Energia, l’Italia in ordine sparso

09 Dic 2010

Il nostro ministro degli esteri ha detto che “sull’energia decide l’Italia e soltanto l’Italia”. Avremmo preferito sentirgli dire che “sull’energia l’Italia decide assieme all’Europa”. I due rapporti più interessanti usciti nel 2010 a livello europeo – quello del Gruppo di Riflessione sul futuro dell’UE 2030, presieduto da Felipe Gonzalez, e quello sul mercato interno di Mario Monti – chiedono entrambi, non a caso, la creazione di un mercato unico dell’energia. Non solo nell’ottica di più risparmio e maggiore efficienza energetica, ma anche per affrontare uniti la questione della diversificazione delle fonti di approvvigionamento da paesi terzi. Due uscite autorevoli, due indicazioni univoche, due posizioni che confermano come questa sia la strada maestra da imboccare.

Evidentemente, alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, la pensano diversamente e si presentano in ordine sparso di fronte all'”uomo forte” di turno, credendo di poter strappare qualche concessione in più ma in realtà facendosi così imporre le regole del gioco. In questa gara tra furbi, in cui ognuno gioca le sue carte, il nostro Primo Ministro brilla per attivismo. Si veda la sintonia per gli affari tra Berlusconi e Putin platealmente esibita dal nostro Premier che, ai giubbotti della Marina Militare italiana impegnata in diversi teatri di guerra, preferisce indossare quelli della Marina Militare russa.

Purtroppo, il costo politico della frammentazione del mercato europeo è evidente. Il colosso monopolista russo Gazprom ha approfittato dell’assenza di una politica energetica comune nei confronti della Russia per imporre le sue regole del gioco; e la coppia Putin/Medvedev ha sfruttato abilmente l’unilateralismo “pragmatico” dei singoli paesi dividendo ulteriormente l’Europa, la grande sconfitta della guerra del freddo dell’inverno 2008/2009. Anche se la Russia ha addossato all’Ucraina tutte le colpe della crisi, non sfugge ad alcuno che, politicamente, chiudendo il rubinetto la Russia ha umiliato in primis l’Europa, usando un’arma – quella energetica – che neppure l’Unione Sovietica aveva mai usato contro l’Occidente.

L’Europa ha imparato la lezione? Pare di no. Continua a prevalere una totale mancanza di fiducia reciproca e una non condivisione dei contenuti degli accordi siglati bilateralmente. E il consorzio di monopolisti europei (E.On, Gaz de France, ENI), che ha preso forma nel pieno della crisi per accollarsi e condividere con la Russia le incertezze del trasporto, ha rappresentato l’ennesima fuga in avanti.

Certo, la creazione di una politica comune dell’energia, almeno agli inizi, non può che provocare tensioni tra europei, sia essa finalizzata ad un master plan per una rete unica europea, lo stoccaggio delle riserve, la diversificazione delle fonti, in particolare lo sfruttamento del gas liquido. Ma, a medio e lungo termine, è l’unica scelta sostenibile.

In questa ipotesi, saranno Germania, Francia e Italia a dover trangugiare il calice amaro. Tutti e tre hanno rotto il fronte della compattezza comunitaria, investendo molto per ottenere bilateralmente i migliori accordi possibili. Ci stanno riuscendo? Per quanto riguarda l’Italia, di pessimo auspicio appare l’inizio dell’attività estrattiva dell’Enel in Siberia, grazie all’investimento realizzato assieme a Gazprom con l’acquisto all’asta di alcuni asset confiscati (illegalmente) alla Yukos, come pure la penale da 3 miliardi pagati dall’ENI sul gas russo non ritirato e i costi di South Stream che continuano a lievitare. E’ fuor di dubbio che, entrando nel consorzio South Stream, l’ENI rimarrà esposta, nonostante i suoi tardivi tentativi di vendere le sue quote, agli sbalzi di umore del Cremlino.

Parimenti fuorviante è parlare di diversificazione degli approvvigionamenti tirando in ballo l’accordo con la Libia se questo significa pagare una tassa pro Gheddafi che i consumatori si troveranno in bolletta. Altrettanto allettante, allora, il gas che proviene da Norvegia, Algeria, Nigeria, Egitto, Qatar, Oman. Invece, ci troviamo di fronte ad un governo così irresponsabile da concedersi alle scorribande dell'”alleato” libico, addirittura facendoci credere di fare i nostri interessi. Purtroppo le cose non stanno così. Che i libici facciano ormai parte della storia del nostro sistema economico è fuor di dubbio ma il problema è che mentre loro dimostrano di avere una strategia geopolitica complessiva, il nostro Governo si ostina a ritenerla da parte sua un optional . Sicché, nei rapporti Roma-Tripoli, sono i libici a dettare le condizioni, e non solo nei programmi di quelle che dovrebbero essere visite di Stato e che invece sono ridotte a grottesche passerelle mediatiche del Colonello.

In conclusione, quello che serve è una politica che ponga come priorità europea, oltre che italiana, insieme all’efficienza energetica, la creazione di un mercato integrato dell’energia con l’impegno a rafforzare quel poderoso piano di proposte che la Commissione europea ha presentato tempo addietro per aprire alla concorrenza il mercato interno dell’energia elettrica e del gas e per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Se questa è l’urgenza, che ruolo intende ritagliarsi l’Italia, oltre agli opachi viaggi “energetici” del Premier la cui strategia è tutta da spiegare?

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