Storie di ordinario fascismo

Storie di ordinario fascismo

Oltre un anno fa, scrissi di quanto era avvenuto nel paese di Sermide in provincia di Mantova: un lista denominata “fasci italiani del lavoro” che per bandiera aveva il simbolo dei fasci e una ruota dentata su sfondo nero si presentò alle elezioni comunali e, complice anche una bega di paese (la chiusura alle auto di un tratto di argine del Po), prese più del 10% dei voti. Per la prima volta in consiglio comunale arrivò un esponente di un gruppo di chiara ideologia fascista. La notizia suscitò scalpore e si scopri che la stessa lista si era già presentata alle due precedenti elezioni comunali, pur senza ottenere il quorum.

Della cosa si interessò persino l’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, che smosse il Prefetto, il quale quasi immediatamente dimissionò i membri della commissione elettorale che avevano ammesso la lista. Davanti alla magistratura, invece, il caso arrivò per merito del deputato mantovano dei 5Stelle Solezzi (e gli altri partiti dove erano? Il Pd che aveva vinto ritenne di non fare nulla) che con alcuni cittadini fece un esposto alla Procura, invocando l’applicazione della norma transitoria costituzionale sul divieto di ricostituzione del partito fascista e della legge Scelba.

Ieri (23 marzo ndr) apprendo dal giornale locale che il Gup ha archiviato ogni cosa non ritenendo che vi siano elementi di prova della ricostituzione del partito fascista. Non lo sono evidentemente il simbolo e non lo sono i personaggi conseguentemente indagati, già andati a processo e sempre assolti per altre azioni fasciste: una, ad esempio, è stata l’aver esposto nella bacheca comunale un manifesto di Mussolini in occasione della data della marcia su Roma). Aspettiamo ovviamente di leggere le motivazioni della sentenza, ma da normale cittadino democratico e antifascista mi sorge spontanea una domanda.

Cosa si deve fare per incappare nelle maglie delle norme che vietano l’apologia e la ricostituzione del partito fascista? Somministrare con l’imbuto olio di ricino ai Prefetti? Manganellare i consiglieri comunali? Abbattere con le bombe a mano tutti i monumenti, cippi e targhe che ricordano il sacrifico dei partigiani? Distruggere a mazzate tutte le lapidi di un cimitero ebraico?

Naturalmente, per non avere dubbi, dovranno farlo indossando orbace, camicia nera e manganello d’ordinanza e magari, a scanso di equivoci, innalzare un cartello di autodenuncia con scritto “noi siamo fascisti”. Se poi fossero furbi a farlo, indossando una camicia rossa, sarebbero subito indagati i pericolosissimi anarco-insurrezionalisti (non ho mai ben capito chi siano e dove si annidino, ma sarà senz’altro una mia mancanza), individuati nei loro covi segreti e giustamente condannati. Forse, ammesso -e non sempre concesso- che il Giudice soggetto alla legge la interpreti correttamente, sarebbe tempo che il legislatore specificasse quali atti concreti costituiscono apologia e/o ricostituzione del partito fascista.

Lasciando da parte l’ironia, stiamo assistendo a uno stillicidio di avvenimenti che le istituzioni non sanno (o non vogliono) reprimere, le forze politiche non denunciano con la dovuta forza e chiarezza e la maggioranza della società non coglie, presa tra i problemi concreti del proprio vivere quotidiano e le “distrazioni di massa” che una classe politica, tutt’altro che all’altezza del proprio ruolo e dei propri compiti, quando in parte non contigua a quelle stesse ideologie che dovrebbe condannare, sa molto abilmente orchestrare.

Mi sembra di leggere in controluce gli stessi atteggiamenti mentali (gli avvenimenti ovviamente sono diversi) di sottovalutazione, di superficialità, di arroganza intellettuale che contribuirono non poco all’instaurarsi del triste e drammatico ventennio fascista. Ricordo che un esponente dell’allora partito liberale, dando il suo voto favorevole all’approvazione della legge Acerbo -che spalancò le porte con le conseguenti leggi cosiddette ”fascistissime” all’instaurazione della dittatura- dichiarò che “in quel momento di violenze, c’era bisogno di un governo forte, ma che sarebbero stati in grado, in ogni momento, di opporsi a qualsiasi prevaricazione delle libertà e della democrazia… Ci vollero purtroppo vent’anni, gente in prigione e uccisa, milioni di morti in una guerra mondiale, campi di sterminio, il sacrificio di tante vite in una guerra civile fratricida nel nostro Paese per ritrovare una dignità sociale. Vorrei non la smarrissimo di nuovo inseguendo miraggi primatisti, vecchie ideologie nazionaliste, linguaggi dell’odio che fomentano solo sentimenti razziali, xenofobi ed omofobi, che sgretolano ogni convivenza civile.

(*) L’autore dell’articolo è coordinatore del Circolo LeG di Mantova.

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