Il vero sforzo che serve all’Italia

Gli imprenditori italiani si sentono soli, abbandonati dalla politica. Così lamenta Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. E come darle torto? Come non essere sensibili al «grido di dolore» che viene dalle imprese? E tuttavia c’è qualcosa, nel discorso degli imprenditori, che mi lascia vagamente perplesso. Non mi riferisco alle prese di posizione di questi giorni, ma a quelle degli ultimi anni. E non mi riferisco solo agli imprenditori ma anche agli studiosi, agli osservatori, agli analisti (me compreso) che si sono affaccendati intorno al malato Italia, e a più riprese si sono chiesti perché questo Paese da 15 anni cresca meno degli altri, e negli ultimi 10 abbia semplicemente smesso di crescere.

Ebbene, qual è stata finora la diagnosi prevalente? Nessuno si offenda, ma mi sembra di poter dire che – ormai – più che di una diagnosi si tratta di una litania, per non dire una giaculatoria. I nostri mali, o meglio i nostri handicap rispetto agli altri Paesi, sono stati minuziosamente individuati, e vengono ripetuti con impressionante monotonia da almeno un decennio: eccesso di pressione fiscale, di pressione contributiva, di adempimenti burocratici; inefficienza della giustizia civile; sprechi nella Pubblica amministrazione; insufficiente qualità e quantità dei servizi pubblici.

E poi ancora, bassa qualità del capitale umano; scarsi investimenti in ricerca e sviluppo; costi eccessivi dell’energia e dei servizi bancari; gravi deficit infrastrutturali, specie al Sud; mancate liberalizzazioni; corruzione dei funzionari pubblici; infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia; eccessiva protezione dei garantiti, insufficiente tutela dei nuovi entrati sul mercato del lavoro.

Una prima osservazione: se tutti questi fattori sono davvero importanti, i nostri imprenditori sono semplicemente dei superman. Un malato che riesca a sopravvivere con un simile cumulo di acciacchi deve avere una tempra eccezionale.

Seconda osservazione: alcuni di questi handicap sono nazionali, ma molti sono specifici del Mezzogiorno, penso in particolare al gap infrastrutturale, alla qualità dell’istruzione (test Pisa), al funzionamento della giustizia e della burocrazia, all’efficienza dei servizi pubblici, alla presenza della criminalità organizzata. Eppure, negli ultimi 10-15 anni, il Pil del Nord non è cresciuto di più di quello del Sud, e anzi, in termini pro capite, il Mezzogiorno è cresciuto più del Nord. Come mai? Forse nella nostra diagnosi c’è qualcosa che non va, forse stiamo sopravvalutando alcuni fattori e ne stiamo sottovalutando altri.

Ed eccoci al punto. Siamo sicuri che si possa «tornare a crescere» riproponendo la litania? Non siamo troppo d’accordo su tutto, e da troppi anni? Perché, se i mali sono così chiari, nessuna medicina è ancora stata somministrata al malato-Italia? Non sarà che manca una gerarchia, che mancano delle priorità? Anche ammesso che tutti i freni alla crescita appena enumerati siano importanti, non sarà arrivato il momento di fissare delle priorità?

Io penso che, se il mondo delle imprese non ottiene dalla politica le risposte che vorrebbe, è anche perché non ha le idee chiare, o semplicemente non può averle. Oggi non c’è una battaglia vera, una battaglia fatta di obiettivi concreti, su cui il mondo dei produttori abbia voglia di impegnarsi e di rischiare. Oggi imprenditori e sindacalisti ripetono parole stanche, parole passepartout, come meritocrazia, competitività, innovazione, fare sistema, puntare sul futuro. Ma non c’è né il coraggio di riconoscere quanto è drammatica la situazione in cui ci siamo cacciati, né la chiarezza di battersi per qualcosa di ben definito, di raggiungibile in tempi ragionevoli, e che sia considerato più importante del resto. Soprattutto, io sento la mancanza di domande vere, domande di fondo, rivolte al ceto politico.

Faccio degli esempi. Il governo vanta di aver contenuto la spesa pubblica e recuperato svariati miliardi con la lotta all’evasione fiscale. È accettabile che non un solo euro vada a ridurre le tasse sui produttori? Siamo tutti d’accordo che ogni euro risparmiato vada usato per colmare la voragine del debito pubblico? È ragionevole che non resti mai un centesimo per investimenti e riduzioni delle aliquote?

Se è così, le sole riforme possibili sono quelle a costo zero: liberalizzazioni e semplificazioni. Ma siamo sicuri che questo ceto politico possa fare le riforme a costo zero? E siamo sicuri che molte resistenze alle riforme a costo zero non si annidino proprio nel mondo dei produttori, sempre attenti a difendere i propri privilegi e le proprie rendite?

E ancora: ci sta bene un federalismo che, se tutto andrà dritto, partirà alla fine del decennio, quando l’economia italiana potrebbe essere implosa da tempo? Guidalberto Guidi, ex vicepresidente di Confindustria, avrà pure esagerato un po’, ma che ne pensiamo della sua previsione, secondo cui con questo fisco («da soffocamento») fra 7-8 anni metà delle imprese italiane sarà stata costretta a gettare la spugna?

E per finire. Non passa giorno che qualche mente illuminata riproponga il contratto unico (a tempo indeterminato) per i giovani che iniziano a lavorare, in cambio di minori tutele per gli attuali iper-garantiti. Che ne pensa Confindustria? È anche una sua battaglia, oppure tiene talmente alla pace sindacale da sacrificare il futuro delle giovani generazioni?

Insomma, forse sono eccessivamente pessimista, ma la mia impressione è che tutti gli attori in campo siano stati e restino troppo politici. Politici nel senso che non rischiano, non conducono battaglie alte e chiare, non sono disposti a pagare dei prezzi per quello che vogliono. Per tutti – governo, opposizione, sindacati, imprese – la posta è troppo alta, il rischio è troppo forte. Per questo ascoltiamo molti lamenti, assistiamo a mille scaramucce e negoziati, ma non vediamo mai una battaglia vera. Una battaglia in cui si capisca per cosa si combatte, ci siano delle priorità chiare, e i protagonisti si mettano in gioco fino in fondo. Finché a questo non arriveremo, temo che la ruota dell’Italia continuerà a girare a vuoto.

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