Scudo per il premier alla consulta, sconcerto per il sì di Mazzella

28 Dic 2010

Liana Milella

ROMA – Tirati per la giacchetta. Strattonati. Pronti a dire: “Da qui all’11 gennaio ne sentiremo delle belle. Le spareranno sempre più grosse”. Poi a mettere in chiaro: “Niente è ancora deciso sul legittimo impedimento”. Ma una cosa è certa. E questa, ai più alti livelli, alla Consulta ci tengono a metterla in chiaro: “Non ci sarà alcun rinvio. L’udienza pubblica è prevista e si terrà l’11 gennaio”. E ancora: “Non sono previste defezioni. Tutti hanno assicurato la loro presenza. Chi specula e rende pubbliche indiscrezioni sulla salute dei componenti viola palesemente la nostra privacy”. Allusione a chi ha dato per assente la Saulle. “Stiano tutti tranquilli. Quel giorno saremo lì, prima ascolteremo gli avvocati, poi ci chiuderemo in conclave e decideremo. Senza quei rinvii che qualcuno ipotizza perché vorrebbe che ci fossero, ma che non ci saranno”.

A tutt’oggi, aggiungono le stesse qualificate fonti interne al palazzo, è presto per avere la certezza di quale sarà il verdetto sulla legge-ponte al lodo Alfano costituzionale che, dalla scorsa primavera, tiene congelati tre processi di Berlusconi. Sabino Cassese, membro della Corte dal 2005, solo una settimana prima dell’udienza distribuirà ai colleghi l’appunto finale che sintetizza ben 10mila pagine di ricerca. Ma quell’appunto, che finora lo stesso Cassese non ha voluto che fosse distribuito, non conterrà né il verdetto né la proposta del relatore. Egli la ufficializzerà
durante la prima camera di consiglio. Lì rivelerà quale preferisce delle tre strade possibili: la prima azzera la legge per manifesta incostituzionalità, e quindi accoglie in pieno l’istanza dei giudici di Milano; la seconda ne riconosce solo un difetto parziale che può essere corretto; la terza respinge la tesi dei magistrati e “santifica” la legge. Se la conclusione fosse una sentenza interpretativa che respinge il ricorso dei giudici, ma impone una “lettura” obbligata della legge nel senso che le toghe conservano comunque l’ultima parola sull’effettiva sussistenza di un legittimo impedimento, negando ogni automatismo, questa sarebbe una decisione nettamente negativa per Berlusconi. Il legittimo impedimento tornerebbe a essere quello che oggi è per tutti i normali cittadini, i quali possono avanzare la richiesta di rinviare il processo se hanno una valida ragione, ma poi devono sottostare al verdetto del giudice. I processi del Cavaliere ripartirebbero, i giudici cercherebbero di accelerarli al massimo per arrivare alla sentenza, gli avvocati del premier solleverebbero un nuovo conflitto. Il caos.

Allo stato però, assicurano le alte toghe, tutte le strade sono aperte. E le spinte a far prevalere l’una piuttosto che l’altra vengono giudicate “indebite pressioni” e “interferenze”. Tra i colleghi suscita “sconcerto” il fatto che uno di loro, l’ex ministro della Funzione pubblica Luigi Mazzella, assurto all’onore delle cronache per aver invitato a cena il premier e il Guardasigilli Alfano prima della sentenza sul lodo, abbia scritto una lettera, divenuta pubblica, in cui si pronuncia per il sì alla legge. Commentano: “Così aumenta il nostro senso di solitudine e rischiano di rafforzarsi le pressioni dei nostri confronti”.

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