Il coraggio dei pm tra silenzio e veleni

23 Set 2014

Ed ecco che in questo contesto già di per sé “difficile”, piombano come macigni le intromissioni nella sfera privata e professionale (con un evidente corredo di pesanti intimidazioni e minacce) che hanno colpito Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo. Leggi anche “Dallo scandalo P2 a Renzi: la lunga marcia anti magistrati” .

scarpinatoPalermo: bella, antica e nobile. Ma protagonista – ieri come oggi – di vicende complesse, a tratti indecifrabili. Spesso ambigue. Di conseguenza, coloro che nella città hanno posizioni di responsabilità svolgono un compito difficile. In particolare tutti coloro che devono affrontare problemi riconducibili al mondo infido della mafia, con magistratura e forze dell’ordine in prima linea per il loro ruolo istituzionale. “Cosa Nostra” per lunghissimo tempo è stata l’organizzazione criminale più pericolosa al mondo, rafforzata da torbide alleanze con pezzi consistenti del mondo legale. Lo Stato ne ha delegato il contrasto quasi esclusivamente a giudici e polizia. Come se fosse un problema di ordine pubblico da considerare solo in situazioni di emergenza (quando scorre il sangue): dimenticando che la storia della mafia è sì violenza, ma anche straordinaria capacità di condizionamento, che ha fatto di un’associazione criminale un “sistema” di potere criminale.   
Ma nel delegare, lo Stato pone un limite (mai esplicitato e tuttavia ben riconoscibile) da non oltrepassare, soprattutto nel campo delle complicità politiche-economiche-istituzionali che del potere mafioso sono la vera spina dorsale. Per oltrepassare questo limite ci vuole coraggio, perché farlo significa attirarsi attacchi e calunnie assortiti. Si comincia con il classico “professionisti dell’antimafia” o peggio “giustizia politicizzata” e si finisce (non senza passaggi intermedi di varia infamità) con gli anonimi, i corvi e i veleni.

  
È SUCCESSO al pool di Falcone e Borsellino; è successo, dopo le stragi, ai magistrati che hanno processato – fra gli altri – Andreotti e Dell’Utri; si sta ripetendo oggi per il convergere di molteplici fattori. E sempre, in ogni fase, tutto va ricondotto a un quadro mediatico-politico che assegna alla Sicilia una posizione di rilievo centrale, in quanto formidabile bacino di voti.   
A rendere la situazione di oggi particolarmente “difficile” contribuisce innanzitutto il processo sulla “trattativa”, che è entrato nella fase nevralgica della verifica dibattimentale.   
Un processo che basta leggere il capo d’imputazione (col suo intreccio di boss, uomini politici e ufficiali del Ros) per rendersi subito conto che inoltrandosi in questo “labirinto” insidioso i pm han dato prova di coraggio e senso del dovere al servizio della ricerca della verità. Per
cui meritano, quali che possano essere le conclusioni del processo, un sincero apprezzamento e non le contumelie con cui spesso vengono gratificati.

IL CLIMA È avvelenato anche dalle furibonde polemiche che alimentano, in una specie di guerra di religione, quegli “osservatori” che sono convinti di possedere verità assolute, anche quando in
realtà si tratta di presuntuose semplificazioni cinematografiche. Le difficoltà sono poi appesantite dalle ricadute del conflitto di attribuzioni sollevato dal capo dello Stato (sia pure allegando di voler tutelare il proprio successore) verso la procura. Che in un momento così difficile avrebbe bisogno di poter contare su un organico completo, mentre manca addirittura il capo.  
Il Csm (individuato in commissione referente il candidato con più titoli) era a un passo dalla nomina, ma ha dovuto accantonare tutto – su segnalazione del capo dello Stato – finché non saranno coperte le sedi divenute vacanti prima di Palermo. Una novità nella prassi consiliare, che significa rinviare Palermo a chissà quando, anche al netto della travagliata nomina dei componenti laici del nuovo Csm.
  
Fa da cornice al tutto, intorbidando ulteriormente le acque, la singolare logorrea di Riina, che con lo strano aiuto di un assillante compagno di galera, interviene sproloquiando su un’infinità di argomenti, processo compreso, oltre a manifestare sentimenti di odio profondo e desiderio di vendetta cruenta nei confronti di Nino Di Matteo che del processo è il
pm di punta. Ed ecco che in questo contesto già di per sé “difficile”, piombano come macigni le intromissioni nella sfera privata e professionale (con un evidente corredo di pesanti intimidazioni e minacce) che hanno colpito Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, Roberto Tartaglia, altro pm del processo “trattativa” e il procuratore di Trapani, Marcello Viola.
  
È EVIDENTE che il livello di guardia deve essere innalzato al massimo. E che intorno ai magistrati più esposti deve ergersi un argine di solidarietà e sostegno da parte di tutti: istituzioni, società, cultura e informazione.    È inconcepibile che siano lasciati soli proprio coloro che rischiano la vita per dare serenità e sicurezza a tutte le persone oneste.

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