Padoan. Le donne di Auschwitz e la memoria della Shoah

Padoan. Le donne di Auschwitz e la memoria della Shoah

Questo testo è tratto dal libro di Daniela Padoan “Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz: Liliana Segre, Goti Bauer, Giuliana Tedeschi”, ed è stato pubblicato su La Stampa del 24 gennaio 2024.

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«Considerate se questa è una donna / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno». È con questa immagine scabra che Primo Levi, nell’incipit di Se questo è un uomo, indica la necessità di riflettere sulla condizione delle donne prigioniere ad Auschwitz, spogliate della propria identità, non più padrone di quel corpo, quel “grembo” che è tramite vivente della relazione con l’altro, luogo della maternità, della generatività che l’ideologia nazifascista della razza intese spezzare. Eppure per molti anni la storiografia e la testimonianza hanno appiattito l’esperienza femminile in una declinazione universale, in un neutro linguistico che, dimenticando i corpi sessuati, ha reso opaca l’intenzionalità stessa dello sterminio. Indagare la specificità femminile nella deportazione non significa cercare una diversa connotazione della sofferenza, della capacità di sopravvivenza e di resistenza, ma sapere che l’ideologia dello sterminio poggiava sulla cancellazione della donna e della sua capacità di mettere al mondo, di generare: termine che contiene la stessa radice di genocidio.

«Noi, vedete, ci siamo trovati di fronte all’interrogativo: che fare delle donne e dei bambini? E anche in questo caso ho optato per una soluzione inequivocabile: perché non credevo che sarei stato nel giusto se avessi sterminato – ossia ucciso o ordinato di uccidere – gli uomini, lasciando in vita i loro figli perché un giorno potessero vendicarsi sui nostri figli o nipoti. Bisognava prendere l’ardua decisione di spazzar via dalla faccia della terra questo popolo». Sono le parole pronunciate da Heinrich Himmler a Posen, nel discorso sulla “soluzione finale” tenuto in gran segreto il 6 ottobre 1943 davanti alle alte gerarchie delle SS. 

Al momento dell’ingresso nel campo, le deportate che si presentavano con un figlio piccolo in braccio venivano mandate direttamente alla camera a gas. I nazisti lasciavano vive solo quelle che – inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto – si separavano dai bambini affidandoli a una donna più anziana, quasi sempre la propria madre. Tra le donne arrivate gravide nel Lager, quelle che venivano scoperte subito venivano mandate al gas, le altre abortivano a causa della malnutrizione e della fatica. I pochi bambini nati vivi erano destinati all’eliminazione o alle sperimentazioni. Nel Blocco 10 di Auschwitz I venivano condotti esperimenti sull’apparato riproduttivo di donne ebree, rom e sinte per perfezionare i metodi di sterilizzazione di massa delle “donne non degne di riprodursi” e indurre parti plurigemellari nelle donne di “razza ariana”.

Le tre testimoni che  parlano in questo libro – Liliana Segre, allora una bambina, Goti Bauer, una ragazza di vent’anni, e Giuliana Tedeschi, una giovane donna già madre – colpite dalle leggi razziali, arrestate in Italia e deportate ad Auschwitz, erano nel campo femminile di Auschwitz II – Birkenau, dove sorgevano le strutture dello sterminio. Le loro sono parole abissali, in perenne bilico tra i vivi e morti, intessute del riverbero delle fiamme del crematorio che rosseggiavano sui vetri delle baracche, delle file di bambini e vecchi mandati al gas; depositarie della realtà che, con il consueto scarnificato acume, Primo Levi colse dal suo internamento nel sottocampo di Buna-Monowitz: «I fiumi della Buna ristagnavano nell’aria fredda, e si vedeva anche una fila di colline basse verdi di foreste: e a noi si è stretto il cuore, perché tutti sappiamo che là è Birkenau, che là sono finite le nostre donne, e presto anche noi vi finiremo: ma non siamo abituati a vederlo». Le loro sono parole difficili, pienamente politiche, che abbiamo tentato di rendere innocue racchiudendole in rituali di sacralizzazione, in dubbie palestre di estetica e metafisica, o in archivi dove gli individui, assoggettati a un sapere metodologico, sono stati rubricati come fonti e documenti; perché quella del testimone è una figura perturbante che sta a dirci, con la sua sola presenza, che anche noi avremmo potuto, e potremmo, essere ridotti in cenere, considerati nulla, spogliati della fragile copertura che ci viene dalla nostra appartenenza identitaria, culturale, sociale. E che ciò che consideriamo sacro, i bambini, la famiglia, i nostri anziani, le vite più fragili di cui abbiamo cura, potrebbero, soglia dopo soglia, diventare scarti, null’altro che corpi da eliminare e smaltire. Il testimone sta lì a dirci che il nostro mondo, insieme alla nostra tradizione di pensiero, ha fallito, e che le nostre vite sono costantemente minacciate, non dall’irruzione della barbarie o della follia, ma da quello stesso ordine democratico, borghese, che ci consente di condurre le nostre quiete esistenze.

Eppure la memoria della Shoah è minacciata, oltre che dal ritorno di un insidioso negazionismo, da una normalizzazione funesta: un turismo di massa, un’editoria di massa, un cinema di massa in cui la spettacolarizzazione prevale sulla collocazione storica e politica della distruzione degli ebrei d’Europa. La banalizzazione cui abbiamo assistito negli anni è stata un’ondata di piena: le divise dei deportati in vendita su eBay come costosi feticci, l’Arbeit macht frei del portale di Auschwitz rubato su commissione, i bambini deportati “adottati” sul web, la piccola vittima di Majdanek fatta “rivivere” in internet, oggetto di migliaia di contatti e messaggi di auguri; quello che Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura e sopravvissuto di Auschwitz, chiamò senza mezze misure il “kitsch” dell’Olocausto. A cui si aggiunge, oggi, la propensione a utilizzare la Shoah come sinonimo di eccidio e strage, a renderla insulto, accusa, anatema, paradigma che pretende di illuminare conflitti, atti di terrorismo e guerre, indebolendo la già flebile consapevolezza che la gerarchizzazione dell’umano che, a metà del Novecento, ha reso possibile il genocidio categoriale, sistematico, industriale, rappresenta «il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale», e che «la tragedia di Auschwitz non è avvenuta in uno spazio vuoto, bensì nei limiti della cultura e della civiltà occidentale, e questa civiltà è una sopravvissuta».

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