Oscar Luigi Scalfaro nella crisi italiana

Andrea Fedeli, Funzionario del Senato della Repubblica, ha scritto un saggio pubblicato sulla Rivista bimestrale del Movimento ecclesiale di impegno culturale “Coscienza”, dedicato al presidente Oscar Luigi Scalfaro, in riferimento sia al suo settennato da Presidente della Repubblica, sia nel ruolo seguente di senatore a vita, che conferma il lavoro sempre attuale a difesa della Costituzione e della centralità del Parlamento.

Premessa

Queste note hanno l’obiettivo di esaltare la considerazione di Oscar Luigi Scàlfaro nei confronti del Parlamento negli anni da Presidente della Repubblica (1992-1999) e nel periodo successivo da senatore a vitai. Relativamente al settennato presidenziale, non si vuole prendere in esame l’insieme degli atti compiuti da Scàlfaro riguardanti il Parlamento, a cominciare dagli scioglimenti anticipati delle Camere del 1994 e del 1996. Il nostro punto di osservazione si focalizza sui messaggi inviati dal Presidente della Repubblica alle Camere a norma degli articoli 74 e 87 della Costituzioneii. Per gli anni da senatore a vita si farà riferimento, invece, ai resoconti stenografici dell’Assemblea di Palazzo Madama a partire dalla XIII legislatura (1996-2001).
Nei primi anni Novanta le esternazioni del Presidente Cossiga hanno evidenziato una fibrillazione nell’architettura dei poteri dello Stato. Il dibattito sulle riforme istituzionali indica chiassosamente la soluzione presidenzialista come la panacea per le lentezze della politica. Lo stesso confronto sulla legge elettorale sottolinea l’esigenza di rendere celere il procedimento legislativo. In questo contesto il Parlamento, con i suoi tempi, è bollato spesso come l’ostacolo principale per una politica che vuole decidere in fretta: la rapidità della decisione, prima ancora che la correttezza delle procedure di confronto, è salutata come il perno su cui costruire una democrazia matura. L’approccio di Scàlfaro pone in scacco l’enfasi di quei tempi su una malintesa Costituzione materiale, invocata da molti commentatori a sostituire rapidamente l’impianto formale dei poteri voluto dal Costituente. L’appello al popolo viene vissuto e declinato da Scàlfaro sull’articolo 1 della Costituzione, secondo comma: “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Forme e limiti nell’argomentare di Scàlfaro sono le istituzioni e le procedure senza le quali irrimediabilmente il popolo sovrano degrada a campione di sondaggi. Per parlare al corpo elettorale il Presidente della Repubblica non può che rivolgersi al Parlamento. Nel suo giuramento pronunciato davanti al Parlamento in seduta comune il 28 maggio del 1992, il richiamo al popolo italiano confluisce nel ribadire la centralità del Parlamento anche nei confronti del Capo dello Stato: “sarà mio dovere stare in fedele ascolto del Parlamento, che è al vertice della costruzione costituzionale della Repubblica, e che io amo profondamente, ed è il legittimo, doveroso, unico destinatario del dialogo con il Capo dello Stato”.

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