Il manifesto di Palantir e la nuova ideologia della Repubblica tecnologica. Le suggestioni del testo sono molte: qui ne proponiamo una lettura centrata sugli obiettivi politici e culturali della nuova destra della Silicon Valley.

Nel marzo scorso Peter Thiel – presidente di Palantir Technologies, figura centrale della tecno-destra e mentore di J. D. Vance – ha tenuto a Roma una serie di incontri riservati dedicati al Biblical Antichrist.Giurista di Stanford e filosofo mancato, è un avido lettore di Tolkien: i Palantíri sono le “pietre veggenti” del Signore degli Anelli.

Nelle conferenze romane, a porte chiuse, Thiel ha rovesciato la visione apocalittica classica: l’Anticristo non si manifesta nel caos, ma nella sua neutralizzazione. Un ordine globale liberal-tecnocratico, stabile ed efficiente, che garantisce sicurezza totale al prezzo di concentrare il potere fino a svuotare la libertà che dice di difendere.

La concentrazione del potere, favorita dal progresso tecnologico, è per Thiel pericolosa quanto inevitabile. Fermarla è illusorio, va anzi accelerata e governata per non esserne travolti. Le élite liberali, vincolate al consenso, non sono in grado di farlo. Serve una élite ristretta, in cui potere tecnologico e politico si integrino per gestire il rischio globale.

È un pensiero notoriamente oscuro, quello del presidente di Palantir. Ma ne esiste una traduzione meno fanta-teologica e più operativa.

Un mese dopo la trasferta romana, l’azienda pubblica su X un manifesto in 22 punti.1 Firmato dal CEO Alexander Karp (dottorato in filosofia a Francoforte) e dal suo consigliere legale Nicholas Zamiska, sintetizza per il grande pubblico The Technological Republic, uscito nel febbraio 2025 a ridosso dell’insediamento di Trump (edizione italiana di Silvio Berlusconi Editore).2

Il manifesto arriva mentre cresce la critica ad alcune attività centrali di Palantir: collaborazione con l’ICE nelle deportazioni, sistemi di sorveglianza di massa e sviluppo di tecnologie militari basate sull’AI. Il tono però non è difensivo, è programmatico. Propone un nuovo ordine politico in cui la tecnologia non è più uno strumento, ma una struttura del potere. Forse il Potere stesso.

Le suggestioni del testo sono molte. Qui ne proponiamo una lettura centrata sugli obiettivi politici e culturali della nuova destra della Silicon Valley.

Software contro soft power

Gli autori dichiarano chiusa l’era del soft power. La formula, coniata nei primi anni 2000 dal politologo Joseph Nye, indicava un potere basato “non sulla forza né sul denaro”, ma sulla capacità seduttiva di cultura e valori condivisi.3 Oggi l’egemonia culturale americana ha esaurito la propria funzione.

La competizione globale richiede una “concreta superiorità tecnologica”, costruita sulla potenza del software applicato all’universo della guerra, dentro e fuori i confini: sorveglianza, sicurezza, intelligence, sistemi d’arma. Il presupposto è che la guerra sia un destino inevitabile e sarà governata dalla tecnologia più che dalla morale o dal diritto. Il problema non è se verranno sviluppati sistemi bellici basati sull’AI, ma chi li controllerà e a quale fine. I nemici, in particolare la Cina, procederanno; anche l’Occidente deve farlo abbandonando i suoi scrupoli.

In questo passaggio la tecnica perde ogni neutralità. Quando il software diventa la base dell’hard power, chi lo sviluppa entra nell’infrastruttura della sovranità. Si crea così una simbiosi tra forza coercitiva dello Stato e capacità tecnologica delle aziende incardinate nel complesso militare-industriale.

E, se la guerra torna a ordinare la competizione tra potenze, cambiano anche la natura dello Stato e la relazione tra potere e cittadini.

No war, no state

“Lo Stato fa la guerra e la guerra fa lo Stato”, diceva Charles Tilly analizzando la nascita del moderno stato-nazione.4 In questa prospettiva la cittadinanza torna ad essere il cardine della relazione tra individuo e potere: il cittadino partecipa alla decisione di fare la guerra, tramite la rappresentanza, e alla sua esecuzione, con la leva di massa.

Ne deriva il rifiuto del modello liberale a statualità debole – affermatosi negli anni 70 sull’onda delle proteste contro la guerra del Vietnam – che delega il conflitto a un esercito professionale separato dal corpo civico. Al suo posto s’impone una logica di condivisione del rischio: la sostenibilità politica della guerra dipende dalla distribuzione sociale dei suoi costi umani, di cui il servizio militare universale diventa il fulcro. La cittadinanza è appartenenza: non conferisce solo diritti, pretende anche disponibilità al sacrificio.

Ma se il soldato torna al centro, con lui si impone l’apparato tecnologico che lo sostiene. “Se un soldato chiede un nuovo tipo di fucile, bisogna costruirglielo” dice il manifesto. Si può discutere la singola guerra, aggiunge, ma non esitare nel fornire allo Stato gli strumenti per vincerla – in polemica implicita con Anthropic, che pochi mesi prima aveva rifiutato l’uso della propria AI per i sistemi di sorveglianza di massa e le armi “autonome” richiesti dal Pentagono.

Ma chi è, in questo contesto, il “nemico”? Una volta entrati nell’universo della guerra, anche la definizione del nemico cambia.

L’altro come nemico

Il manifesto rompe con il liberalismo su un punto cruciale: il relativismo culturale. Sul piano esterno, accusa le élite liberali di aver negato le differenze tra le culture, intese in senso ampio come civiltà. Il dogma multiculturalista le pone sullo stesso piano, scoraggiando ogni giudizio di valore. Ma, sostengono gli autori, alcune culture producono innovazione e stabilità, altre si rivelano mediocri o regressive. In questa rilettura, l’Occidente emerge come la formazione storica “superiore”: in particolare gli Stati Uniti, posti al di sopra di “ogni altra nazione del pianeta”. Questa gerarchia si intravede anche nel ‘brutalismo’ del linguaggio bellico americano, fino alla spensierata minaccia di Trump di annichilire l’Iran “as a civilization”.4 

Sul piano interno, l’imperativo è reagire a un pluralismo culturale che antepone il rispetto di immigrati e minoranze alla loro assimilazione. Negli ultimi decenni, sostengono gli autori, in nome dell’inclusività si è evitato di definire con chiarezza le culture nazionali. “Ma inclusione in che cosa”, si chiedono, se prima non definiamo – e difendiamo – la nostra cultura e i nostri valori?

Per Karp e Zamiska, insomma, distinguere e gerarchizzare le culture è essenziale alla gestione della guerra, esterna e interna. E qui entra in gioco la qualità di chi governa.

La decadenza delle élite occidentali

Il manifesto attacca la decadenza culturale delle élite occidentali. Un laicismo esasperato impedisce loro un pensiero forte, anche religioso. Nell’era del politically correct la loro vita privata è sempre esposta e i comportamenti sottoposti a un giudizio morale continuo. L’errore diventa colpa. Ma un sistema che non tollera l’errore, la contraddizione o l’autonomia intellettuale respinge i talenti e seleziona figure prudenti, adattive, poco inclini al rischio. “Chi non dice mai nulla di sbagliato, spesso non dice granché”.

A questa pressione si aggiunge la pretesa che le élite offrano riconoscimento e legittimazione simbolica a gruppi, minoranze e identità particolari. La capacità di scegliere e decidere passa in secondo piano rispetto a quella di rappresentare. Il risultato è una classe dirigente debole, priva degli strumenti culturali necessari per dominare sistemi complessi – Stato, sicurezza pubblica, guerra.

Una classe dirigente forte deve liberarsi da questi vincoli e recuperare capacità di comando. Ciò implica un’integrazione strutturale tra élite politiche in grado di decidere ed élite tecnologiche disposte a mettersi al servizio dello Stato.

Un’élite tecnologica alla conquista dello Stato

Si apre qui una vera e propria battaglia intra-capitalistica sul rapporto tra élite tecnologica e potere pubblico. In termini simbolici: Palantir contro Apple. “Ma davvero è l’iPhone la nostra più grande creazione, se non il coronamento della nostra civiltà?”, si chiede il manifesto. Il bersaglio è il ‘modello Steve Jobs’: generare profitti enormi concentrando innovazione e talenti sulla produzione di app per il consumo, l’intrattenimento e l’ottimizzazione della vita quotidiana. Le élite liberal della Silicon Valley, concludono Karp e Zamiska,  hanno “scelto il mercato” e disatteso il proprio “obbligo di restituzione” verso lo Stato, dimenticando che il loro successo deve molto – se non tutto – a decenni di investimenti pubblici, soprattutto militari.

Sul versante opposto sono le imprese che si ribellano alla “tirannia delle app” e scelgono di “servire lo Stato”, integrandosi nel complesso militare-industriale e operando nel punto di congiunzione tra software, sicurezza e difesa. Come Palantir. Non è una critica morale, ma un programma politico: ricostruire il legame tra innovazione, difesa e potere statale. Chi saprà farlo controllerà le funzioni di comando.

Il manifesto lascia affiorare anche il risentimento di un gruppo di  miliardari visionari che si percepiscono come strategici, ma culturalmente sottovalutati. In un passaggio significativo, gli autori lamentano la mancanza di rispetto che li circonda, significativamente utilizzando la figura di Musk: “La cultura dominante tende a ironizzare sull’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero limitarsi ad arricchirsi… Qualsiasi curiosità o interesse autentico per il valore di ciò che ha creato viene liquidato, o nascosto sotto un sottile disprezzo”. 

Musk è il caso esemplare, Thiel il riferimento implicito: dietro un velo di vittimismo la nuova destra della Silicon Valley rivendica un ruolo diretto nella cultura del paese e nelle strutture del potere.

Repubblica o Leviatano?

Il potere è il cuore del manifesto di Palantir. Quando il software diventa infrastruttura della sovranità, le funzioni essenziali dello Stato tendono a essere esternalizzate alle imprese che lo sviluppano. La relazione simbiotica prospettata tra élite politiche e tecnologiche non chiarisce fino in fondo la sua natura politica. La simbiosi non è una fusione perfetta, ma “il vivere insieme di organismi diversi”. Non sempre è mutualmente vantaggiosa o cooperativa; può assumere forme asimmetriche, competitive, fino alla dipendenza o alla predazione. Qui si decide chi guida e chi segue.

Nel discorso pubblico di Palantir sembra prevalere lo Stato. Lo suggerisce la retorica del “dovere di restituzione” e l’insistenza su un’élite tecnologica che si mette al suo servizio. Ma resta irrisolto il nodo centrale: chi e come può sottoporre al controllo democratico una componente ormai strutturale della potenza statale?

Il problema non è teorico. È già operativo. Le imprese tecnologiche che si legano allo Stato attraverso l’universo della guerra non costruiscono solo strumenti: intervengono nel loro uso e nel quadro politico che li rende possibili. Producono narrazioni, orientano scelte, pretendono riconoscimento. 

In questo quadro, l’integrazione tra tecnologia, sicurezza, guerra e decisione politica – mentre i vincoli culturali e istituzionali sono trattati come un ostacolo – rischia di produrre non una Repubblica, ma un Leviatano tecnologico.


  1. Brent D. Griffiths, “Palantir’s summary of CEO Alexander Karp’s manifesto is generating buzz. Read the 22 bullet points”, Business Insider, 20 aprile 2026 ↩︎
  2. Alexander C. Karp, Nicholas W. Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, Silvio Berlusconi Editore, 2025 ↩︎
  3. Joseph Nye, Soft Power. Un nuovo futuro per l’America, Einaudi, 2005 ↩︎
  4. Charles Tilly, L’oro e la spada. Capitale, guerra e potere nella formazione degli stati europei 990-1990, Ponte alle Grazie, 1991 ↩︎
  5. Per il dibattito sul brutalismo, vedi: Nadia Urbinati, “Oltre il regicidio, quello di Trump è brutalismo”, Libertà e giustizia, 5 aprile 2026; Roberta De Monticelli, Il brutalismo e lo sguardo lungo della ragione pratica, Libertà e giustizia, 17 aprile 2026 ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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