Coronavirus: la politica italiana e il cane di Pavlov

Coronavirus: la politica italiana e il cane di Pavlov

Nella lunga vicenda dell’emergenza sanitaria, alla fase della chiusura è seguita, non senza criticità e controversia, quella della riapertura, reclamata a gran voce soprattutto dalle Regioni più contagiate del Nord a guida di centro-destra (cui il Governo centrale, di colore politico apparentemente opposto, si è sempre vilmente inchinato), con la motivazione dell’emergenza economica. Prima è stata la volta delle fabbriche, poi quella degli esercizi commerciali e persino dei bar e ristoranti, infine ora si prospetta la riapertura degli spostamenti tra Regioni.

Non mi soffermerò più di tanto a spiegare i motivi per cui personalmente avrei preferito un atteggiamento di maggior cautela, già illustrati in miei precedenti interventi: la tutela della salute deve prevalere su quella dell’economia, sia per l’incommensurabilità dei valori, sia perché la prospettiva di un riaccendersi del contagio alla fine, determinando nuove chiusure, tornerebbe anche a danno della seconda. E comunque una differenziazione per zone è stata fatta quasi dappertutto in Europa (in Francia[1] e Spagna[2], per lo meno, e a danno della Regione parigina, nel primo caso, e di Madrid e Barcellona, nel secondo,  cioè dei rispettivi cuori pulsanti dei due paesi).

Riconosco peraltro che forse alcuni miei timori si sono rivelati finora eccessivi alla prova dei fatti, anche se probabilmente ciò è avvenuto più per una serie di colpi di fortuna legati ad ancora sconosciuti meccanismi biologici (oltre che alla dimostrata utilità dei mezzi di protezione individuale), che per l’esattezza di precisi calcoli previsionali”.

Sul tema degli spostamenti, però, il dibattito cui si sta assistendo assume tratti francamente surreali.

Ed infatti, la pretesa dei “Governatori” (poi un giorno qualcuno mi spiegherà chi ha inventato questo titolo che non è scritto nella Costituzione) delle Regioni maggiormente contagiate a che i propri cittadini si spostino da subito liberamente (non per motivi di lavoro, ché quello già avveniva, ma per motivi di turismo e svago), oltre ad essere contraria ad un principio precauzionale sanitario, è anche contraria all’interesse economico di quelle stesse Regioni.

Dov’è infatti l’interesse dell’economia lombarda al fatto che i propri cittadini trascorrano le vacanze in Sardegna piuttosto che sui bellissimi laghi o sulle altrettanto belle montagne della Lombardia (Bossi almeno una volta dava l’esempio, passando le vacanze a Ponte di Legno), dove porterebbero reddito agli operatori turistici lombardi? Quale interesse ha il Veneto a che i propri cittadini vadano in vacanza a Corfù piuttosto che a Jesolo o a Sottomarina o a Cortina d’Ampezzo? L’interesse economico, come ognuno (se ragionasse) potrebbe facilmente intendere, sarebbe in direzione esattamente contraria: e ancora una volta gli amministratori leghisti hanno perso una buona occasione per tacere. Facendo buon viso a cattiva sorte, alzando le spalle, e limitandosi a dire: “vabbè, abbiamo dei bei posti anche vicino a casa, per ora ci godremo quelli”, avrebbero avuto solo da guadagnarci.

E lo stesso Governo nazionale, polemizzando con la Grecia (ma non con l’Austria, la Svizzera, ed altri paesi dell’Europa settentrionale e centrale, che fanno la stessa cosa), sembra ripetere l’errore. In questo caso la questione è leggermente più complessa, perché la vera posta in gioco è forse la concorrenza sull’afflusso turistico dai paesi terzi (Nord-Europa in particolare) che la Grecia, avendo avuto meno contagi, potrebbe accaparrarsi, soprattutto laddove si presentasse, per di più, anche  come “italian-free”. Ma anche in questo caso il calcolo è sbagliato, perché tanto, con o senza qualche turista italiano in più, in Europa e nel mondo lo sanno tutti che la Grecia, dal punto di vista del Covid (ad oggi, appena 2.915 contagi e 175 morti, secondo i dati OMS) è infinitamente più sicura dell’Italia, e allora anche in questo caso varrebbe la pena di glissare e semmai cercare di indirizzare il turismo interno verso le proprie coste.

Temo che invece siano scattati due meccanismi psicologici irrazionali: uno narcisistico, di “orgoglio ferito” (“non possiamo farci dare degli untori”), e uno semplicemente automatico, ossia, una volta collegata la parola “riapertura” alla parola “economia”, la saliva gocciola ogni volta che si sente la prima, come succedeva al cane di Pavlov ogni volta che sentiva la campanella, anche se la pappa non c’era. E in questo caso, come ho cercato di dimostrare, la pappa sta proprio da un’altra parte. Dal che si deve concludere che la maggior parte della politica italiana, oltre a mettere a repentaglio la salute dei propri cittadini, ragiona come un cane.

*L’autore dell’articolo è socio di LeG Firenze, ex magistrato ed ex funzionario parlamentare.

1 commento

  • Il cane di Pavlov.
    Dico proprio giusto| Siamo nei guai, siamo proprio ben ammaestrati da più di cento anni di pubblicità. Il guaio è che Conte è proprio il migliore ammaestrato; Proprio quello di noi che meglio può muoversi nel sistema come si è negli anni configurato; approfitta benissimo degli squilli dei campanelli e per una ciottola da mangiare oggi finché ce n’è non vede che domani saremo tutti a finire divorati. Siamo in un sistema talmente male impostato che è difficile persino muovere critiche a chi ci governa. Il sistema è perfido perché le sue buone regole coprono efficacemente i comportamenti dannosi. Chi gode di privilegi trova tranquillamente il modo di farli reputare diritti, l’incapacità assoluta di mettersi nei panni dell’altro gli impedisce qualsiasi possibilità di confronto che gli permetta di capire. Non siamo più nella condizione oramai mitologica di un Cincinnato che poteva assurgere al titolo di dittatore per salvare la nazione. Chi ci governa è strumento di un meccanismo; come può salvarci se per farlo dovrebbe eliminare proprio il meccanismo che lo aziona. Può forse dire chi ha i soldi viva spendendoli agli altri li distribuirò io. Tiriamo la cinta e diamoci da fare a organizzarci in modo da ridiventare responsabili della nostra esistenza.

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