“Dal fiume al mare”, oltre a essere il titolo di un bellissimo libro di Widad Tamimi, è un progetto di liberazione, riconciliazione, giustizia riparativa e pace, di cui si discuterà nel People Peace Summit che si terrà a Tel Aviv il 30 aprile e che potrà in parte essere seguito in live streaming, previa richiesta di accesso a questo link: https://forms.gle/jqC52RWaqeKZu2YM7.
Le informazioni sul programma si trovano facilmente sul sito dl Summit. In effetti basta digitare TimeIsNow, il nome contratto dell’organizzazione cui fanno capo più di 60 associazioni, molte delle quali israelo-palestinesi, come ad esempio Standing Together, Combatants for Peace, Parents’ Circle, B’Tselem, Breaking The Silence, e numerosi avvocati di diritti umani. E vi si aprirà davanti questa pagina di speranza – ma anche di discussione estrema e tosta su Israele e Palestina, il genocidio, la malattia della società israeliana e la prigione mentale in cui ci chiudono le reazioni ispiratrici di violenza e vendetta (per non parlare di quella reale in cui dovrebbero essere incarcerati i leader colpevoli di crimini di guerra). Molto, del Summit, non sarà accessibile attraverso lo streaming, che si vedrà live dalle 18 alle 20 (ora italiana), ma resterà in rete poi. Speriamo non vi restino soltanto gli aspetti più cerimoniali, perché i panel che si preannunciano sono di interesse insieme globale, per il ruolo e il peso di alcuni partecipanti, e universale, per la profondità etica e politica dei temi in discussione. Ad esempio una sessione prevede interventi degli ambasciatori del Canada, dell’Unione europea, del Console Generale di Francia a Gerusalemme – e qui forse l’universalismo non risplenderà, ma dovranno pure rendere ragione del silenzio della comunità internazionale. Ma ci sarà anche una sessione sull’estensione regionale del conflitto, e soprattutto una sessione di “Occhi su Gaza”, dal titolo “Progetti di umanità e speranza in tempi di disumanizzazione e disperazione”. E che l’approccio non sarà soltanto “umanitario”, ma accoglierà anche e soprattutto la voce del diritto violato, lo garantisce la presenza di Stav Salpeter, Direttrice delle Relazioni Internazionali di Gisha, un’organizzazione nata a protezione dei palestinesi dei Territori Occupati e in particolare di Gaza ai sensi del diritto internazionale, o quella dello storico Lee Mordechai, noto anche da noi per i suoi articoli su Jacobin Italia.
«Non saprei dire se ero sveglio o sognavo, ma attraverso le lacrime potevo vedere l’intera umanità piangere con me. (…) Poi le nostre lacrime lavarono via il sangue dalla terra, ripulendo il suolo. E su quel suolo io vidi un sentiero – il sentiero della pace e della riconciliazione». Maoz Inon, israeliano che ha perduto i suoi genitori a Netiv Ha-Asara,il villaggio più vicino a Gaza, il 7 ottobre 2023, descrive così il pensiero che ispira il libro scritto a quattro mani con Aziz Abu Sarah, The Future is Peace, appena uscito in edizione inglese per Penguin. Aziz, palestinese di Gerusalemme Est, che a dieci anni aveva perduto il fratello maggiore, ammazzato di torture in un carcere israeliano, non conosceva ancora di persona Maoz. Ma gli aveva scritto un messaggio profondamente empatico. Lo ritroviamo, amplificato, nel loro libro: «La nostra umanità è la sola cosa cui possiamo aggrapparci. (…) Conosco il dolore e la rabbia, il vuoto e le domande senza risposta». Cominciava un viaggio dolente e catartico che attraverso le loro storie e i martoriati paesaggi della loro terra rivive, letteralmente, la storia tragica della Palestina, dagli anni ’20 dei loro avi a questi loro e nostri, più terribili. Due narrazioni, certo. Ma una sola verità. Senza, non c’è né giustizia né pace.
Da allora, Maoz e Aziz – fra gli ispiratori e i protagonisti del Summit – sono diventati l’icona dei Combattenti per la pace. Nel 2024 a Verona Papa Francesco li salutò con queste parole: «Di fronte al dolore di questi due fratelli, di queste due nazioni, io non ho parole. Hanno avuto il coraggio di abbracciarsi».


Nadia Urbinati