione dei diritti fondamentali. Non bastano poche righe per commentare due testi che contano rispettivamente 197 e 123 paragrafi, spaziando sulla maggior parte delle questioni oggi sul tavolo dell’UE, riguardo alle materie trattate. Malgrado suggerimenti spesso interessanti, la domanda che sorge spontanea è sul possibile impatto di due documenti colmi di inviti, raccomandazioni, critiche spesso giustificate agli Stati membri e alle altre istituzioni, ma giuridicamente non vincolanti. Cosa che sarebbe perfettamente comprensibile per un organo dotato di poteri esclusivamente consultivi – come un comitato economico e sociale – ma che è molto al di sotto di quanto ci si potrebbe aspettare da un’istituzione cui il Trattato di Lisbona riconosce il ruolo di co-legislatore, ormai su un piano di assoluta parità con il Consiglio. 

Molti dei temi trattati dalle due risoluzioni avrebbero potuto essere affrontati nel merito durante i negoziati delle misure legislative in campo migratorio, ambientale e sociale. Non è stato così, e i testi legislativi hanno definito o stanno definendo soluzioni spesso diverse da quelle auspicate nelle due risoluzioni. Questo crea un problema di coerenza fra risoluzioni politiche e testi legislativi che debbono evidentemente prevalere non solo per rispetto dei cittadini ma anche dell’art. 296.2 del Trattato, secondo il quale «in presenza di un progetto di atto legislativo, il Parlamento europeo e il Consiglio si astengono dall’adottare atti non previsti dalla procedura legislativa applicabile al settore interessato». Il rischio infatti è far credere al cittadino che il Parlamento sia a favore di una certa soluzione, mentre invece si accorda con il Consiglio su una soluzione diversa. 

Altrettanta chiarezza andrebbe ricercata nelle relazioni con la Commissione, alla quale il Parlamento si rivolge con inviti, auspici e raccomandazioni, quasi che fosse l’Esecutivo di Bruxelles a dettare la linea al potere legislativo, e fosse il Parlamento a doversi guadagnare la fiducia di Ursula Von Der Leyen. 

Lascia quindi a bocca aperta l’accordo quadro Parlamento-Commissione appena dalle due Presidenti Metsola e Von Der Leyen, dove il  Parlamento codifica di fatto la propria dipendenza dalle iniziative dell’Esecutivo e accetta, bontà sua, di essere informato solo ex-post della decisione della Commissione di escludere il Parlamento ricorrendo all’art.122 del Trattato, o di ritirare decine di proposte legislative in corso di negoziato in nome di un potere di ritiro delle proposte legislative simmetrico al potere di poterle iniziare.  

Fatto anche più curioso, l’accordo appena firmato non cita neppure le due cause che il Parlamento stesso ha sottoposto alla Corte contestando il ricorso all’art.122 per l’adozione del Regolamento SAFE in materia di difesa, e il ritiro di proposte legislative sulle quali il Parlamento intendeva continuare a negoziare. Ma l’aspetto più inquietante dell’accordo quadro Parlamento-Commissione è l’Allegato II, con il quale il Parlamento accetta di essere di fatto escluso dall’accesso a informazioni che la Commissione consideri “classificate”. Ora, è ben noto che ormai anche a livello dell’Unione vi sia la necessità di “classificare” informazioni nell’interesse dell’Unione stessa. Questa “protezione dell’informazione” si giustifica perfettamente nei confronti dei cittadini, ma non certo nei confronti dei loro rappresentanti, che debbono potervi avere comunque accesso, nel quadro di precauzioni che la legge, e non l’arbitrio di questa o quella istituzione, debbono definire. Non a caso il Trattato stesso prevede (art. 218.10) che il Parlamento debba essere “immediatamente e pienamente” informato durante tutte le fasi di negoziato di un accordo internazionale, anche quando questo riguardi questioni di sicurezza e difesa. Perché dovrebbe invece avere un accesso limitato quando le stesse questioni sorgono nel quadro dell’attività “interna” dell’Unione?

Si ha così l’impressione che, nonostante siano passati quasi diciassette anni dall’entrata in vigore del Trattato, i nostri rappresentanti non vogliano crescere e assumersi tutte le responsabilità che il Trattato e la Carta hanno loro consegnato, facendosi rispettare dalle altre istituzioni. Cosa più che criticabile, perché non rispettare il Parlamento equivale a non rispettare i cittadini che lo hanno eletto. 

Non ha molto senso continuare a richiedere nuovi Trattati, quando non si mettono seriamente in opera quelli esistenti.

Direttore Esecutivo del Fundamental Rights European Experts Group (FREE Group). Docente a contratto presso la Scuola Superiore S.Anna in Pisa. Già Segretario della Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento europeo (1998-2011).

Nel corso della sua attività professionale responsabile per le relazioni istituzionali e il coordinamento legislativo presso il Parlamento Europeo (1985-1998) e la Giunta Regionale della Lombardia (1971-1985).

Autore e co-autore di saggi e pubblicazioni in campo istituzionale e sulle politiche legate allo spazio europeo di Libertà sicurezza e giustizia.

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