La fiducia nei partiti/IL SORTEGGIO E ATENE

02 Ago 2018

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Su un punto Beppe Grillo e Sabino Cassese sono d accordo: non hanno fiducia nei partiti. A modo loro, entrambi traducono la politica in una questione “epistemica”. Grillo ha sollevato la questione se il Parlamento eletto funzioni bene e se la democrazia elettorale sia una buona cosa. Dà una risposta negativa a entrambe le domande e propone un Parlamento con una Camera sorteggiata invece che eletta. La risposta di Cassese mette in dubbio la bontà di questa soluzione perché, dice, ci darebbe un Parlamento di non competenti, meno competenti degli attuali rappresentanti. Una risposta che sta nell’alveo del problema posto da Grillo.

Cassese giudica il lavoro del Parlamento come si può giudicare quello di un collegio di esperti. Il fatto è che se si vogliono selezionare tecnici o esperti, meglio non ricorrere alle elezioni. Si tratta di una difesa debole perché centrata sul principio della competenza. Sulla disfunzionalità delle elezioni Cassese non ha probabilmente una visione meno critica di Grillo.

La risposta al sorteggio non può venire dall’ appello alla competenza negli organismi eletti. Nell’ Italia moderna, a proporre un Parlamento di sorteggiati fu Guglielmo Giannini che nel 1945 ( prima che la partitocrazia si mostrasse) sosteneva che occorresse eliminare i partiti (la casta) e propendere per un sistema che facesse a meno delle competizioni elettorali, generatrici di partiti. Occorreva un governo “minimo” e solo “amministrazione” (il Consiglio dei ministri si doveva occupare di questioni tecniche); il Parlamento doveva solo controllare i ministri, funzioni che si addicevano a un’ assemblea di sorteggiati. Le elezioni scatenano visioni partigiane e differenze di prospettiva. Quando si tratta di arbitrare o controllare, meglio il sorteggio. Quando si tratta di decidere che politiche perseguire non si può evitare di schierarsi pro o contro; qui il sorteggio non serve. Meglio le elezioni.

Grillo ci indica l’ Atene classica come modello di buona democrazia, dove il sorteggio era l’unico sistema praticato per una selezione tra cittadini uguali. Ma non dice che nell’ Atene classica il potere di votare le leggi in assemblea era e restava politico: non si usava alcuna selezione; i cittadini sedevano in assemblea. Gli ateniesi praticavano il sorteggio quando dovevano selezionare i membri di assemblee giudicanti. Questo lo fanno anche le nostre democrazie. Anche l’Italia. In un contesto di contrasto alla corruzione e di calo di fiducia nei partiti, anche in Italia si estendono i settori nei quali si fa uso del sorteggio.

Nelle amministrazioni pubbliche, si amplificano gli spazi della decisione sottratti alla politica a favore di criteri imparziali come il sorteggio.Le elezioni hanno sostituito la presenza diretta dei cittadini nell’ assemblea, dove si fanno leggi. Il sorteggio non è mai stato eliminato nelle democrazie moderne; è stato confinato nelle questioni dove si richiedono giudizi di imparzialità – la composizione delle giurie popolari è uno dei casi. Che cosa comporterebbe trasferire questo metodo di selezione all’ organo politico, il Parlamento?

Comporterebbe che la politica venisse sostituita dalla tecnica. Mentre ha senso demandare agli idraulici gli impianti nelle case, non ha senso chiedere che siano gli idraulici a decidere se comperare casa. Diceva Luigi Einaudi che la tecnica è ancella della deliberazione politica, non la sua sostituta. Come usare le risorse, se per scopi pubblici o privati, se adottare una tassazione progressiva o la flat tax: queste questioni dividono e creano dissenso perché non sono tecniche e imparziali; qui il sorteggio è fuori luogo.

Grillo vorrebbe (non è il solo) fare a meno dei partiti; il fatto è che “le parti” si manifestano non appena i cittadini aprono bocca in pubblico e discutono. O si elimina la libertà alla radice facendo della politica il luogo dei sapienti e degli esperti, o ci si deve rassegnare alla formazione di “parti”, che nascono come funghi, anche quando non contemplate dalle Costituzioni. Il problema è come farle rivivere in una sfera pubblica civile e tollerante.

 

La Repubblica, martedì 31 luglio 2018

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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